sabato 8 aprile 2017

I Celti ritornano.










Igino Piutti


Il Celti ritornano











Cap. 1

Lauriscia.

Il racconto lo aveva così coinvolto che gli pareva di avere ancora davanti agli occhi,  il grande falò del quale stava parlando Maria.
 Era una sorta di grande bottiglia impagliata, con grandi trecce verticali che si interrompevano in alto sul collo per lasciare posto ad un grande tappo con la forma del mezzobusto di un uomo. Le trecce erano formate con una serie di fascine di stecchi sovrapposte, mentre il busto in cima era realizzato con strisce di corteccia d’albero sovrapposte, incollate ed intrecciate, alternando il bianco della betulla al colore bruciato  della quercia, per rendere e caratterizzare i particolari del volto e del vestito.
Fra treccia e treccia, stavano uscendo dense nuvole di fumo squarciate da grandi lingue di fuoco che salivano contro le ombre della sera, avvolgendo l’intera costruzione.
In un gemito strozzato, erano finite per spegnersi, soffocate dal fumo, anche le grida disperate di paura e di dolore  di Lauriscia e del suo ragazzo. E il silenzio del falò, rotto soltanto dal crepitio del fuoco, aveva penetrato anche la folla circostante. Ora guardavano tutti in silenzio, come se l’arrivo della morte avesse infuso in  tutti se non un sentimento di rispetto e di pietà, certamente un brivido di paura.
“Che barbarie!” mormorò Maria tra sé, chiudendo con questo commento il suo racconto.
“Direi invece, che grande raffinatezza e sensibilità anche nell’eseguire una condanna a morte,” ribatté Luciano, come se stesse commentando una scena realmente accaduta e non il racconto d’un sogno. Era stato  colpito dall’originalità dell’idea d’un rogo, nel quale i condannati a morte, venivano rinchiusi all’interno d’una catasta di legna, invece che essere esposti al ludibrio della folla. Rispetto ai tanti roghi che la storia ha tramandato (con la pretesa di farli passare per  segni di civiltà e non di barbarie), accompagnati da folle urlanti inebriate dagli spasimi della morte, quell’idea di riservatezza e di rispetto per la morte, anche d’un condannato, non gli sembrava certo una testimonianza di barbarie.
“Mi sono svegliata avendo negli occhi ancora l’immagine del grande falò che ardeva, al culmine del colle. Nella realtà invece, al posto del falò, c’era ancora il grande faggio dalla corteccia chiara, che riluceva riflettendo i raggi del sole.”
“Già!” riprese Luciano, come a sottolineare  con quella espressione il proprio disappunto per essersi lasciato coinvolgere fino a perdersi a commentare le immagini di un sogno, come quando si commentano le sequenze d’un film, finendo per confondere la realtà con la finzione scenica.
“Già! Che strano sogno!”
“È stato più che un sogno,” ribattè lei.
“Cosa potrebbe essere  più di un sogno?…”

Era tutto accaduto per caso il giorno prima. Maria aveva deciso di fare una passeggiata nel bosco sopra al paese, per raccogliere del terriccio per rinvasare i gerani. Glielo aveva insegnato sua nonna. Non c’è nulla di meglio dell’humus che si è formato dal fogliame marcito negli anni precedenti, per favorire una crescita dei fiori più rigogliosa e con i colori più intensi. E i suoi gerani erano i più belli di tutto il borgo.
C’era in effetti in paese una sorta di gara a chi sapeva far crescere i fiori più belli, a chi sapeva arredare meglio, con autentiche cascate di colori, l’esterno della propria abitazione. E Maria, in quella gara, non aveva rivali, era da sempre un campione fuori classifica. Aveva certamente il vantaggio del contesto costituito  dalla bellezza della sua casa, una tipica casa carnica del settecento, ma lei aveva anche trovato il modo per  far sì che le piante si sviluppassero maggiormente e che i fiori avessero colori più vivaci. Sapeva inoltre accostare la diversità dei gerani e la varietà dei colori in modo che quelle macchie di rosso dalle diverse sfumature,  non parevano  aggiunte e posticce sulla parete, ma sembravano  un modo di essere naturale del muro  della casa nel sole dell’estate.
La balconata centrale, al primo piano, divisa in quattro arcate con gli archi e le colonne in tufo, pareva una serra dalla quale i fiori prorompevano per sciogliersi in lunghe trecce che cadevano fino al piano inferiore, dove il motivo delle quattro arcate si ripeteva con le colonne a campire un profondo porticato. E qui, l’intrico colorato dei gerani invadeva tutto il sottoportico, e nel gioco del sole con la penombra dell’ambiente e con l’ombra delle colonne, assumeva un infinita varietà di sfumature e di movimenti. Nella vita di quelle piante sembrava riprendere vita anche la vecchia casa, che in passato aveva raccolto e riecheggiato le voci di tante persone, ed ora pareva deserta. Ora c’era solo Maria che, travolta dall’atmosfera greve del silenzio, cercava di riempire il vuoto delle arcate  con quelle nuvole di fiori...
Fino ad un anno prima c’era stato anche il fratello. E con il fratello la casa era tutt’altro che vuota. Anzi,  pareva che fosse così grande, solo perché lui aveva bisogno di quegli spazi dilatati e ariosi per potersi muovere  a suo agio. Il conte lo chiamavano in paese. Il “cont” nella lingua friulana. Così era stato chiamato anche suo padre e suo nonno, e forse in passato qualcuno degli antenati era stato veramente un conte. Il  fratello di Maria tuttavia, se non era stato un conte per gli archivi araldici, lo era stato di fatto per i modi di comportarsi, di fare e di dire. Era come se avesse accettato volentieri di cucirsi addosso quel soprannome, facendo in modo  di adeguarvisi, per portarlo come si conveniva.
Diventato medico, e poi primario rispettato e famoso all’ospedale di Udine, aveva fuso gli atteggiamenti del barone d’ospedale  con quelli del conte, assumendo quell’atteggiamento di superiorità che lungi dal provocare e creare distacco, enfatizza nei subalterni il rapporto di stima e di fiducia.
Maria, che era soltanto di due anni più giovane di lui, aveva subito sin da bambina il suo fascino. Non erano mai stati come fratello e sorella ma piuttosto in un rapporto di serva e di padrone. Lui però non s’imponeva e lei non subiva. Non si sentiva condizionata, ma in un certo modo affascinata e attratta dalla personalità del fratello, al punto da restargli legata per la vita. Lui non s’era sposato, e a lei non era mai passato neppure per la testa ci potesse essere  un possibilità di realizzare una propria  vita,  al di fuori del rapporto con il fratello.
Per questo, con la  morte di lui era morta anche lei, e la casa era rimasta profondamente vuota, come un cimitero che é pieno di lapidi, di croci, di piante e di fiori, ma che non trasmette altra sensazione se non quella del vuoto e del nulla. E come in un cimitero, lei s’era impegnata, ancora più degli anni precedenti, a riempire quel vuoto con vasi di fiori, con nuvole di gerani.
Ma il vuoto restava immenso e profondo malgrado quei fiori e penetrava anche l’intrico di rami dei gerani, e lei aveva bisogno di altri vasi, di altri fiori. Per questo aveva deciso di salire nel bosco del Sorantri, sopra al paese, per raccogliere quella terra speciale per altri vasi di gerani.


Visto dal paese, Sorantri è uno sperone di roccia che sovrasta l’abitato, come una lastra di marmo verticale, rimasta incastonata nel verde dei prati e dei boschi. Da sopra invece, quando lo si è raggiunto per la strada lastricata che sale ripida sul pendio, è una piccola montagna che s’avanza come il torrione d’una cinta muraria, che si sporge rispetto al contesto circostante quasi a proteggere le distese retrostanti dei prati di Valdìe.
 Si dice che nell’antichità sul monte ci sia  stato un insediamento dei Celti, la sovrintendenza ha anche effettuato degli scavi che hanno messo in luce i resti d’un villaggio. Come in ogni favola che si rispetti, tutti danno anche per certo che, tra i resti delle capanne, ci sia anche un tesoro.
 Da qui le battute con le quali alle volte le amiche commentavano il suo inventarsi sempre qualche scusa per raggiungere quel bosco. “Speriamo che finalmente ti capiti tra le mani quella pentola di monete d’oro,” le dicevano scherzando.
       Mentre davanti si presenta compatto, come una lastra di marmo a strapiombo, da sopra, il monte Sorantri appare piuttosto un ammasso detritico. Forse la lingua del ghiacciaio che nella preistoria scendeva dalle alte montagne  retrostanti, s’era scontrata con uno spuntone di roccia troppo resistente, e vi aveva depositato attorno, in un cumulo, i massi che aveva trascinato a valle. Così si poteva spiegare anche l’originalità di quella parete rocciosa, che emergeva verticale in contrasto con le  forme morbide e rotondeggianti del monte.
       Ma, se in qualche modo era riuscita a darsi delle spiegazioni sulla originale conformazione del terreno, non riusciva invece a spiegarsi l’attrazione che sentiva per quel luogo. Avevano ragione le amiche, trovava sempre un motivo diverso per recarvisi. Ora era la terra per i gerani, altre volte i funghi, o semplicemente il desiderio d’una passeggiata, e in nessun altro luogo si sentiva di camminare a suo agio come nel bosco del Sorantri.
 Era forse il fatto che da lassù si dominava tutta la valle del Tagliamento, con il fiume che la segnalava insinuandosi  tra monte e monte, per perdersi in una fuga di quinte di verde che sembrava senza fine. Era forse l’atmosfera creata dal bosco che dai prati di Valdie, saliva lentamente fino a fare da cornice allo strapiombo dei “cretòns”, come veniva chiamato la roccia a  strapiombo. Era forse l’idea dell’insediamento celtico, nella suggestione che suscitva il pensiero che su quei sassi sui quali posava i  piedi, altri aveva posato i suoi,  già tante centinaia  d’anni prima.
       O erano forse tutte queste cose assieme. Tant’è che sul Sorantri lei ci andava spesso, ed anche quel giorno aveva deciso di tornarvi.
La giornata era afosa ed entrando nel fitto del bosco d’abeti, aveva sentito per contrasto come un brivido di freddo. O di paura?... Perché avrebbe dovuto avere paura, in un bosco vicino a casa, nel quale era già stata infinite volte? Eppure in quel brivido aveva provato la sensazione che quello era un giorno diverso, che il bosco era diverso, che l’aria che muoveva le fronde era diversa.  Stranamente, notò, non si sentiva nessun canto d’uccello!...
       Ma forse a quell’ora, (era ormai quasi mezzogiorno), era normale che gli uccelli non cantassero. Le altre volte probabilmente  non ci aveva fatto caso. Proseguì, riflettendo sulla stranezza dei pensieri che le stavano attraversando la mente. A sessant’anni paura del bosco!... Come quando bambina  vi andava con  la mamma, e la faceva sussultare un frusciare insolito delle fronde, o il rumore d’un ramo che si rompeva all’improvviso...
       Salendo, il bosco d’abeti lasciava il posto a quello di faggi. Prima il sole non riusciva a penetrare il fitto intrico dei rami delle conifere. Ora, nell’ordito con trame più larghe dei rami dei faggi, filatrava a tratti, macchiando il terreno  e il tronco degli alberi, con chiazze di luce intensa, in forte contrasto con l’ombra del bosco. Si intravedeva distintamente tra il fogliame la traccia della strada lastricata che a tornanti saliva la china. Sulla cima della montagna la vegetazione diradava ancora, e il sole entrava con forza tra gli alberi, che disegnavano  esili  ombre. Tra la vegetazione più rada si distinguevano nettamente quelli che, nell’interpretazione comune, avrebbero dovuto essere i resti dell’insediamento celtico.
       Si vedevano dei cumuli  di macerie, come se costruzioni di pietra a forma di trullo, fossero crollate su se stesse, oppure si distinguevano dei muretti  a secco di forma circolare, come se l’abitazione avesse avuto soltanto le fondamenta di pietra e il resto della costruzione, di legno o d’altro materiale deperibile, si fosse dissolto nel tempo.
       Si era seduta su uno di quei muretti, affaticata e stanca più di quanto la salita, nè lunga nè difficile, potesse giustificare. D’un tratto s’era sentita presa da un senso di vertigine ed ebbe la sensazione di stare per svenire.  Fu distolta dalla preoccupazione per  quel che le stava accadendo,  colpita dall’originalità dell’immagine del tronco  d’un faggio, in alto, proprio sulla cima del colle, immerso in una chiazza della luce intensa del sole d’agosto. Il legno più bianco degli altri, come fosse il tronco d’una betulla, pareva risplendere, riflettendo la luce del sole.. Si sentì mancare di nuovo, e allora il tronco più bianco degli altri prese ad animarsi ed a muoversi come fosse stato di nebbia, per trasformarsi poi, modellandosi lentamente, in una figura umana.
       Era una giovane donna, vestita d’una sorta di camice bianco, e con lei, come in un sogno, s’era vista intrattenersi a parlare, come avrebbe fatto con una donna qualsiasi incontrata per caso nel bosco.
       “Era da tempo,” diceva la ragazza vestita di bianco, “che attendevo qualcuno che mi riportasse a vivere nel suo pensiero.
       “Come, a rivivere nel pensiero?” aveva mormorato lei, imbarazzata per la confidenza con la quale le si rivolgeva quella strana ragazza, comparsa all’improvviso nel bosco, e per la stranezza dell’affermazione con la quale si era presentata. La scrutò con più attenzione, sforzandosi di cercare nella memoria  se le ricordasse qualcuno. Ma invano. Aveva i capelli biondi che le scendevano lunghi sulle spalle. Pallido  il viso come segnato da una grave malattia, con due profondi occhi azzurri. L’idea della malattia era confermata da quel camice bianco che la ricopriva tutta, non lasciando uscire neppure le mani ed i piedi. Non era però un camice di stoffa, sotto il quale si potesse immaginare un corpo, pareva  piuttosto che il camice fosse il corpo, come se la stoffa dell’abito e il  corpo si fossero fusi assieme.
       Sorrise. Un sorriso amaro, forzato, come quello dell’ammalato quando sorride per compiacere il visitatore, che ha cercato di dire una battuta di spirito.
       “Da tempo attendevo di poter rivivere con qualcuno la mia morte, per ritrovare pace nell’eternità”.
       Rivivere nel pensiero!. Rivivere la morte! Era per lei un linguaggio incomprensibile. Avrebbe dovuto chiedere spiegazioni, ma poi aveva pensato che avrebbe potuto capire qualcosa di più, se fosse riuscita ad  inquadrare l’immagine della donna  che le stava parlando.
       “Chi sei?”  le chiese.
       Non rispose direttamente, ma prese a raccontare la sua vita. Attraverso le sua parole, lei aveva avuto la sensazione di poter entrare, come per magia, nel suo pensiero, ed attraverso il pensiero rivivere quello che raccontava. Attorno a lei infatti non c’erano più i ruderi ma c’era veramente  il villaggio dei Celti.
Come aveva sospettato guardando altre volte i resti dell’insediamento celtico sul Sorantri, attorno a lei c’erano delle capanne interamente di pietra come dei trulli, altre avevano la stessa forma, ma erano  di legno ed avevano in pietra soltanto la base. Le prime, le fu spiegato, erano per i nobili guerrieri le altre per la gente comune.  Sembravano disposte senza un ordine ben preciso, a gradoni, dall’orlo dello strapiombo dei “cretons” fino su, alla cima del monte,  dove aveva visto l’albero bianco. Tutte avevano la porta rivolta  ad ovest, verso la montagna, e di fronte ad est,  avevano invece in alto una piccola finestrella dalla quale usciva il fumo del focolare, come si vede ancora nelle casere d’alta montagna.
       “La nostra religione”, aveva preso a dire la donna vestita di bianco, “prescriveva che ogni famiglia sacrificasse a Beleno, (così chiamavamo il sole  che adoravamo come Dio) la prima figlia”. Poi, o che avesse voluto andar oltre la parte più dolorosa del proprio ricordo, o che avesse pensato che l’interlocutrice non poteva seguirla, senza un minimo di contesto e di inquadramento storico, s’arrestò un momento per poi cambiare  discorso.
        “Come vedi,” riprese “ogni capanna ha una finestrella nella stessa posizione e nella stessa direzione. Serve a lasciare uscire il fumo del focolare, ma soprattutto serve a lasciare entrare, in tutte le abitazioni, allo stesso momento, il primo raggio del sole,  quando alla mattina  scende dal monte. Attorno a quel raggio, la famiglia si ritrova ogni giorno in preghiera, prima di iniziare la giornata. I giorni nei quali il sole resta coperto dalle nubi, lo si prega immaginandolo presente, come se il raggio entrasse egualmente.
       “Bella l’idea del sole che entra contemporaneamente in tutte le case,” l’aveva interrotta lei, “ma cosa voleva dire, sacrificare la prima figlia?” aveva aggiunto, turbata da quell’accenno a sacrifici umani.
       “Vedi laggiù”, aveva continuato l’apparizione, come se non avesse sentito la domanda “sull’orlo dello strapiombo, la prima capanna in muratura... Ha la porta come tutte le altre, ma sull’altra parete,  verso il vuoto, invece della finestra ha  un’altra  porta. Da lì ogni mattina  il  Druido, (così chiamavamo il sacerdote  del Dio Beleno), guardava sorgere il sole. Per i  comuni mortali, sarebbe stato sacrilego guardare il sole mentre sorgeva, spogliandosi dei vapori della notte, lo dovevamo ricevere nelle nostre capanne, quando vi entrava dalla finestra. O, se eravamo  in viaggio, lo dovevano ricevere nel bosco, quando aprendosi un pertugio tra le fronde degli alberi, riusciva a filtrare illuminando con i suoi raggi,  una chiazza del terreno.
       Il Druido invece lo guardava dalla porta che dava sullo strapiombo, e lo stavamo a sentire incantati quando ci raccontava che lo si vedeva salire con la velocità del lampo,  come una lama d’argento sulla corrente del fiume, per poi balzare invece, quando sembrava dovesse raggiungere la nostra valle, sulla cima del monte dietro al villaggio e da lì scendeva rapido, come una tendina di luce che pulisce e dissipa l’ultimo velo della notte. Al Druido soltanto era permesso vederlo, ed anche alle Laurisce le ragazze che si sacrificavano a lui, il giorno del sacrificio, prima di lasciarsi cadere  nel vuoto, in suo onore, al compimento del sedicesimo anno.
       Pur nel riserbo con il quale s’esprimeva la ragazza,  a proposito del sacrificio di queste Laurisce, a Maria pareva d’aver capito di cosa si trattasse  e non riuscì a trattenersi dall’esclamare:
       “ Come é possibile, una idea così barbara e crudele, in nome d’un Dio e d’una religione”.
       “ Non so, forse le credenze religiose hanno giustificazioni più profonde legate alla storia dei singoli popoli… Forse era un caso infatti, ma questa usanza faceva in modo che ci fosse un equilibrio nel villaggio tra maschi e femmine, e questo consentiva di mantenere la pace interna e di garantire lo sviluppo dell’insediamento. C’era quindi indubbiamente un motivo e un motivo anche profondo, ma a me, a dir il vero, le ragioni più o meno profonde interessavano ben poco. Come avrai capito, io ero la primogenita della mia famiglia, ero una Lauriscia. Da quando bambina avevo cominciato a capire che cosa fosse la vita e la morte, io sapevo che sarei dovuta morire al compimento del sedicesimo anno, perché questo comandava la nostra religione”.
       “E’ assurdo!”
       “Meno di quanto sembri, purtroppo, perché é assurdo solo ciò che è eccezionale, quando una cosa anche la più illogica, diventa consuetudine, perde ogni carattere di stranezza e viene accettata come normale. Non ero sola, eravamo in tante. Era quindi normale che ci fosse nel villaggio  un gruppo di ragazze diverse dalle altre, le une destinate a produrre figli, le altre destinate alla divinità”.
       “Ma come si può vivere pensando di dover morire?”
       Sorrise. “In effetti è la condizione normale per l’uomo, quella di dover morire. Ma il fatto di non conoscere il giorno e l’ora, fa sì che l’uomo  possa vivere nella presunzione d’essere eterno, dimenticandosi persino della possibilità della morte. Per noi era diverso. Sapevamo che all’alba del giorno del nostro sedicesimo compleanno, avremmo dovuto rinunciare a vivere, lasciandoci cadere dal Sorantri...”
       Si fermò come se stesse ripensando alle ultime parole che aveva detto, e infatti riprese poi a parlare, tornando sullo stesso concetto: “O meglio, avremmo dovuto cominciare a vivere, perché sapevamo che l’anima è immortale e che la morte ci apre le porte dell’eternità. Questa fede nell’immortalità dell’anima, giustificava e dava un senso anche al nostro sacrificio. O almeno avrebbe dovuto…”
       Il cerimoniale prevedeva, aveva continuato a raccontare la Lauriscia, che alla sera precedente la ragazza venisse portata nella capanna del Druido, sigillando la porta in modo che non potesse uscire se non attraverso il precipizio. Al posto del sacerdote, il giorno dopo avrebbe guardato sorgere il sole, e quando l’avesse visto venirle  incontro nella lama d’argento sul fiume, avrebbe dovuto correre verso di lui, lanciandosi nel vuoto. Il suo spirito sarebbe stato allora accolto dal Dio nella schiera delle sue angeli-valchirie, mentre il corpo si sarebbe disperso nel prato di Lauriscè. Così si chiamava (e si chiama ancora!) il prato ai piedi del precipizio, al quale a nessun essere umano, era permesso  di avvicinarsi.
       “Ma come potevate vivere sapendo che incombeva su voi questo destino?”.
       “A dir il vero, invece,  non vivevamo male. Eravamo delle privilegiate. Le nostre sorelle più piccole dovevano imparare a raccogliere la legna e i frutti del bosco, a portare al pascolo le greggi ed a cucinare la carne. Erano spesso punite. A noi era consentito ogni capriccio. Eravamo consacrate al Dio, nessuno ci poteva offendere, nessuno ci poteva costringere a fare qualcosa, eravamo libere di vivere a nostro piacimento...
       “Per dover morire!”
       “Come le altre. Come tutti. Il destino ha tuttavia fatto un dono all’uomo, quello di non poter conoscere l’ora della propria morte. A noi il Dio aveva sottratto anche questo dono...Così pensavo io, bestemmiando. Quello che ci era stato insegnato invece era diverso: nella morte, rinunciando al corpo, l’uomo conquista la possibilità di vivere nella felicità della luce”
“Che barbarie comunque costringere al sacrificio una ragazza!” aveva commentato  lei.
“Anch’io pensavo così non riuscendo a capire le motivazioni profonde delle tradizioni della mia gente. Ma sbagliavo...”
“Come sbagliavi?”
“Se te lo dico io che ero una Lauriscia! Sbagliavo, non credendo alla possibilità della vita eterna. In fondo è tutta qui la chiave del problema della vita. Quando io pensavo che a noi Laurisce era  stato tolto anche il dono di non sapere il momento della morte, consideravo evidentemente la morte una disgrazia: la perdita della vita. Ma se la mortalità per l’uomo è uno stato d’attesa dell’immortalità, porre fine anticipatamente all’attesa, non può essere considerata una disgrazia, non può essere un danno.”
“Sul piano filosofico...”
“Nella realtà. Perchè ci ostiniamo a confondere il giorno con la notte. Viviamo la notte della vita come animali notturni che temono l’arrivo del giorno. Arriviamo a pensare  sia terribile conoscere l’ora dell’alba.”
 “Ma resta comunque l’assurdo, rilevato anche da te, che nei confronti della divinità non ha senso sacrificare animali, e tanto meno giovani donne.”
“Il sacrificio però non è il gesto rituale del sacerdote che brucia l’animale,( ora lo so), ma il gesto dell’individuo che ha rinunciato a qualcosa a favore della divinità. La rinuncia fa sorgere e stabilisce un rapporto spirituale, e quindi diventa una preghiera. È il sacrificio della rinuncia che sale a Dio, non certo il fumo dell’animale che brucia. Il rito, evidenzia il trasformarsi della rinuncia in preghiera...”
“Non ci avevo pensato... ma comunque, i sacrifici umani...”
“Sono meno incomprensibili di quanto possa sembrare. Noi credevamo al rapporto individuale dell’uomo con Dio. L’individuo trova Dio dentro di sé e quindi non ha bisogno di segni esteriori per parlare con Dio. Portando alle estreme conseguenze il concetto, la religione impediva che si esteriorizzasse nella scrittura, qualsiasi cosa avesse a che vedere con la divinità.
 I Druidi giovani imparavano a memoria dai vecchi tutto quello che riguardava il rituale, e le più belle preghiere che i profeti del passato erano stati capaci di inventare. La mente del Druido diventava il vero libro di preghiere, ed anche noi Laurisce imparavamo dai Druidi. La nostra mente diventava il libro delle preghiere e delle invocazioni della nostra comunità. A noi, alla nostra mente che si librava nell’immortalità, era affidato il compito di portare alla divinità la preghiera della nostra comunità...”
       “Ma quindi, anche tu sei finita nel campo di Lauriscé?”.
       “No, avevo trasgredito alla prima regola della vita delle primogenite. Nella notte dei tempi, Dio aveva ordinato al primo della nostra stirpe: le prime figlie non conosceranno uomo perché saranno mie. Io invece avevo conosciuto un ragazzo. Con lui avevo conosciuto il piacere del corpo. E  non riuscivo più ad accettare l’idea che avrei dovuto rinunciarvi senza motivo, per lasciarlo sfracellare sulle rocce dei “cretòns”.
       “No! Durante la notte del sacrificio sono scappata. Non avevo paura del vuoto, non avevo paura della morte. Ero soltanto irritata per il nonsenso di quel gesto: un Dio non sa che farsene del corpo d’una giovane donna, pensavo, mentre il mio ragazzo sapeva come farlo fremere e vibrare di vita. E volli ribellarmi. Già un’altra, alcuni anni prima l’aveva fatto. Sapevo come sarei potuta finire. Ma il mio ragazzo aveva condiviso ed spronato la mia decisione. Forse in due, pensavamo, ce l’avremmo fatta a salvarci. Fu lui che mi aprì la porta della capanna del sacrificio, e fuggimmo insieme...”
       “Ero sicura che sarei stata più furba dell’altra Lauriscia, e non mi sarei lasciata riprendere. Certo! Avremmo dovuto vivere, come degli animali, lontano da tutti i villaggi, perché ovunque ed a tutti sarebbe stato comunicato il sacrilegio  che avevamo commesso. Eppure, anche soltanto come bestie, ci dicevamo, è sempre meglio essere che non essere. Anche il mio ragazzo, come me, non credeva più alla felicità della luce eterna! Anche il mio ragazzo, con me e per colpa mia, aveva confuso la notte con il giorno!...
       E invece ci hanno trovato, e ricondotti al villaggio”.
 Appena il Druido s’era accorto al mattino che i sigilli erano stata strappati, aveva dato l’allarme, e tutto il villaggio era corso a cercarli. L’avevano trovata dopo due giorni, e l’avevano bruciata viva, come diceva la loro legge, sul punto più alto del monte Sorantri, per espiare nel fuoco il  sacrilegio che aveva commesso.
“Ogni capanna dovette portare una fascina di legna, attorno al palo che era stato conficcato al culmine del monte, e si fece così un rogo, a forma di “mede”, i covoni di fieno che si vedono sui prati di montagna. Fummo legati al “medìli”, il palo centrale, e sopra di noi furono poste le fascine, accatastate le une sulle altre come trecce d’una grande bottiglia impagliata, in modo  che fossimo cancellati dalla vista della gente del villaggio. Poi quando avevano cominciato a scendere dal monte le prime ombre della notte, il Druido aveva appiccato il fuoco.
Mi pare ancora di sentire il crepitare delle fiamme e le urla di paura e di dolore del mio ragazzo, sento ancora l’acre odore del fumo che mi toglie il respiro, e le grida della folla, e poi il silenzio...Sono rivissuta e morta in tanti alberi cresciuti e morti, a partire dalle ceneri del falò, che aveva arso per tutta la notte sulla cima del monte, prima di trovare qualcuno cui poter raccontare la mia storia, per potermi purificare nel racconto.”
“Che barbarie!” aveva mormorato lei, e su questa parola si era riscossa. “Che barbarie” aveva ripetuto da sveglia, guardandosi attorno, stupita del sogno  così strano che aveva fatto, riprendendosi a fatica, come se il fumo del rogo avesse fatto perdere i sensi anche a lei.
Stupita guardava all’albero in alto immerso nel sole, ed al suo posto vedeva ancora, come nel sogno, il rogo. E i riflessi del sole, erano i riflessi delle lingue di fuoco, e il silenzio assoluto del mezzogiorno d’agosto sul Sorantri, era il silenzio che si era formato attorno alla morte, quando era entrata nel rogo.
        





















Cap. 2.
I celti.

Che  fosse qualcosa di più e di diverso da un sogno,  l’aveva subito pensato. Per come s’era addormentata, per la vivezza del ricordo, che le si era impresso nella mente anche nei dettagli più secondari, per le parole che ricordava, alla lettera, come una poesia mandata a memoria
       Se avesse raccontato a qualche amica  ciò che le era capitato, l’avrebbe presa in giro chissà per quanto tempo. Capitato? Vissuto? O solo sognato? Non riusciva veramente a rendersi conto,  non si ricordava mai dei sogni. Aveva letto che tutti sognano, ma mentre sua fratello alla mattina le raccontava fin nei minimi particolari le vicende che aveva vissuto  durante la notte, lei non si ricordava mai neppure d’aver sognato. A volte sì, aveva qualche ricordo, ma più che altro una sensazione, piuttosto che una precisa memoria  di aver vissuto dormendo una qualche situazione.
       E invece, del sogno fatto mentre s’era appisolata sul Sorantri, ricordava tutto, nei dettagli meno rilevanti. Non solo ricordava come si erano svolti i fatti, ma anche le sensazioni e le emozioni provate. Era come se veramente avesse vissuto l’incontro con Lauriscia.
       Con le amiche, no, non poteva parlare, anche perché non l’avrebbero capita. Ce n’era una con la quale andava perfettamente d’accordo, che la veniva ad aiutare per casa, che, dopo la morte del fratello, s’era fermata più volte a farle compagnia anche la notte. Tra loro sembrava ci fosse una intesa perfetta.  Ma era l’intesa sul come organizzarsi per stare assieme, l’intesa sul piano delle sensazioni e delle emozioni. L’intesa dei sentimenti era un’altra cosa. Questa intesa Maria s’era abituata a trovarla con sé, ad affinare e sublimare nel confronto con se stessa il proprio pensiero, e così non aveva mai avuto bisogno di parlare di sé con gli altri, e neppure con il fratello.
Ma questa volta era diverso! Questa volta sentiva l’urgenza e la necessità di parlare con qualcuno, di confidare ad altri quello che aveva visto, o creduto di vedere, sentito, a creduto di sentire. Ma con chi? La gente del paese la considerava già poco a posto, così sola in quella grande casa, tutta presa tra libri e fiori. Con il vecchio parroco? Nella migliore delle ipotesi l’avrebbe consigliata a far dire una messa per quell’anima dannata, con quel nome così strano, e così poco cristiano…

Il gioco delle coincidenze  aveva voluto che proprio quel giorno fosse passato a farle visita lui, Luciano. Maria lo conosceva  da molto tempo. Era stato un amico di famiglia ed era diventato un suo amico. Era stato l’assistente di suo fratello, quando  faceva il primario in ospedale.  Morto l’amico, Luciano aveva mantenuto il rapporto con la sorella, alla quale faceva visita spesso. Si fermava con lei a pranzo o a cena, e finivano sempre a parlare di quando c’era anche “lui”, di come era morto, ancor troppo giovane in un incidente d’auto, di come era bravo, di come era generoso.
       In verità, dire che Maria viveva sola, era  inesatto. Con lei, ad ogni effetto, c’era ancora il fratello, anche se era morto da oltre un anno. Lo si incontrava nelle stanze, rinchiuso nelle antiche  librerie piene di vecchi libri di medicina, lo si incontrava nei mobili e negli oggetti che si finiva sempre per scoprire che erano stati acquistati da lui, lo si incontrava negli alberi  del giardino, che erano tutti stati piantati da lui.
       “Con le sue mani!”  Perché il fratello, che nel giudizio della gente, sembrava così distaccato dalla realtà e dal mondo,  sapeva invece, a suo dire, essere ad un tempo  uomo di pensiero e di azione, amava i libri, ma anche la casa, sentiva il piacere di star solo a riflettere, ma anche quello di lasciare un segno nelle cose che lo attorniavano.
 E i segni che aveva lasciato, si ritrovavano dappertutto nella casa. Poi, quando arrivava Luciano, attraverso quei segni, come se fosse stato rievocato,  sembrava emergere di nuovo dalla memoria,  irrompere di nuovo dalle cose, e riprendersi le stanze, la corte, il giardino. Non si parlava che di lui...
Questa volta però,  appena aveva visto arrivare Luciano, Maria si era  subito detta che il tema dell’incontro avrebbe dovuto essere un altro. Le coincidenze le avevano fatto incontrare la persona ideale, per dare risposta al  suo bisogno di confrontarsi con qualcuno. La persona a cui avrebbe dovuto pensare da subito per confidarsi, ed alla quale invece, stranamente, non aveva pensato, si era presentata di sua iniziativa. Avrebbe voluto confidargli immediatamente il suo segreto, ma non era facile. Da un lato sentiva il bisogno di parlare, dall’altro voleva trovare il modo di entrare nel discorso come per caso, per non far trasparire nelle sue parole, la preoccupazione che aveva lasciato in lei quel sogno. 
       Era un amico, certamente. Ma era poi sicura che anche Luciano non l’avrebbe presa in giro? Soprattutto se non fosse riuscita a dar l’impressione che gli faceva il racconto di quel sogno, così tanto per dire qualcosa, per riempire il discorso? Come l’avrebbe giudicata se si fosse accorto invece che quel sogno (che forse era qualcosa di più che un sogno!) invece l’aveva profondamente turbata?
       Finito il pranzo, si erano messi  a chiacchierare nel giardino. Parlavano, come al solito, del fratello. Maria capiva che doveva approfittare di quei minuti prima che l’amico decidesse di ripartire...
       “Era anche un po’ psicologo e in un certo senso psicoterapeuta” disse lei.
       “Certo! Diceva che il bravo medico deve prima di tutto capire il paziente, metterlo nelle condizioni di confidarsi, farsi raccontare tutto di lui e non solo i fatti, ma anche i sogni...
       “A proposito di sogni, lo interruppe, cogliendo il riferimento di quella parola, per portalo finalmente al discorso che voleva introdurre, te ne posso raccontare uno strano, che ho fatto in questi giorni?” 
       “Certo!” disse lui, per cortesia, o forse anche lieto che finalmente si potesse cambiare argomento. “Ma non mi hai sempre detto di non aver sogni da raccontare?”
       “In effetti! Già questa è una stranezza... che me lo ricordi... ma poi anche come mi sono addormentata...”
       Aveva  così  preso a raccontare all’amico della passeggiata sul Sorantri, di come si era addormentata (mentre non le era mai capitato prima di addormentarsi in giro per la campagna) di quello che aveva sognato, con un ricordo così lucido e vivo, anche nei particolari insignificanti, di come si era svegliata,  con negli occhi l’immagine di quel rogo originale.
       Aveva parlato fissando l’erba del prato come per concentrarsi meglio nel ricordo e per non lasciarsi distrarre dallo sguardo (che immaginava svogliato e forse anche  irridente) dell’amico. Ma alla fine invece di stare ad attendere il suo commento, invece di fermarsi al racconto, s’era lasciata andare ad esclamazioni che facevano capire quanto fosse  coinvolta emotivamente in quel che aveva raccontato  e persino ad affermare che si era trattato di qualcosa di più che un sogno. Ed ora lui le stava chiedendo che cosa potesse essere più di un sogno…
Comunque non rideva. Non commentava scherzando la stranezza del sogno. Anzi anche lui s’era lasciato andare a commenti che dimostravano l’interesse con cui aveva seguito il racconto. Ed ora, alzando finalmente la testa, aveva incrociato lo sguardo di lui e  le era parso preoccupato. La  guardava  in silenzio, come sorpreso.
“Sembra quasi che ti abbia impressionato” disse lei alla fine, per riportarlo al racconto e per rompere l’imbarazzo del silenzio nel quale erano finiti dopo la domanda “cosa intendi dire con più di un sogno?” alla quale in verità lei  non avrebbe saputo dare una risposta..
“Non ne capisco molto di sogni” disse infine lui, dopo altri momenti di pausa silenziosa. “Ma, hai raccontato con una partecipazione così intensa, da coinvolgermi al punto di a rivivere la scena. Anche a me pare d’avere davanti agli occhi l’immagine  del rogo. Ed in effetti hai ragione, il tuo è senza dubbio un sogno molto strano”.
Era stato sorpreso dalla originalità del contenuto, ma anche dalla originalità del modo di raccontare. Di solito si racconta in terza persona, Maria invece aveva alternato il discorso indiretto a quello diretto, arrivando a ripetere i dialoghi del sogno, come se la protagonista fosse un'altra, come se avesse vissuto il sogno da spettatrice.
“Cosa sai tu dei Celti” le chiese infine, dopo essersi fermato ancora a pensare, in silenzio.
“Poco o nulla purtroppo!” rispose. “E anche questo stranamente,” aggiunse “perché in effetti tutte le volte che andavo a passeggiare nel bosco dove sono rimasti i segni della loro presenza (almeno così si ritiene), mi ripromettevo poi di prendermi qualche libro per studiare la loro storia e conoscere qualcosa sui loro costumi, sul loro modo di vivere e sulla loro cultura. E invece mi sono sempre dimenticata... Da ieri ho sentito ancora più vivo il rimorso per questa dimenticanza e per questa ignoranza.
Non si può abitare a poca distanza dai resti di un villaggio preistorico, senza sentire la necessità di chiedersi chi fossero,  che cosa abbiano fatto e come siano vissuti quelli che hanno abitato la nostra valle tanti secoli prima di noi! Ma purtroppo  é andata così...
 Prima o poi, dovrò leggere qualcosa al loro riguardo, ma, per il momento so soltanto che erano gli abitanti delle nostre montagne, prima dell’arrivo dei conquistatori romani, e che erano della tribù dei Carni, da cui il nome di Carnia rimasto al nostro comprensorio”
“Hai detto che nel sogno la ragazza incontrata...” prese ad interrogarla. “A proposito, come si chiamava?”
“Lauriscia”
“Da dove puoi aver ricavato un tale nome”.
“Me lo sono chiesto anch’io, e mi sono ricordata che c’è un terreno vicino al paese, che si chiama Lauriscè. Lo stesso nome che nel sogno portava il campo ai piedi dello strapiombo.”
“Ma come puoi esserti inventata un nome così originale, solo perché esiste una località  che si chiama Lauriscè... Ma soprattutto questa idea del sacrificio delle primogenite... E poi il fatto che ti abbia detto che credeva nell’immortalità dell’anima...”
“Ricordo distintamente che così mi ha detto”.
“Ma tu, per qualche strana reminiscenza potevi sapere che i Celti credevano nell’immortalità dell’anima?”
“Assolutamente no! Come non lo so ancora. Perché tu cosa ne sai?”
Alla domanda Luciano si fermò ancora soprappensiero. Se Maria era presa dalla necessità di darsi una spiegazione del proprio sogno. Lui da alcuni mesi ormai era preso dal pensiero delle coincidenze. A volte sembra che attorno a noi sia stata stesa una ragnatela di situazioni impreviste, di coincidenze casuali. Crediamo di essere liberi di poterci muovere e invece siamo obbligati a correre sui fili delle ragnatele, per arrivare all’incontro con altre nuove coincidenze determinanti e condizionanti lo sviluppo successivo della nostra vita.
Una formica stava salendo sui suoi pantaloni. Aveva già superato il tratto più esposto, e stava avanzando veloce nel tratto pianeggiante, sulla coscia. Dove andava? Perché con tutto il prato a disposizione s’era spinta lontano dalle altre, sui pantaloni che non aveva mai visto prima? La stava aspettando con l’indice piegato contro il pollice, pronto a scattare come una balestra, che avrebbe proiettato lontano e ucciso la formica impertinente, e quella continuava ad avanzare imperterrita verso la coincidenza che l’avrebbe annullata.
“Perché?” mormorò, lasciando partire l’indice per lanciare la formica a qualche metro di distanza.
“Perché, che cosa?”
“Ah, nulla..”
“Quest’anno il giardino è  pieno di formiche”
“Devono vivere anche loro!” Era solo un modo di dire, e i modi di dire contrastano spesso con ciò che veramente si fa. Se devono vivere anche loro, perché ne aveva appena ammazzata una?…
“Ti ho chiesto che cosa conosci dei Celti?”
“Appunto, anche i Celti sono una coincidenza,” rispose lui, ripiegando sul pensiero che attraversava la sua mente, prima che la formica lo facesse divagare.
“Parli per enigmi?” riprese lei, seccata. Non c’era nulla di enigmatico in quello che aveva detto, a parte il fatto che i pensieri  a volte seguono dei loro percorsi in libertà.
“Scusami, anch’io non ne sapevo niente fino a pochi mesi fa... poi per caso m’è venuto uno stimolo ad approfondire...”
“Che stimolo?”
“Un giorno, quasi un anno fa, una donna  del mio paese, un’amica d’infanzia,  mi ha raccontato un sogno ancora più fantastico del tuo, che però, ora che ci penso, ha delle sconcertanti  analogie con il tuo racconto. E poco tempo fa me ne è stato raccontato un altro, con richiami che mi sembrano ancora più espliciti al tuo. E infine anch’io, che non  sogno mai, sono finito a sognare…”
“Quali analogie? Quali richiami?”
“Anche se non faceva espressamente riferimento al nome, quando mi è stato raccontato il  primo sogno, ho pensato  si riferisse ai Celti. La cosa mi ha incuriosito e mi sono messo a leggere tutto quello che ho trovato scritto sulla storia e sulla cultura di questo popolo”.
“Ma io ero andata a passeggiare proprio nel villaggio dei Celti”
“Appunto. E hai anche una istruzione che ti consente di sapere che queste montagne sono state abitate dai Celti. Le mie amiche di infanzia invece, al   mio paese,  hanno fatto soltanto le elementari... Come era vestita la tua Lauriscia?”
“Non lo so. Non ne ho idea. Ti ho parlato d’un camice, ma in effetti forse è più giusto dire che ricordo il suo corpo come una macchia bianca, un batuffolo di cotone o di nebbia. Anche a me è parso strano di avere un ricordo dettagliato dell’ambiente, del villaggio e delle capanne, mentre della protagonista ricordo solo l’espressione del viso, o più esattamente, solo l’espressione degli occhi.
Sforzando la memoria, invece che trovare l’associazione tra la voce e l’immagine, finisco al contrario per pensare d’aver colto nell’aria sguardi e parole, e d’averle associate istintivamente e casualmente  all’idea d’una ragazza. E’ assurdo  mi ricordi che era una ragazza, senza ricordare come fosse fatta, quali lineamenti avesse,  come fosse vestita”
“Certo! Ma ciò che più  mi sorprende del tuo racconto, è il riferimento all’immortalità dell’anima. E’ stata anche per me una sorprendente scoperta nei miei studi sulla filosofia dei Celti. Forse è stata la cosa che più mi ha colpito su questi nostri antenati. Eppure anche Cesare nel De Bello Gallico è esplicito: “Il principale loro insegnamento è l’immortalità dell’anima”. In  precedenza non l’avrei in nessun modo potuto immaginare. Il fatto che tu abbia avuto attraverso  un sogno la rivelazione che a me è venuta dalla lettura dei libri, mi lascia perplesso e sconcertato”.
“E sulla barbara usanza di costringere al suicidio le primogenite, hai avuto qualche riscontro?”
“In verità, mi sono fatta l’idea che i Celti, chiamati “barbari” dai romani,  avessero una concezione della vita ed una filosofia, in qualche modo più evoluta di quella dei conquistatori. Tuttavia è storicamente provato che facessero dei sacrifici umani agli dei, ed a questo potrebbe quindi in qualche modo richiamarsi il tuo sogno. Anche se, va aggiunto, avvicinandosi a questo popolo non si può mai dimenticare  che la diversità più profonda con i popoli latini, sta forse proprio nella diversa concezione della vita e della morte, per cui per loro poteva risultare logico, (come appunto nel sogno ti avrebbe detto la tua Lauriscia), ciò che a noi sembra assurdo”.
“Da dove mi può essere venuta una idea così bizzarra?”
“Bizzarra non direi, perché anche lo storico Jan de Vries, afferma, pur senza citare le fonti, che “il sacrificio dei primogeniti costituiva probabilmente il mezzo per placare le potenze degli inferi”. D’altra parte  anche il falò che descrivi, da un lato richiama la citazione di Cesare quando scrive che, alcune tribù galliche costruivano dei panieri di vimini a forma di uomo e dopo avervi messo dentro la vittima, li incendiavano, dall’altro è un evidente riferimento all’usanza, ancora presente in Friuli, di accendere la notte dell’Epifania dei falò molto simili a quello che tu hai descritto come il rogo di Lauriscia.
Comunque se vuoi  capirne qualcosa di più, credo sia necessario tu sappia qualcosa di più anche sulla storia dei  Celti.”
Luciano prese così a riassumerle ciò che, attraverso tante letture, aveva ricavato ed era riuscito a ricostruire, pur senza alcuna presunzione di scientificità, sulla storia del popolo dei Carni.

Dallo stesso ceppo indoeuropeo, stanziato attorno al mar Caspio, si erano staccate diverse genti che, separate e senza contatti tra loro, avevano sviluppato diverse culture. La corrente greco-latina si era stabilita sul Mediterraneo, mentre quella celtica aveva occupato l’Europa centrale.
Nella fase iniziale di sviluppo, per centinaia d’anni  le due civiltà non avevano avuto  contatti. Nella fase successiva di espansione, muovendosi gli uni verso nord e gli altri verso sud, erano finiti per  entrare obbligatoriamente in contatto e conseguentemente in conflitto.
Come si sa alla fine ebbero la meglio quelli che provenivano dal sud, e come d’uso,  i vincitori hanno  scritto anche la storia dei vinti, per cui  la nostra storia, la storia dei romani,  registra i Celti come “barbari”.
La storia dei vincitori mette di solito in evidenza anche la forza dei vinti, non fosse altro  per sottolineare la grandezza, ed il merito della propria vittoria. Così tutti hanno studiato di Roma invasa da quelli che i Greci chiamavano Keltoi e che invece i romani nella loro lingua chiamavano Galli, guidati dal feroce Brenno. Nella sede del Senato, a Palazzo Madama, campeggia il quadro del senatore Papirio offeso da un celta che gli tira la barba, e famosa è rimasta la battuta di Brenno “Vae victis, guai ai vinti” che i romani dimostreranno d’aver imparato alla perfezione per poterla ripetere in ogni parte d’Europa e del Mediterraneo.
A occidente i Celti cisalpini avevano occupato gran parte del Piemonte e della Lombardia, e i Cispadani oltrepassando il Po si erano insediati nell’attuale Emilia Romagna. Ad oriente invece, la loro calata è stata bloccata dai Veneti, e i Carni, la tribù più avanzata, aveva dovuto  limitarsi all’occupazione delle alpi e delle  prealpi carniche e del Carso, fino al  “vicus carnorum – villaggio carnico” di Trieste.
Stanziati sulle montagne, non avevano avuto modo  di scontrarsi con i Romani se non quando questi avevano deciso  l’occupazione del Norico, l’attuale Germania, e avevano dovuto quindi  assicurare la viabilità di collegamento attraverso i passi alpini, ed in particolare attraverso il passo di Monte Croce  sulle alpi carniche.
Nel frattempo i Romani, mescolando sapientemente armi e diplomazia,  erano venuti già a patti con i Celti transalpini insediati nell’Austria attuale. Li avevano convinti a rientrare nelle loro sedi, una prima volta quando questi avevano invaso la pianura friulana, ponendo un caposaldo sul colle di Medea, a poca distanza da Aquileia.  Successivamente avevano anche accettato che si stabilissero a coltivare la pianura friulana, fino ad allora pressoché deserta. Poi a seguito d’una rivolta di questi primi celti, importati in Friuli dall’Austria, ai tempi dell’imperatore Tiberio, “il fiore della gioventù carnica fu levato dalle montagne e tradotto ad abitare nel piano”.
I celti-carni furono così utilizzati dai romani per tenere sotto controllo i cugini friulani celti-transalpini, importati da oltralpe! Comunque pur nella diversità tra Carni e transalpini-friulani, che tuttora rimane, (nella distinzione che i carnici  tendono sempre a marcare nei confronti dei friulani) i Celti svilupparono in seguito, tra il Tagliamento e l’Isonzo, una loro civiltà con una autonomia anche linguistica, che rimase, malgrado e oltre l’occupazione romana.
 Sulle montagne gli insediamenti celtici continuarono a convivere con i nuovi  insediamenti fondati dai conquistatori, come Julium Carnicum oggi Zuglio, ma i Celti non si assimilarono mai ai conquistatori latini, tant’è che rimane ancora viva una lingua, quella friulana, che ha grandi affinità  con il francese, la lingua della Gallia.
 Come ricorda lo scrittore Tito Maniacco: “E’ certo che lo strato gallico che sta alla base della parlata friulana è rimasto uno degli elementi costitutivi della fisionomia linguistica e culturale del Friuli”.

Maria lo stava ad ascoltare senza avere il coraggio di interromperlo. Forse il localismo campanilistico l’aveva anche portato a delle interpretazioni che andavano al di là di quello che era consentito dedurre dall’esame critico delle poche fonti storiche a disposizione, ma se anche avesse avuto le conoscenze necessarie per confutarlo, non era certo la verità storica  che le interessava in quel momento. Più che di conoscere i Celti lei sentiva la necessità e l’urgenza di darsi una spiegazione del suo sogno. Doveva trovare il modo di liberarsi dell’idea di Lauriscia e della sua orribile morte, per evitare d’essere turbata dal riaffiorare continuo nella sua mente delle immagini del sogno.
“Interessante!” lo interruppe infine “anche se deve essere la prima volta che ad una richiesta di interpretazione di un sogno, si risponde con una pagina di storia”.
“Era per farti capire il contesto”, obiettò Luciano risentito alla provocazione.
“Certo, l’ho capito e ti ringrazio. Non essere così suscettibile. Ma, capirai, mi hai parlato di analogie con altri sogni di altra gente, e la cosa al momento mi interessa più della storia dei Celti”.
“Già, capisco, ma non ti ho fatto la storia per sfoggiare la mia cultura. Come ti ho detto, anch’io ho cercato di risalire alla storia, proprio per capire dei sogni”.
Maria si sentiva più interessata ai riferimenti e alle analogie degli altri racconti che alla storia. Non sapeva tuttavia che i racconti che le avrebbe fatto l’amico  erano destinati ad aumentare ed approfondire, invece che a sciogliere, il suo turbamento.





















































Cap. 3

Mede


Da bambino, al paese dove era nato, era stato amico intimo d’un’altra Maria. Vicini di casa, ambedue senza fratelli,  avevano sviluppato un legame d’amicizia molto stretto e sentito. Dicevano tutti che sembravano come fratello e sorella. Lui era il figlio della maestra, lei era figlia di contadini. Ma per i bambini le differenze sociali non contano. Anzi  quando non sapeva come passare le giornate d’estate, per lui era un piacere andare ad aiutarla nei prati a raccogliere il fieno, assisterla mentre alla sera accudiva alle bestie. Poi, dopo le elementari, lui  era stato messo in collegio per proseguire gli studi, lei li aveva interrotti, per dedicarsi a tempo pieno all’azienda agricola familiare. 
“Tu te ne sei andato. Per te s’apriva la possibilità di vedere il mondo. Per me invece…” così aveva preso a raccontargli una sera, l’estate precedente, seduti sul muretto sul quale erano soliti fermarsi a parlare da bambini. Come se la loro storia nel suo moto circolare fosse tornata al muretto dell’infanzia.
Per lei s’apriva invece, aveva continuato, la prospettiva ristretta della vita d’un piccolo paese di montagna. La monotonia del ripetersi dei giorni, sempre uguali, con i ritmi modificati appena al cambiare dei  tempi del sole, veniva rotta soltanto dalla possibilità di frequentare la chiesa, dove il vecchio parroco la faceva fantasticare raccontando le   avventure dei santi e dei martiri.
Altro diversivo era il racconto delle leggende. Alla sera   si incontravano nella stalla di qualcuno del paese, a rotazione. Riscaldandosi  al calore degli animali e lavorando la lana, le vecchie raccontavano storie ancora più fantasiose di quelle dei santi. Erano di solito storie di demoni e di dannati, di diavoli e di streghe. Quelle del prete parlavano di speranza, quelle delle vecchie ricostruivano scene di vita segnate soltanto dalla paura e dalla sofferenza.  Lei che pur seguiva con attenzione anche le vicende edificanti narrate dal parroco, si sentiva attratta ed affascinata da quelle raccontate dalle nonne.        
Quando poi, nel buio della notte, doveva rientrare a casa da sola,  correva terrorizzata, credendo di sentire il respiro affannoso, il rantolo disperato di quei morti, di quei dannati, che, nei racconti, non riuscivano mai a trovare pace nel cimitero e s’aggiravano cercando sollievo tra le case dei vivi.
Una di quelle storie di dannati era entrata a far parte della sua vita, diventando  un elemento del proprio modo di essere e di sentire.
Tutte le famiglie in paese avevano un soprannome, la sua si chiamava, la famiglia della Mede. Nella lingua friulana la “mede” è quel grande covone di fieno che i contadini costruiscono quando il fienile non ha sufficiente capienza, o nel quale  si raccoglie il fieno d’alta montagna per poterlo portare a valle a primavera, quando c’è meno lavoro. Come per altri in paese, il nome della famiglia era poi diventato il suo nome, da “Maria da mede” era diventata soltanto “Mede”.
 Mentre la gente prendeva  a chiamarla in quel modo, in lei s’era come sviluppata una sorta di identificazione con quel nome   e con la costruzione alla quale il termine si riferiva, al punto da sentirsi  attratta ed in un certo modo magicamente  coinvolta nella scena, quando partecipava alla costruzione d’una nuova “mède”.
 Seguiva le varie fasi,  affascinata, come davanti a un  rito magico nel quale era stata appunto, suo malgrado, in qualche modo implicata. E c’era in effetti qualcosa di rituale e di magico nel ripetersi di quella  scena. Qualcosa che lei finiva indirettamente per sottolineare, riportando nel racconto  a Luciano tutti i particolari anche i più secondari d’una episodio che egli evocava a fatica nella memoria, ricomponendo i brandelli dei ricordi dell’infanzia al paese.
“Tu eri il figlio della maestra, non ti ricordi certo come si faceva”.
Ricordava invece, seppure a fatica, ora che il racconto lo riportava ai giorni dell’infanzia al paese.
      
Per assicurarne la stabilità, continuava lei, ricostruendo la scena nei minimi particolari, suo padre tagliava, nel bosco vicino, un albero alto e sottile. Ne infilava una estremità in una buca che aveva scavato nel luogo destinato alla realizzazione della “mede”. Facendosi aiutare da sua madre, rizzava il palo, che prendeva il nome di “medìli”, poi mentre lei lo teneva fermo, infilava nella buca alcuni sassi che batteva con la  mazza di ferro,  finchè sua madre gli confermava che il palo aveva raggiunto una sufficiente stabilità.
Il rituale prevedeva pure che anche lui controllasse la stabilità del medìli, trovandola evidentemente inadeguata, il che gli dava la possibilità di aggiungere a commento qualche imprecazione rivolta alla moglie, mescolata con altre rivolte al padreterno, come se fossero effettivamente le parole magiche del rito. Batteva allora  ancora qualche colpo di mazza, per constatare infine  che tutto era a posto.
Come base per il covone, lasciando al centro il palo, veniva realizzato un   quadrato  di circa due metri di lato,  formato con quattro tronchi non molto grossi che si incrociavano ai lati, dove poggiavano su dei paletti a forca, infilati nel terreno.
Si portava in questo modo a livello  il sistema della base , anche se il luogo prescelto per la “mede” era di solito in pendenza. L’impiantito  veniva completato con  un traliccio di frasche per   staccare il fieno dal suolo, in modo che non marcisse a causa dell’umidità del terreno.
Aveva quindi inizio la costruzione. Tutt’intorno, assieme a sua madre, altre donne ed uomini venuti in aiuto,  raccoglievano il fieno con la forca e lo gettavano in alto contro il palo, con uno sforzo sempre maggiore, man mano che la costruzione s’elevava. Dovevano fare attenzione a non inforcare suo padre che, tenendosi con una mano al palo, con l’altra sistemava il fieno che gli veniva lanciato, calpestandolo poi con  i piedi, per farlo assestare, mentre girava in tondo. La necessità di lanciare il fieno davanti a suo padre che girava attorno al palo, imponeva l’ordine con il quale quelli a terra sollevavano la forca piena di fieno,  e dava a tutta la scena quell’idea  d’ordine e d’armonia, per la quale le pareva veramente d’assistere a un rito.
Suo padre lassù che girava pestando il fieno, poteva ben essere un mago o uno stregone  impegnato in un qualche rito. Il  fatto che non la smettesse un momento di criticare perché, a suo dire, facevano sempre i lanci al momento o nel posto sbagliato, accompagnando ogni parola con una bestemmia, poteva anche far  pensare si trattasse di  un rito satanico.
Dovendo chiudersi il covone a punta, perché la pioggia potesse scolare senza penetrare nel fieno, il piano di calpestio di suo padre diventava sempre più stretto: e più il lavoro si complicava, più aumentava l’intensità delle imprecazioni e delle bestemmie. Infine, sigillata la “mede”  con una treccia di fieno, posta ad anello attorno al palo,  suo padre scendeva, aiutato  da qualcuno  che gli sorreggeva la scala.
Non restava che contemplare il capolavoro! La mede doveva avere la forma di anfora, stretta alla base, doveva aprirsi rapidamente nella pancia, per poi andare rastremando più lentamente e chiudersi a punta. Da tutte le parti, armonicamente, doveva avere le stesse proporzioni. La  prima parte della cerimonia si chiudeva sempre con le parole di autocompiacimento di suo padre. La comitiva che aveva partecipato alla realizzazione dell’opera, si radunava quindi all’ombra d’un albero, dove sua madre traeva dalla gerla un involto fatto con un tovagliolo annodato. Slacciava i nodi, aprendo sul terreno il tovagliolo, e come d’incanto si trovavano di fronte ad una mensa imbandita: c’era tanta polenta, un po’ di formaggio, ed anche del salame che veniva riservato per le occasioni importanti. E quella della “mede” era una occasione straordinaria,  tant’è che c’era sempre anche una bottiglia di vino.
Si sarebbero  potute anticipare a memoria anche  le parole che si sarebbero dette, perché la merenda sotto l’albero, guardando il capolavoro appena realizzato, pareva costituire la seconda  parte del rito, e come nei riti, le parole usate non potevano non  essere  quelle degli anni precedenti, della tradizione.
“Ho la gola secca,” cominciava suo padre, “ perché lassù il pulviscolo del fieno  ti entra da tutte le parti, e non solo dalla bocca e dalle narici,  ma persino dai pori della pelle. E ti viene una sete!..”
“Per te, per bere, c’è sempre una scusa buona,” commentava sua madre.
“Ecco!” replicava allora suo padre, andando di nuovo su tutte le furie, “non si può vivere con una donna che ti dà dell’ubriacone, perché senti la necessità, dopo una fatica del genere, di  un bicchiere di vino”. Continuava poi con una cascata di improperi rivolti a sua madre, finché qualcuno riusciva a farlo smettere. Si proseguiva allora parlando di come, immancabilmente, l’andamento del tempo fosse così stranamente diverso rispetto a quello degli anni precedenti, ricordando come e dove s’erano incontrati  gli altri anni  per la cerimonia della “mede”.
Suo padre ritornava poi più e più volte a sottolineare la sua perizia perché, a suo dire,  il lavoro era d’una estrema complessità  ed anche d’una grande pericolosità.  Per ribadire la difficoltà, come un salmo dei morti che termina sempre in requiem, anche quello di suo padre finiva immancabilmente  con il racconto della storia di Rinaldo il  dannato della “mede”.

Rinaldo da Mede, era un loro antenato. Ma quanto antenato? Secondo suo nonno, era di molte generazioni prima, dei tempi dell’Inquisizione, di quando ancora la Chiesa non era riuscita ad eliminare le streghe, come precisava lui. Il soprannome stava proprio a sottolineare la sua grande abilità nel costruire questi covoni. Da lui, probabilmente,  era venuto il soprannome alla famiglia.
Rinaldo appunto, diceva suo padre,  aveva appena finito di costruire una “mede” sui prati d’alta montagna. Invece di attendere la scala, realizzato l’anello  di fieno che completava la costruzione, per scendere a terra, s’era  lasciato scivolare sul fianco della costruzione.
“Quando si dice il destino!” commentava sempre  suo padre “ non aveva per caso sua moglie  lasciato accostato alla mede, un rastrello con il manico in aria? E il rastrello non era esattamente nel punto dove Rinaldo aveva deciso di lasciarsi scivolare?”
“Gli entrò da dietro e gli uscì dalla bocca.” Ripeteva ogni anno suo padre. “S’insaccò a terra con un urlo disumano. Poi l’uomo e il rastrello si rovesciarono a terra.  Rinaldo restò lì, con il rastrello sotto il sedere, come si vi si fosse seduto sopra inavvertitamente, mentre il manico gli usciva dalla bocca, sporco del sangue che continuava a scorrere a rivoli. La moglie s’era messa a chiamare aiuto, con quanto fiato aveva in gola. Ma quando erano arrivati finalmente  quelli dei prati vicino, non avevano potuto  che constatare la sua morte.”
Il modo di raccontare di suo padre, a mozziconi, quasi dovesse prendere fiato ad ogni frase, per sottolineare la gravità di quanto veniva dicendo , faceva sì che gli altri stessero ad ascoltare attoniti, come  si fosse trattato della narrazione d’un fatto appena avvenuto, e non d’un racconto sentito per l’ennesima volta. “Dicono,” aggiungeva suo padre, a mo’ di conclusione “che ancora nelle notti di luna, su in montagna si senta  quell’urlo straziante, e qualcuno ha raccontato anche, d’aver visto di notte nonno Rinaldo che gira ancora da quelle parti senza pace.”
 Poi,  infine, a mo’ di battuta finale, sghignazzando aggiungeva: “Qualcuno ritiene che il suo tormento sia nato, quando S.Pietro gli ha rivelato che il rastrello non era lì per caso.. “
“Sei sempre il solito!” chiudeva la madre, sempre con la stessa frase, come con l’amen” si chiude sempre anche il “requiem”.


Nel suo racconto Maria sottolineava d’aver sentito ripetere questa storia infinite volte,  di essersi subito sentita  coinvolta  e di essere rimasta in certo senso affascinata, come se il soprannome che le era stato dato  istituisse un rapporto particolare tra lei e il suo antenato Rinaldo. Già la prima volta che aveva ascoltato il racconto, s’era trovata a fare  un sogno  dal quale aveva avuto   la conferma dello strano rapporto che aveva avvertito istintivamente realizzarsi tra lei,  quella costruzione di fieno, e il racconto della morte di Rinaldo.
Anche nel sogno era in corso la costruzione della “mede”. Non era però suo padre  che calpestava il fieno, ma lei bambina. Si muoveva quasi a ritmo di danza, come quando si divertiva a saltare in cortile, facendo volteggiare la corda. E come se stessero danzando attorno a lei, anche gli uomini con le forche, continuavano a gettare in alto il fieno senza mai fermarsi. Poi il movimento cominciava ad accelerare, a svilupparsi  sempre più veloce, fino a farsi frenetico, a diventare un vortice.
 Come personaggi di una giostra impazzita, gli uomini attorno si muovevano alzando le forche verso l’alto, con movimenti bruschi e cadenzati. Un mulinello di fieno avvolgeva la “mede”, che ruotava attorno al palo centrale  come presa in un vortice. Ad un certo punto  lei,  aggrappata al  palo, non riusciva più a resistere alla spinta centrifuga di quel turbinio vorticoso,  era così costretta a lasciarsi scivolare, e si ritrovava  come Rinaldo con il manico del rastrello che le fuoriusciva dalla bocca. Con quell’asta, si sentiva  come trasformata  in uno strano uccello, dal becco troppo sottile e troppo lungo.
Il sogno si era ripetuto poi tante volte ed ogni volta si era svegliata di soprassalto con l’incubo di quell’asta in bocca. Ma, da sveglia,  mentre la sua ansia s’acquietava, nella  constatazione che  s’era trattato soltanto d’un sogno, allo stesso tempo, prendeva corpo a poco a poco  in lei la sensazione  di non essere sola nella stanza. Sentiva una presenza, come un alito di vento, passare sulle pareti, sfiorare il letto, accarezzarle il viso.
La prima volta aveva avuto paura ma  già la seconda sera, quell’alito di vento le pareva avesse qualcosa di familiare e di amico, come l’aria fredda che lasciava entrare la mamma quando passava a controllare alla sera, se già stesse dormendo.
Cercando di darsi una spiegazione di quella sensazione si era trovata a pensare che lì, con lei nella sua stanza, ci fosse Rinaldo. L’idea non l’aveva turbata, le era parso anzi un fatto naturale. Forse anche Rinaldo era diventato un bellissimo uccello notturno, con un becco lungo e sottile, come quello delle upupe, che si racconta volino di  notte sui cimiteri, e la veniva a trovare, volando nella sua stanza. E uscivano assieme, lei e Rinaldo, non più in quella stanza, ma due upupe, che la notte svolazzano sopra le tombe, nei cimiteri, come se fossero pipistrelli. Questo pensava, e si stupiva di ritenerlo  normale…
La sera continuava a rivivere quel sogno, e in lei cominciava ad affermarsi uno strano  bisogno: di seguire quella presenza amica nel luogo dal quale veniva.
 Di giorno si spaventava del sogno, delle riflessioni che aveva fatto Ma quando tornava la notte, tornava il sogno, tornava il desiderio di seguire il richiamo di quella presenza che avvertiva muoversi nella  camera, il desiderio di trovare il coraggio per seguirla fino al cimitero.
Finché una sera (aveva ormai quindici anni)  il richiamo divenne più forte delle sue paure. Uscì di casa, come una sonnambula, e prese la strada del cimitero. Il bosco che la  fiancheggiava  le parve  vivesse. Non erano  gli alberi a muoversi alla brezza e le fronde a stormire, ma sentiva che, lasciate le tombe, erano  i morti ad affollare  il luogo.  E quel  pensiero invece di incuterle paura  le aveva trasmesso la sensazione d’essere arrivata, di trovarsi dove aveva voluto andare, con le persone che aveva voluto incontrare.
Aveva l’impressione di trovarsi in compagnia di persone felici di vederla finalmente, ad alleviare quel loro  tormento che si manifestava nello stridìo  sinistro del cancello di ferro del cimitero. Anche quella notte il cancello aveva cigolato, ma le era parso un suono diverso, più un grido di gioia, che di dolore.
La luna, alta nel cielo, illuminava ogni cosa a giorno anzi la ghiaia bianca dei viali e il bianco delle croci di marmo sulle tombe, risaltavano ancor più che al sole, rilucendo come se fossero alabastro, creando un’atmosfera magica e incantata.
 Era veramente in cimitero? O era un sogno? Si chiedeva, senza riuscire a darsi una risposta.  Da ogni tomba  vedeva usciva un filo di fumo che prendeva  lentamente consistenza fino a diventare  uno sbuffo di nebbia che poi assumeva le sembianze umane, per allontanarsi  dalla  tomba e venire  verso il viale centrale. E un altro refolo di fumo si formava sulla stessa tomba, e poi un altro ancora, come se stessero uscendo e  riprendendo una presenza, tutte le persone  che nei secoli erano state sepolte in quel posto.
 Al centro del cimitero s’era così formata una folla. Enorme  il numero delle persone, ma come se avessero potuto sovrapporsi le une alle altre, stavano tutte nel viale centrale, attorno a quella che in paese chiamavano la tomba del prete, costituita da un cippo di pietra annerita dal tempo,  sormontata da una alta stele che finiva  in una piccola croce. Come d’istinto, con un balzo, lei era salita sul cippo ed aveva preso a parlare alla folla che rispondeva alle sue parole con un lamento muto, simile in qualche modo al  grido strozzato della civetta.
 Mentre ancora parlava, (ma le sue parole erano suoni senza significato, parole d’una lingua sconosciuta), la folla s’era mossa, verso di lei,  come la nebbia quando sale nei  giorni di pioggia, addensandosi poi sempre più fitta attorno al cippo. Come risucchiata da tutte le parti sulla tomba centrale la nebbia si infittiva e prendeva sempre più consistenza, assumendo attorno a quel cippo la forma d’un covone di fieno, d’una “mede”. Lei vi era rimasta imprigionata, come un baco da seta nel suo bozzolo. In alto emergeva  soltanto la sua testa, come il busto d’una statua,  incastonata nella  piccola croce.
Dopo un po’ di tempo,  come ad un segnale, la costruzione aveva preso a sciogliersi. La nebbia aveva ripreso   a diffondersi per tutto il cimitero per essere poi assorbita dalle tombe, lentamente, fino agli ultimi refoli sparsi  qua  e là per il cimitero. Un ultimo soltanto aveva indugiato, sulla tomba di famiglia, e s’era trasformato nella  figura d’un uomo. Era un giovane, in piedi,  accanto alla lapide. E  la cosa, anche questa volta, non l’aveva stupita,  le era parsa  del tutto naturale. Era scesa dal cippo e gli si era avvicinata.
Era piccolo ed esile, con un corpo quasi da bambino, con un vestito d’una foggia strana, troppo grande, troppo pesante per quelle membra così minute. E la pesantezza dell’abito, sembrava si riflettesse nella sofferenza del viso, troppo vecchio e raggrinzito, troppo segnato dalle fatiche e dagli stenti per quel corpo così gracile e infantile.
“Finalmente ti sei decisa!” sembrava  dicesse quel giovane, e le pareva una voce amica, già udita tante volte in quel respiro di vento che entrava nella sua camera, ogni volta che faceva il suo sogno. Malgrado quella sensazione di familiarità, si sentiva in  imbarazzo, non riusciva a trovare le parole per iniziare un discorso.
Poi come un sogno che si discioglie nel dormiveglia, la figura era svanita. Come la nebbia quando si disperde al levare del sole, era svanita anche l’atmosfera incantata che aveva avvolto il cimitero. Si era  guardata allora  attorno rendendosi conto d’un tratto  d’essere nella notte di luna, da sola, nel cimitero. Un pipistrello che svolazzava, tra le croci le aveva sfiorato  il viso. Allora, con un urlo disperato,  finalmente s’era messa a correre,  svegliandosi di soprassalto, nel suo letto, madida di sudore..

Ricordava questa prima volta al cimitero con una precisione nei dettagli e nei particolari come se la stesse rivivendo ogni volta che ci pensava. Ma c’erano poi state tante altre volte. Il sogno si era ripetuto sempre allo stesso modo, con quella luna piena che illuminava con una luce irreale il cimitero.
Ma era poi un sogno? Risvegliandosi, agitata ed accaldata non riusciva mai a capire se aveva sognato di correre o se aveva veramente corso da sonnambula. Sognando di sognare non riusciva a capire se tutto era un sogno nel quale si inserivano altri sogni, o se invece alcune cose le aveva vissute ed altre invece solo sognate. Ma se anche così fosse stato, quale era il sogno e quale la realtà vissuta?
L’interpretazione involontaria della scena  comunque (o del sogno?),  anche  le volte successive, si era ripetuta identica nella parte iniziale, con delle varianti sostanziali  negli sviluppi  al cimitero.
Il ragazzo che le appariva sulla tomba (che lei aveva identificato con Rinaldo, anche se in effetti non aveva mai parlato e non si era mai presentato), si veniva trasformando sotto i suoi occhi. Il refolo di nebbia che aveva preso le sembianze del giovane con i vestiti troppo grandi, si trasformava lentamente prendendo sembianze diverse in diverse fogge di vestiti, come una immagine riflessa nell’acqua che cambia ad ogni muoversi d’onda, per lasciare emergere nell’acqua finalmente quieta,  una persona diversa. Era un altro giovane, diverso nelle sembianze da Rinaldo, ma soprattutto diverso nei vestiti.
Era biondo con i capelli lunghi e un viso lentigginoso. Portava una sorta di tunica corta, stretta in vita da una cintura con una grande borchia di metallo lavorato. Le faceva ricordare in qualche modo le figure dei soldati romani, nei quadri della Via Crucis in chiesa. Con la differenza che sotto alla tunica, il giovane portava dei calzoni che scendevano stretti fino al collo del piede, chiusi in fondo, come se avessero avuto un elastico.
Tanto era serio ed avvilito Rinaldo, tanto il giovane che prendeva il suo posto, era allegro e sorridente. Si capiva che avrebbe voluto parlare, comunicare qualcosa. Muoveva anche la bocca come ad articolare delle parole. Ma dalle labbra non usciva alcun suono. O almeno lei non lo sentiva...
E mentre lei stava a guardare il giovane, non s’accorgeva che il cimitero si riempiva di nuovo. La folla d’ombre tornava, ma non erano le stesse, erano tutte vestite come quel giovane. Anche le nuove ombre le si stringevano addosso, costringendola a ritirarsi ed a rifugiarsi di nuovo sul cippo centrale. Di nuovo si raccoglievano e stringevano attorno formando una sorta di “mede”. Poi però, la costruzione si trasformava, allo stesso modo del  refolo sulla tomba. Il cippo con lei sopra e le ombre addossate, diventava la catasta di fascine che, secondo la tradizione,  si costruiva all’Epifania per bruciare la strega.
Al paese, come in tanti paesi della montagna friulana, pur con alcune varianti da borgo a borgo, c’era l’usanza di costruire per l’Epifania una catasta di fascine di stecchi, a forma di covone. Ogni famiglia portava la sua fascina, poi i coscritti dell’anno le addossavano e le sovrapponevano con maestria, in modo da realizzare una costruzione che nella forma ricordava la “mede” del fieno. Sopra, nella parte di asta che restava scoperta, con dei vestiti  pure riempiti di fieno, realizzavano il pupazzo d’una strega.
La sera della vigilia dell’Epifania, dopo aver controllato che le ultime lingue di sole si fossero definitivamente spente sulle montagne ad oriente, e si fosse chiusa anche l’ultima fessura di luce con la quale muore il sole ad occidente, la “più bella della classe”, (quella che i coscritti avevano prescelto come la più bella coetanea), accendeva il fuoco.
Anche lei l’aveva acceso a ventun anni, ed ora quella  scena si ripeteva nel sogno. Ma lei era su, al posto della strega, e le fiamme l’avvolgevano e si sentiva mancare il respiro. Allora l’affanno con il quale si svegliava, non era più quello della corsa spaventata per la fuga dal cimitero, della prima volta, ma quello del sensazione del respiro che le veniva a mancare, come se stesse soffocando, tra il fumo e le fiamme...
“Perché si possono fare sogni così strani?… Ma il mio è poi un sogno?…”.
Con questa domanda aveva chiuso il suo racconto anche Maria da Mede. Se la ricordava bene la domanda Luciano, non fosse altro per i tentativi fatti poi per cercare  risposta. Si ricordava bene la scena: loro due sul muretto, di nuovo come da ragazzi, gli stessi, ma così diversi nel corpo, nei lineamenti del viso, ma soprattutto nei pensieri, al risveglio dai sogni strani che la vita riserva e propone…

















Cap. 4.
Maria la Svualda.

Da quando, ragazzo, era partito per il collegio, aveva abbandonato definitivamente il paese della propria infanzia. I suoi si erano trasferiti ed erano andati ad abitare in città. Non aveva avuto più alcun motivo per tornare tra quelle quattro case, abbarbicate a mezza costa in mezzo alle montagne. Aveva passato tutta la vita senza mai tornarvi. Solo l’anno prima, aveva  accettato  l’invito  d’una cugina, che si era più volte offerta di ospitarlo per dargli l’opportunità, diceva lei, di rivivere l’umore delle radici. Era stato  così che aveva avuto modo di incontrare nuovamente Maria da Mede, dopo tanti anni, e di sentire da lei il racconto del suo strano sogno.
Ma era poi veramente un sogno? Come Maria, anche lui aveva cominciato a porsi la domanda, ogni volta che ripensava alla stranezza del racconto, sia per i contenuti che per il modo di presentarlo. Ripetendo un sogno si sorvolano i particolari, invece Maria si era soffermata sui minimi dettagli. Ed anche la premessa del racconto della costruzione della “mede”, reso con un insistenza  puntigliosa sui  particolari più insignificanti, era stata raccontata  come un sogno…
Dopo quella prima volta aveva ripreso a frequentare il paese. Non erano stati i pochi giorni in casa della cugina, quanto forse proprio quel racconto, a fargli rinascere l’interesse per i luoghi nei  quali aveva trascorso i primi anni della sua vita. Non era solo una curiosità superficiale, ma un vero e proprio bisogno che gli era scoppiato dentro, come per una sorta di maleficio.  Nel racconto così dettagliato che Maria gli aveva fatto della scena della “mede” aveva preso a rivivere, assieme a quella scena, tante altre scene della propria infanzia. Le immagini, dopo l’incertezza iniziale, avevano preso a fluirgli  nella memoria con una nitidezza impressionante, come se le scene riprendessero a vivere,  ripetendosi identiche nella sua mente.
 E assieme al richiamo di quelle immagini, in un certo modo aveva sentito anche lui, come Maria, il richiamo del cimitero. Tra quelle lapidi rivedeva la storia recente del paese, ma in quella terra, come per i due grandi cipressi di guardia al portale d’ingresso, sentiva che c’erano le sue radici, c’era il senso della propria continuità con il passato, e quindi il senso della propria esistenza.
La sua vita era stata come una espressione algebrica, a forza di operazioni e di semplificazioni, s’era annullato tutto quello che era all’interno della parentesi, ed ora capiva che per risolvere l’espressione,  doveva mettere in relazione i dati finali, quelli che venivano dopo la parentesi, con quelli iniziali, che aveva incontrato  prima della parentesi.
Aveva deciso così di rimettere a posto la casa dei suoi. Dopo tanti anni, era ridotta a poco più che un rudere. L’edera l’aveva avvolta, s’era insinuata tra le fessure del muro, era penetrata negli interstizi tra le finestre, l’aveva invasa dall’alto, strisciando tra le travi, infilandosi tra le tegole rotte e sconnesse. L’edera, come le circostanze nella sua vita, aveva preso il sopravvento, ed ora si aveva quasi  l’impressione  che fosse l’edera a reggere la casa e non viceversa.
“Non vale la pena” gli aveva detto l’impresario a cui si era rivolto per avere un preventivo.
“Ne vale sì” aveva replicato, convinto. Anche se non riusciva bene a capire i motivi di quella improvvisa convinzione, di quella decisione, tanto imprevista quanto profonda, di riprendere il rapporto con quel paese al quale  ora sentiva di nuovo di appartenere. Era il suo paese,  perché egli  sentiva di appartenere al  paese.
Già quand’era ragazzo la piccola frazione non aveva molti abitanti. Ora erano rimaste solo poche famiglie di gente anziana. Alla sera quando quei quattro vecchi si ritiravano nelle loro case, girando per le strade deserte, si  capiva che cosa fosse veramente la voce del  silenzio. Nel fruscio d’una foglia, nel cigolare d’un ferro, nello scricchiolare d’un legno, il silenzio prendeva la voce di loro: di quelli che erano già stati, di quelli che avevano lucidato con i loro piedi i sassi del selciato, di quelli che avevano costruito con le loro mani, pietra su pietra, i muri che chiudevano ai lati le strade. Corridoi stretti che sfociavano nel buio senza fine della campagna circostante, oltre la fioca luce dei pochi lampioni.
Non era un paese di case, ma di vicoli stretti, segnati dalle ombre rotte da chiazze di luce. Il dondolio dei lampioni, al respiro della notte portato dalla brezza,  muoveva le ombre, e tornavano le persone di allora, i vecchi che pareva venissero dalla notte dei tempi e che si sarebbero dovuti fermare per l’eternità tra quelle case. Eternamente vecchi ed eternamente fuori dal tempo nei loro nomi così strani come usciti da antiche leggende: Miàn da Midèse, Pièri di Bài, Sciulìn di Cròdie...
Per esorcizzare quelle presenze, forse erano nate le leggende, nel tentativo di trasferire nella  dimensione della favola  ciò che faceva paura nella realtà. E quei rumori che spezzavano con un brivido l’opprimente silenzio delle calli dalla luce incerta, degli androni bui, era l’incespicare dei folletti della notte, nelle cose degli uomini.
Sbilfs li chiamavano i vecchi. Ed ogni rumore aveva un nome. Era Licj che si divertiva a far saltare le cuciture, Braulin ad aggrovigliare le corde, Bèrgul a far inciampare la gente. Ed assieme agli sbilfs burloni che giravano per le strade c’erano anche quelli cattivi che si muovevano impazziti, come il vento di marzo, cercando di infiltrarsi a forza nelle case degli uomini.
Cascugnìt che faceva perdere la testa alle donne inducendole ad  invaghirsi senza ragione delle persone più sbagliate, e le costringeva poi a girare  per le strade, anche di notte,  come trasognate, e Cialcjùt  che  riusciva ad entrare nelle case, insinuandosi persino tra le fessure tra sasso e sasso, per divertirsi,  sadico, a trasformare in incubi  i sogni nei quali i poveri montanari cercavano di dimenticare la vita grama che si viveva su quelle montagne.

All’inizio dell’estate, aveva appena preso ad abitare la casa, nei fine settimana, anche se i lavori erano ancora in corso, quando una sera era venuta da lui Maria La Svualda. Era anche lei una sua coetanea. A differenza dell’altra Maria, era stata sposata, aveva avuto due figli che avevano messo su famiglia in Germania. Erano anni ormai,  che non venivano però a trovarla. Da anni le era morto  il marito, ed  anche lei era sola. Anche per lei s’era chiusa la parentesi, ed era rimasta soltanto la solitudine che cercava di riempire con i sogni di quando era bambina, per dimenticarsi della vita che aveva inutilmente sprecato..
Le dispiaceva soprattutto per i figli: il non sapere dove fossero. L’indirizzo lo conosceva con quei nomi così strani fatti di “h” e di “k”, ma non era mai stata a vedere dove abitavano. Non riuscendo ad immaginarsi il paesaggio nel quale vivevano, le pareva che fossero finiti nel vuoto o nel nulla, e quando pensava a loro le prendeva appunto una sensazione di vuoto. Per il marito invece, non le dispiaceva certo che fosse finito il tormento d’una convivenza con un ubriacone volgare e violento...
Perché l’aveva sposato allora? Ma!... Nella vita sono più le cose che ti accadono di quelle che scegli, per cui alla fine, non sai se anche che ciò che credi di aver scelto, ti è stato invece in qualche modo imposto dagli eventi... Non era però venuta da lui per parlagli della sua vita e del suo passato. No, l’aveva scelto per confidarsi con lui d’un sogno che aveva cominciato a fare con molta frequenza, dopo la morte del marito. Si ripeteva sempre uguale...
Già alle prime battute Luciano s’era trovato a pensare che sembrava la prosecuzione dell’altro. Iniziava con il cimitero. Non c’era l’immagine delle tombe, ma come la sensazione di averle appena viste. Era come se il sogno che le veniva raccontato,  partisse  da dove finiva quella di Maria da Mede, come si trattasse d’un altro capitolo della stessa storia.
Nel sogno lei si vedeva ancora giovane ragazza, con l’impressione d’essere appena rientrata dal cimitero dove si era recata, malgrado fosse notte. E lei di notte non avrebbe certo avuto il coraggio di entrare in un cimitero. Si vedeva, incapace di riprendere sonno, a guardare dalla finestra della sua camera, le rare luci che giù nella valle segnalavano i vari paesi. Nel profondo della notte vedeva  muoversi delle luci sulle strade e sui sentieri della montagna opposta.  Anche ad ore impossibili c’era qualcuno che  si muoveva, che pensava...
Ed anche lei  pensava a quegli uomini chiusi ognuno in un proprio mondo di angosce, e chiedendosi quale fosse il senso della loro esistenza, cercava di trovare un senso alla propria: tanti lumi in attesa di spegnersi, come lucciole impazzite nella preoccupazione di non venir meno al proprio compito, senza riuscire a comprendere il disegno complessivo nel quale la casualità della nascita, le aveva  collocate.
Poi, si faceva mattina prima ancora dell’alba, e la montagna di fronte si animava di tante piccole luci, che si spostavano lentamente, seguendo i sentieri per raggiungere i vari stavoli disseminati su quei prati.
Erano le donne che con sulla schiena una gerla carica d’erba, e sulle spalle l’arconcello alle cui estremità erano appesi i recipienti per portare il latte, facendosi luce con il lampione a petrolio   che portavano in mano, si recavano sulla montagna per governare le mucche.
Pensava a quelle donne e si chiedeva perché  anche la sua vita avrebbe dovuto svilupparsi con quei gesti, con quei riti, guadagnando la sopravvivenza  a prezzo di fatiche senza senso.
Guardando  a quelle luci, le vedeva moltiplicarsi, come se le donne che avevano percorso quei sentieri negli anni e nei secoli precedenti, uscissero assieme dal cimitero per ripercorrere unite nell’eternità quei percorsi nei quali si erano succedute, in vita, di generazione in generazione,  e si sentiva sgomenta di fronte a quella miriade di fuochi fatui in movimento, per i quali stava così poco a finire l’olio della lampada, o sarebbe bastata una folata improvvisa  di vento.
Poi nel sogno uno di quei fuochi si staccava dagli altri per venire verso di lei. Avvicinandosi si ingrandiva, diventava un fiamma  sempre più viva e quindi un incendio che la avvolgeva. E nel fuoco  era come se cambiasse scena. Era sempre lei che guardava al buio della montagna di fronte, ma lei era un’altra ragazza, vestita in modo diverso, la casa era costruita in modo più rustico, si vedevano i sassi della muratura, non c’era l’intonaco.
Sentiva ancora d’essere quella ragazza, la vedeva come la sua immagine riflessa in uno specchio, ma allo stesso tempo la avvertiva come diversa, come se fosse diventata  un’altra persona. Di fronte alle scena lei si sentiva  come uno spettatore che guarda ad un film. Pur rivivendolo con una completa immedesimazione nei personaggi, pur partecipandovi con una grande intensità, come se veramente fosse stata la protagonista,  intuiva tuttavia chiaramente che si trattava d’una scena, che si svolgeva al di fuori di lei, in un’altra dimensione.
E la ragazza alla finestra, con le sue sembianze, ma vestita in modo strano, ora era preoccupata perché aveva ceduto al bisogno di sfogarsi, di raccontare della sensazione che provava nel recarsi di notte in visita al cimitero, ed a parlare con i morti. Si era confidata con il ragazzo che aveva preso a frequentarla. Perché l’aveva fatto? Un segreto così preoccupante l’avrebbe potuto confidare forse  alla  madre, ma non certo ad un ragazzo che conosceva appena. Eppure gliene aveva parlato...
Ed ora non si rendeva neppure conto del perché l’avesse fatto, del perché aveva spaventato l’amico, con il racconto d’una esperienza  che forse era soltanto una sensazione. Aveva così messo a rischio una relazione alla quale teneva molto, con la possibilità  per giunta, che il ragazzo ne parlasse con altri, chissà con quali conseguenze...Forse aveva immaginato di poterlo legare a sé nella condivisione di quel segreto. Poteva essere una spiegazione per il proprio comportamento, ma restava il fatto che non erano cose da raccontarsi al primo venuto...
In effetti il ragazzo (sembrava suo marito da giovane, commentava Maria interrompendo il racconto, ma pure lui era vestito  in modo strano) ne aveva voluto parlare con il parroco. Questi l’aveva subito  convinto che aveva l’obbligo, se non voleva finire tra le fiamme dell’inferno, di ripetere il racconto al frate inquisitore che stava in città.
Dai particolari avuti dal giovane, il frate s’era subito convinto d’avere a  che fare finalmente con un vero caso di possessione demoniaca e non con i soliti bestemmiatori,  denunciati dai vicini, per farsi delle vendette a buon mercato.
Si chiamava Rodolfo il Glabro il frate inquisitore. Anche lei ne aveva forse già sentito parlare nei racconti del parroco. Veniva da Venezia da dove era stato mandato a fare penitenza tra quelle montagne.  Non si sapeva di che cosa dovesse fare penitenza, ma comunque non era certo una persona che ispirasse fiducia. Era piccolo, grasso e sudaticcio.
Dava l’impressione d’essere affaticato dal peso della tonaca, come se lo strato di grasso che ricopriva il suo corpo si fosse attaccato alla tonaca e si muovesse con quella. Come al maiale, quando è pronto per essere ucciso, il grasso cola dalla gola in sacche flaccide, così avresti pensato che il frate avesse tutto il corpo coperto di sacche del genere, piene di grasso, flaccido e molliccio.
Un po’ costretto dalla necessità di strascinarsi dietro la bardatura di grasso, un po’ per un vizio congenito, camminava strisciando avanti i piedi l’un dopo l’altro, quasi senza muovere le ginocchia, Così facendo, dimenava il sedere, facendo ondeggiare la tonaca, assieme al grasso che si poteva immaginare penzolasse dalle natiche.
Il soprannome di Glabro gli derivava dal fatto che la testa fuoriusciva dalla tonaca, come fosse un unico blocco di carne, senza collo e senza mento, e finiva in una completa pelata. Anche la pelle sul cranio, era morbida e flaccida, come quella delle guance.
Immaginando di poter risolvere finalmente un caso importante, forse anche guadagnandosi la possibilità di rientrare in città, aveva quindi lasciato  ogni cosa, ed era  salito in fretta al paese per affrontare immediatamente la situazione. Dal vecchio prete del paese, si era fatto  accompagnare al casolare.
“Guardi” gli diceva il prete, già pentito di aver avviato uno scandalo della dimensione che intravedeva nelle parole dell’inquisitore.
“Ho detto io al giovane di venire a parlarle”.       
 “Come era suo dovere!”.
“Certo!”, replicava il vecchio ansimando, seguendo a fatica il frate che quasi correva, nella foga di arrivare ad assumere un caso dal quale si attendeva la fama che aveva inutilmente cercato fino a quel momento. “Ma conosco bene la ragazza. E’ una brava giovane, che frequenta la Chiesa, i sacramenti... è devota”.
“Lei non sa!..”
“Certo! non ho i suoi studi. Ma la mia esperienza...”
“Ma che esperienza ha lei del diavolo?”
“Fortunatamente nessuna! Dicevo dell’esperienza di vita!”
“Lasci giudicare a me! Che qui ci vuol altro che esperienza di vita”.
E intanto era toccato a lui, mormorava tra sé il vecchio parroco,  presentare l’inquisitore ai genitori  e  cercare di far capire loro che la figlia..., poteva essere...
“Era!” lo correggeva perentorio l’inquisitore.
“Si! Certo! Era... come dire... forse poteva aver incontrato il diavolo”.
La madre si sentiva mancare. Il padre invece, cominciava ad imprecare e a dire che a casa sua non voleva preti e tantomeno inquisitori, che la sua non era la casa del diavolo. A sentire quegli spropositi sulla figlia, l’uomo si lasciava andare a tanti altri spropositi ed imprecazioni che, se non fosse stato  lì per un caso ben più importante, frate Rodolfo l’avrebbe fatto arrestare subito, per bestemmia ed eresia.
Per fortuna, s’era ripresa sua madre. Si rendeva conto della  situazione e pur non riuscendo ad immaginare che cosa fosse all’origine di quell’equivoco, tuttavia capiva che era meglio assecondare quegli uomini di chiesa, e soprattutto quello che veniva dalla città, con quella testa tutta lucida da far  impressione.
“Scusatelo!” intervenne. E’ fatto così, si lascia trasportare dal discorso e non sa quello che dice. E così,  che cosa avrebbe fatto nostra figlia?...”
“Nulla! Dobbiamo solo accertare” disse il frate. “La Chiesa deve accertare!” Messa così la cosa sul piano dell’ufficialità della Chiesa che doveva accertare, anche suo padre aveva capito che la cosa era seria, che non poteva opporsi.
“Cosa dovremmo fare?” chiese.
“Dov’è  vostra figlia?” domandò il frate.
“Al pascolo.”
“Quando ritorna vorrei star solo con lei”
“Va bene! Se è la Chiesa che lo vuole. E per quanto?”
“Tutta la notte”
“E noi?”
“Cercate ospitalità da qualcuno in paese!”
Ma come avrebbero potuto? Che spiegazioni avrebbero dato per chiedere ospitalità? Che c’è un frate che vuol passare la notte solo con la  figlia?. La cosa non aveva proprio senso! E c’era poi da fidarsi a lasciare una ragazza sola con quel  mostricciattolo informe? Si fa peccato solo a dubitare d’un frate... La tonaca deve  valere a garanzia della serietà dell’uomo...
 Tuttavia non si fidava. Non afferrava il senso di quella strana situazione, eppure capiva di essere costretto ad assecondare quel frate. Infine aveva pensato che suo fratello, in paese, avrebbe in qualche modo capito, e un posto per passare la notte l’avrebbero trovato... se questo poteva servire alla figlia…
“Dobbiamo andare a chiamarla?”
“No! Attendiamola qui. E’ meglio che non sospetti nulla.”



Era già buio fitto  quando lei era tornata dalla stalla nella quale aveva rinchiuso le mucche  riportate dal pascolo. Dovette arrivare proprio vicino alle persone che stavano parlando nel cortile per rendersi conto di chi fossero. Quando s’accorse che c’era il parroco, accompagnato da un frate si sentì mancare.
“Come?” le era venuto di pensare “ha già parlato?” Si augurò comunque  che i due fossero lì per qualche altro motivo
Salutò imbarazzata, avvertendo anche l’imbarazzo dei suoi. ..
“Il padre cappuccino, qui,” le disse la madre, vuole farti delle domande. Vuole sentirti da sola. Noi andiamo in paese. Poi, per non preoccuparla, aggiunse: “Torneremo più tardi!”. Lei aveva capito che s’erano già accordati,  che era stato già tutto deciso, che non le restava se non di obbedire.
“Si accomodi!” aveva detto allora al  frate, invitandolo ad entrare in casa, e lo aveva seguito, dopo aver salutato gli altri tre che partivano per andare in paese.
Nelle relazioni tra gli uomini ci sono momenti magici nei quali, d’incanto nasce un rapporto. Può trattarsi d’un rapporto positivo o negativo, può nascere un sentimento d’amore o un sentimento di odio, un’attrazione o una repulsione. Appena la intravide, al fioco lume delle lampada ad olio che rompeva l’oscurità del casolare, il frate aveva provato un brivido di desiderio.
Era sudata ed accaldata per la corsa che aveva fatto per radunare  le mucche. Era vestita con  una corta vestaglia che al frate poteva sembrare   fatta più per mostrare che per coprire... Poteva dare  l’impressione d’uno straccio  posato a caso,  a rendere più viva la sorpresa d’un corpo che sembrava  preso dal desiderio di darsi..
Lei non la pensava evidentemente allo stesso modo, ma capita spesso che si vedano gli altri come proiezione di sé stessi immaginando che la realtà  debba  conformarsi  ai propri  desideri...
 Le spalle scoperte per far aria al viso, lasciavano intravedere i seni. Le gambe allargate sulla sedia nella quale sia era buttata a prendere fiato, avevano fatto scivolare in alto la vestaglia, lasciando ben poco all’immaginazione del frate.
Rodolfo cercava di ricordarsi quel che significava la veste che portava, del suo dovere di resistere al demonio, visto che era entrato in quella casa proprio per controllare che il demonio non si fosse impossessato di quella ragazza.  Si sforzò anche di concentrarsi sui suoi obblighi di inquisitore e sulla prassi che doveva seguire per fare il suo dovere,  tentando  di riprendere con la ragione una situazione che per i sensi era già precipitata.
Tossì per cercare le parole con le quali iniziare l’indagine per la quale era venuto. Lei avvertì in quel colpo di tosse un richiamo a stare più composta. Si scusò di non aver avuto il tempo per vestirsi come si conveniva. Raccolse e abbottonò la vestaglia sul petto, e si cinse, (come  forse era solita fare), con un drappo di canapa con il quale aveva formato una sorta di gonna lunga  lasciando la vestaglia a fare da sottoveste.
Si scusò di nuovo perché non ci aveva pensato prima. “Sa, la fretta, il caldo...”
“Si, capisco...” aveva detto lui, e la sua voce tremava. “Sai perché sono qui?”
“Perché ho parlato con un ragazzo che facevo meno stupido di quanto si è rivelato”. Avrebbe dovuto dire, se fosse stata sincera, pensò tuttavia che era il caso di non dir nulla,  senza sapere prima che cosa volesse veramente il frate. Forse era un altro il motivo per il quale era venuto.... “No, non lo so” aveva detto infine, esitando.
“Che cosa sono i riti satanici ai quali hai partecipato in cimitero?”  aveva chiesto allora lui. Lei non capiva perché nel fare la domanda gli tremasse la voce. Di fronte a quella richiesta comunque, non aveva avuto più dubbi sul motivo della visita. Nelle parole “riti satanici” aveva avvertito però anche tutta la gravità della situazione. Pensava tuttavia di non doversi preoccupare più di tanto, perchè in qualche modo sarebbe riuscita a spiegarsi. Era  dispiaciuta più che preoccupata. Era dispiaciuta per il ragazzo: se aveva  parlato, allora voleva dire che l’aveva tradita, e che quindi l’aveva perduto.. e questo le dispiaceva, più delle complicazioni che le sarebbero potute derivare dal frate....
“No! No!” rispose, senza forza, come rassegnata a spiegare tutto il resto senza importanza,  ora che sapeva d’aver perso l’unica cosa che, in quella vicenda,  aveva importanza  per lei. “Non so che cosa vi abbiano detto, ma non c’è stato nessun rito satanico”
“E’ vero,” aveva aggiunto, “che alle volte mi pare di sentire la voce di qualcuno che mi chiama, che ho l’impressione di andare al cimitero, ma è solo una sensazione e in effetti io non faccio nulla, non prendo nessuna iniziativa.  Ne avrei voluto parlare con il parroco, ma non ho mai trovato il coraggio...”
Ma lui non l’aveva sentita. I gesti di lei per nascondere il suo corpo avevano soltanto reso in lui più vivo il desiderio. Si era sentito dentro un’onda di fuoco che lo riempiva e che voleva tracimare. La subiva, inarrestabile, mentre  lo spingeva  contro quella carne giovane e sudata.
Le si avvicinò posandole una mano sul petto.
Lei sentì il sudore di quella mano tremare contro il sudore del suo petto, vide gli occhi del frate stralunati ed ebbe paura.
“Che sta facendo?” gli chiese, prendendo con tutte e due le mani la mano del frate, e spingendola lontano.
“Non ti faccio niente,” biascicò lui, “lascia soltanto che ti accarezzi”.
“Non voglio!” gridò lei.
Il suo grido fu come il tuono che rompe l’argine, e l’impeto del torrente si rovesciò su di lei con una furia incontenibile, travolgendola.
Lei urlò, pianse, si dibattè come una vera indemoniata. Certamente  sua madre, che  non era ancora arrivata  in paese, l’aveva sentita. Ma aveva sempre saputo, la  donna,  che il demonio prima di rinunciare alle sue vittime, urla e si ribella. Quelle grida purtroppo, (avrà pensato certamente),  erano la conferma   che il frate inquisitore aveva trovato il diavolo, come aveva sospettato,  ed ora lo stava scacciando.
Quando il Glabro fu stanco di palparla, di leccarla e di possederla, giacque esausto sulla panca che circondava il focolare e lei si lasciò cadere sulle pietre levigate del pavimento.
Si sentiva sporca. Altre volte era caduta nel fango, anche nel letame le era capitato di cadere, ma mai s’era sentita così lurida. Il sudore del frate era entrato nella sua pelle e si guardava le mani e le braccia con lo stesso schifo con il quale guardava al frate. Doveva far qualcosa per pulirsi, non avrebbe potuto più vivere con quella sporcizia addosso. Immaginò  il sangue uscire da quel corpo flaccido e obeso, disteso sulla panca e capì che neppure quel sangue l’avrebbe pulita. Anche se l’avesse ucciso, nulla sarebbe cambiato per lei.
Uscì allora nella notte e prese a camminare sul sentiero che portava verso la montagna.
Il cielo era terso, splendeva la luna, brillavano le stelle. Tutto era così bello, così pulito e puro. L’aria sfiorava l’erba come se la volesse spazzare dalla polvere del giorno, filtrava tra i rami degli alberi a pulire anche le foglie, ma non riusciva a pulire la sua pelle. Al contatto provava un brivido, ma non di freddo: era la sua pelle che si irrigidiva che non riusciva a lasciarsi pulire. La luna che in tante storie sentite nelle stalle, inseguiva nella notte con il rimorso gli assassini, ora inseguiva anche lei. Non era rimorso il suo, non era vergogna, (colpe non ne  aveva!), era un senso di nausea e di ripugnanza nei confronti del proprio corpo.
Il sentiero entrava nel bosco fitto di faggi. Aveva sempre avuto paura anche di giorno ad attraversarlo. Ma ormai non c’era nulla che le potesse fare  paura. Che cosa avrebbe dovuto temere? E poi non si sentiva sola. Come in una processione sentiva che c’era tanta gente dietro di lei che la seguiva, incitandola ad andare.
“Ma sai dove?” le mormoravano tra le fronde.
“Certo che so!” rispondeva.
Le tornava in mente  la parabola degli indemoniati di Gadara. Erano in due, usciti da un cimitero, ed erano venuti contro Cristo urlando infuriati. Avevano capito, i demoni, che il Signore li voleva mandare via dal corpo degli uomini di cui si erano impossessati e ributtarli  all’inferno. Domandarono allora  un favore.
C’era lì accanto dei  maiali che pascolavano, e loro chiesero: “Se ci vuoi scacciare, mandaci nel branco dei maiali!”
Gesù disse loro: “Andate!”
Essi uscirono ed entrarono nei maiali. Subito tutto il branco si mise a correre giù per la discesa, si precipitò nel lago e gli animali morirono annegati.
Ecco lei ora era più sudicia dei maiali. Lo schifo di quella carne flaccida sudata e maleodorante era entrato in lei. Il demonio che aveva preso il frate, ora si era trasferito  in lei, e toccava a lei compiere l’opera del Signore.
Al limitare del bosco gli alberi diventavano più radi e cominciò a sentire il rumore dell’acqua. Il sentiero deviava in basso verso il torrente e lei prese a correre, come rispondendo ad un richiamo improvviso.
Non era un grande torrente. Nasceva poco più sopra, ma subito si gonfiava raccogliendo tutta l’acqua della montagna e precipitava in un orrido che s’era scavato nei millenni, stretto e profondo. Per attraversarlo sarebbe stato necessario risalire fino alla sorgente, ma gli abitanti di Vàs, il paese al di là del torrente, per abbreviare il percorso, avevano realizzato un ponte di corde nel punto più stretto. Le due rive in quel punto, sembrava volessero toccarsi, e non era stato difficile congiungerle con il ponte. Ma quel che non aveva potuto in larghezza l’acqua l’aveva guadagnato in profondità. Scorreva tanto nel profondo  che non si riusciva a vederla. S’udiva soltanto rimbombare il frastuono  della corrente che si scagliava contro le rocce.
Era il Vinadia. Le storie di dannati che aveva sentito da bambina raccontare nella stalle finivano tutte in quel posto, e lì sapeva che sarebbe finita anche la sua.

L’avevano cercata per giorni non riuscendo a capire per quale sortilegio avesse potuto finire nel nulla.
All’alba suo padre tornando al casolare, aveva trovato un frate distrutto dalla fatica d’una nottata passata a scacciare demoni.
“E Maria ?”, gli aveva chiesto.
“Ma!” aveva borbottato il frate tirandosi su dal bancone dietro al focolare, sul quale aveva dormito. “L’ultima volta che l’ho vista, prima di addormentarmi, era seduta lì, a terra”.
“E come era?”
“Stanca... Anche lei...” aveva precisato il frate, poi, a scanso d’equivoci aveva aggiunto, “ma finalmente serena!”.
L’uomo non sapeva cosa pensare, perché veramente, sua figlia serena lo era sempre stata. Anzi! Anche troppo. Grilli per la testa? Certo! Ma diavoli no...
Mentre la cercavano aveva sentito la testimonianza del ragazzo che cominciava a farle la corte. Ma anche lui era sempre più incerto nel ricordo. Non riusciva più a precisare ciò che veramente le aveva raccontato Maria sui suoi rapporti con i morti, con il cimitero.
Anche il frate inquisitore, con la profonda conoscenza che gli veniva dai suoi studi, escludeva comunque si fosse volatilizzata...
“Anche” diceva, “nella peggiore delle ipotesi che il diavolo sia rientrato in lei mentre dormivo, la casistica non riporta di indemoniati che siano spariti nel nulla. Il diavolo sa che il corpo deve essere reso alla terra!”.
Il corpo invece se l’era tenuto il Vinadia. L’acqua alcuni giorni dopo, più a valle, dove il torrente s’apre prima di confluire nel Tagliamento, aveva deposto sulla sabbia i vestiti stracciati. Rodolfo il Glabro allora sentenziò che, come purtroppo aveva sospettato, il diavolo se l’era ripresa mentre lui dormiva, e l’aveva portata a suicidarsi.
Non finiva di dispiacersi, per non aver avuto più fisico e resistenza. Si sentiva colpevole, e aggiungeva anche che avrebbe portato sulla coscienza per tutta la vita il peso di quella morte:
“Se non mi fossi lasciato prendere dal sonno,” mormorava, “lei non sarebbe morta”.
Con quelle parole del frate nelle orecchie, concludeva Maria il suo racconto, anche lei finalmente si svegliava. Ogni volta stanca e vuota, come uno straccio, come i vestiti della donna del sogno abbandonati sul greto del torrente.
“Lei non sarebbe morta!” Sentiva rintronare nella mente, anche da sveglia le parole del frate. Ogni volta lo stesso sogno, sempre uguale, con le stesse parole. Ogni volta lo stesso risveglio, con quelle parole e con un profondo senso di nausea…
























Cap. 5.
Vinadia.
 
Quello della terza delle Marie, s’era subito detto, non era il racconto d’un sogno. Sugli altri ci potevano essere dei dubbi, ma questo era, sia per quanto riguardava il contenuto che la forma, una leggenda e non un sogno. E’ vero che anche lei aveva precisato di rivivere  da un certo punto la scena come ne fosse fuori, ma il sogno è qualcosa che si vive da protagonisti, non è possibile  ricordarlo ed allo stesso tempo ricordare di esserne stati fuori. Non si possono riportare scene e dialoghi come se fossero vissuti da altri e non dalla protagonista del sogno. I suoi genitori che parlano con il frate, sono elementi d’un racconto, non d’un sogno.
I personaggi del sogno sono riconoscibili soltanto all’interno del sogno stesso. Non si può dire del frate d’un sogno che “si chiamava Rodolfo il Glabro” e riportare elementi esterni alla vicenda del sogno. Comunque, ciò che gli pareva  straordinario, era il fatto che avendoglielo fatto ripetere più volte, l’aveva raccontato con le stesse parole, le stesse battute, come una favola imparata a memoria. Diceva di raccontare un sogno ma in effetti, come anche lei aveva notato, era come se avesse raccontato un film nel quale si riconosceva come attore protagonista, ma del quale riportava anche le scene nelle quali non compariva. La sua era evidentemente una leggenda, che non si capiva bene perché si ostinava a raccontare  come sogno.
Probabilmente nella sua solitudine la donna riviveva il sogno da sveglia e ne aveva fatto un racconto che ripeteva a se stessa, mescolando elementi del sogno con reminiscenze di racconti che aveva sentito. Il frate con quel nome così strano era certamente importato da un altro racconto. Non a caso infatti, anche lei aveva lo stesso soprannome della protagonista d’una leggenda  popolare ambientata proprio sul torrente Vinadia, ove moriva suicidandosi anche la protagonista del suo racconto.
Luciano ricordava d’aver ascoltato da bambino la storia di Maria Svualda. Il soprannome “svualda” in friulano vuol dire ragazza leggera sia nel senso di facili costumi che soltanto amante di cose futili, dedita al ballo piuttosto che al lavoro. Per Maria la sua coetanea, il soprannome non aveva nulla a che vedere con i suoi comportamenti,  era quello della famiglia, e le era derivato probabilmente dal fatto che qualche sua antenata s’era meritata questo soprannome, come l’altra Maria si chiamava “da Mede”, a causa di Rinaldo.
Maria poteva aver letto o sentito la leggenda di questa sua omonima, e la sua immaginazione poteva aver ricostruito nel sogno una vicenda che finiva nel Vinadia. Lì d’altra parte, in quell’orrido, vicino al paese, finivano quasi tutte anche le altre storie di streghe e dannati…
Ma ciò che più lo sorprendeva del racconto era il fatto che  quello della Svualda, era in un certo modo  la continuazione del racconto di Mede. Poiché  ambedue dicevano che capitava loro di fare  quel sogno in continuazione, sembrava quasi che la stessa vicenda tornasse a rivivere ripetendosi nel sogno, sdoppiata in due persone. Ma l’enfasi con la quale, in quella della Svualda, si viveva il tema dell’inquisizione, che collegamento poteva avere con l’altra, che riferimento con il mondo dei Celti, al quale in qualche modo gli pareva d’essere riuscito a collegare l’altro sogno?…
Stava pensando a queste cose, ponendosi queste domande un giorno dopo che Maria se n’era andata, avendogli ripetuto per l’ennesima volta lo stesso racconto, quando gli venne l’idea di rileggere la leggenda di Maria Svualda, per vedere se riusciva o ricostruire una qualche relazione con il racconto del sogno.
Cercò nei pochi libri che aveva cominciato a portare nella libreria con la quale aveva arredato un’intera parete del salotto. La dimensione degli scaffali testimoniava del suo desiderio di fare di quella casa un rifugio per potersi dedicare alla lettura e allo studio. C’erano ancora però soltanto pochi libri. Alcuni accatastati alla rinfusa, altri già affiancati con un certo ordine. Soprattutto quelli sulla storia dei Celti: Il mistero dei celti di Gerhard Herm, l’Impero dei Celti  di Peter Berresford Ellis, I Celti di Powell e tanti altri.
 Non fece fatica a rintracciare la raccolta di leggende locali. Era una dei primi che aveva portato. Aveva riletto molte parti anche in relazione agli studi che aveva preso a fare sui Celti, pensando che alcune di quelle leggende potessero risalire ancora al periodo pre-romano..
Si lasciò sprofondare nella poltrona e lesse di nuovo che Maria Svualda era una ragazza alla quale piaceva sopra ogni cosa ballare. Un giorno mentre attraversava il bosco del Bant sopra il Vinadia, fu sorpresa da una strana musica, dal ritmo vibrante che coinvolgeva nella danza, ma dalla melodia lugubre e lamentosa. Si mosse nella direzione dalla quale arrivavano i suoni e sbucò in una radura piena di sole in mezzo alla quale in un cerchio d’erba falciata di fresco, danzavano scatenati un gruppo di Sbilfs.
Come  quando nelle feste del paese si ballava sulla piazza, non riuscì a trattenersi ed entrò anche lei a ballare. Le si avvicinò un giovane bellissimo per farle da cavaliere. Assieme danzarono freneticamente, senza un attimo di sosta al ritmo della musica che sembrava uscire dalla terra, scendere dagli alberi, filtrare con l’aria dentro di loro.
 Mentre si lasciava trasportare dal suono, accompagnata dal giovane con il quale aveva trovato un’intesa perfetta, sentì qualcosa pungerle un piede. Si chinò per vedere che cosa fosse stato e vide un grosso chiodo arrugginito. Lo raccolse per gettarlo lontano e... si ritrovò sola in una radura piena di erbacce, nel bosco che lasciava trasudare una fitta nebbia, sotto una pioggia battente e fredda.
 Tutto era così diverso ed anche lei si sentiva diversa. Si sentiva vecchia, sempre più vecchia come se la nebbia l’avesse penetrata e facesse marcire le sue membra. E gli aghi di pioggia che la colpivano presero a scioglierla, come fosse un pupazzo di neve, trasformandola in un rivolo d’acqua biancastra che precipitò di balza in balza fino a perdersi nelle profondità del torrente Vinadia. “Di lei non rimase che la voce implorante, e ancor oggi c’è qualcuno che giura di sentirla, quella voce lamentosa, mentre si perde nelle gole del Vinadia”.
Il libro era scivolato sul pavimento a fianco della poltrona, anche lui aveva provato per un attimo la sensazione di sciogliersi in quell’acqua biancastra e, nel sogno, si era ritrovato  sulla spalletta del ponte sul Vinadia a guardare l’acqua che scendeva scagliandosi con forza contro una parete per rimbalzare su quella opposta e perdersi nel labirinto scavato attimo per attimo nei secoli e nei millenni...
E lo sguardo che inseguiva l’acqua mentre  spariva tra le rocce aveva incontrato Maria Svualda che lo chiamava. Era su un costone appena lambito  dagli spruzzi che scintillavano in un vorticare di luce al riflesso della luna. Nuda come una ninfa, appena uscita dall’acqua ad asciugarsi nei riflessi di luce.
Davanti a quella apparizione aveva subito pensato a Maria, della quale s’erano ritrovati solo i vestiti più a valle. Non era la donna ormai anziana che gli aveva fatto il racconto, ma la giovane che aveva subito le violenze del frate, con il volto di Maria come lo ricordava da bambina.
Nel frastuono fatto dall’acqua, non s’udiva chiaramente cosa dicesse la sua voce, ma gli pareva comunque che stesse ripetendo il suo nome. Con ampi gesti delle mani lo invitava ad andare, a raggiungerla. Ma come poteva scendere fin laggiù? Si guardava attorno esitando senza trovare traccia d’un sentiero, ma quando invece, superando ogni paura, si decise a seguirla, per quelle soluzioni che avvengono soltanto nei sogni, riuscì a scendere  leggero come una foglia che d’autunno si lascia cadere dall’albero.
Arrivandole  vicino s’accorse che non era più lei... Maria aveva i capelli neri, mentre  la ragazza che l’aveva chiamato dalle forre del Vinadia,  invece li aveva  biondi, raccolti ed intrecciati a formare un casco sulla nuca... Come avrebbe fatto Maria, quando giocavano bambini, mentre stava per raggiungerla, anche la  ragazza che aveva preso il  posto di lei, fuggì  costringendolo a seguirla.
Scese fino ad un piccolo specchio d’acqua che stagnava tranquilla, su un’ansa nascosta, sulla quale non riusciva a riversarsi la furia della corrente. Immersa nella polla d’acqua come in una teca c’era una piccola statua di colore scuro, forse di bronzo. Non era riprodotta con la perfezione delle forme dell’arte greca, ricordava piuttosto l’arte etrusca. Il busto era doppio rispetto alle gambe distanti e rigide, ma aveva la grazia dei disegni dei bambini. Sul viso erano solo accennate le forme del naso della bocca e degli occhi. Con la mano sinistra si copriva il sesso, mentre il braccio destro era piegato con la mano sul cuore nell’atto del giuramento. Anche lei aveva i capelli raccolti in un baschetto che scendeva a punta dietro alla nuca.
Un raggio di sole parve illuminare la piccola statua e come un raggio di sole la ragazza si perse nel riflesso dell’acqua, e nel riflesso anch’egli si sentì sciogliere tra giochi di luce che la luna riusciva a disegnare fin nelle profondità più recondite del torrente.
Vinadia! chiamò. Nessuno glielo aveva detto, eppure sentiva e sapeva che Vinadia era il nome della ragazza che l’aveva chiamato.
Vinadia! E il richiamo si perse attutito nell’acqua nella quale gli pareva stesse filtrando per sciogliersi  anche il suo corpo.
Oltre l’acqua lei c’era ancora. Era in un oceano di luce. Ma l’oceano è vuoto nel suo essere infinito, è piatto sulla linea uguale dell’orizzonte, uniforme nella monotona distesa d’acque. Quella luce invece aveva gli orizzonti che Luciano si portava dentro nel pensiero, e l’alternarsi dei monti e del piano, del bosco e del prato, dei fiori e dell’erba in una varietà infinita di sensazioni e di emozioni rivissute nello stesso momento.
Lei non era più nuda… non era neppure  era vestita, non aveva i capelli ed il viso, non aveva nulla. Era soltanto…
“Chi sei?” le chiese.
“Già lo sai!” rispose, “Vinadia, l’anima del torrente.”
Come avrebbe potuto già saperlo? E come avrebbe poi potuto sapere che era l’anima del torrente? Certo, aveva letto di come i Celti sentissero la poesia dell’acqua, delle sorgenti e dei fiumi. L’acqua che sgorga dal sasso, è la vita che nasce dal seme, è l’alba che nasce dalla notte, l’acqua è l’immagine d’una natura che si trasforma in movimento e diviene. Per questo ogni fonte per i Celti aveva un nome, e un nome aveva il torrente... il nome d’una ninfa, d’una divinità del luogo che segnalava come  anche quel luogo fosse manifestazione dell’unica divinità dell’Essere Assoluto.
Pensò che gli sarebbe stato più facile capirla se fosse riuscito ad inquadrare l’ambiente nel quale si trovavano:
“Dove siamo?” le chiese.
“Finalmente vivi!” gli rispose.
Non era evidentemente una risposta coerente. S’era addormentato pensando a Maria sciolta nel Vinadia, ora si ritrovava con qualcuno che si definiva l’anima del torrente Vinadia. Ma vivo era già prima, non aveva alcun motivo per dirsi “finalmente vivo”.
“Se ti dicessi che Vinadia è il nome d’una ragazza celtica”, riprese lei, “torneresti con il pensiero a quello che hai letto sui Celti, e capiresti anche il senso delle mie parole”.
Aveva in effetti anche letto della necessità, per capire i Celti, di spogliarsi degli schemi mentali che ci derivano dalla tradizione greca e latina. Il visibile e l’invisibile, l’al di qua e l’al di là non devono essere intesi materialisticamente come luoghi e quindi come dati inconciliabili.
Visibile ed invisibile sono modi di essere dello stesso soggetto mortale. L’uomo può vivere nello stato di mortalità o di immortalità, e da mortale può vivere nello stato di visibile o di invisibile. Ne discende quindi che deve esistere anche un mondo invisibile, che non è tuttavia fuori o diverso rispetto a quello visibile, ma si compenetra e si fonde con questo. Diventa quindi possibile pensare che ognuno di noi possa trasferirsi dal mondo visibile a quello invisibile, se soltanto riesce a liberarsi delle maschere e delle scenografie con le quali ci ha ricoperto la storia e la cultura.
Vinadia sorrise compiaciuta come se avesse potuto ascoltare le sue riflessioni.
“Vieni! Andiamo!” gli disse, prendendolo per mano.
“Dove?” chiese con un filo di voce, sentendosi mancare come se stesse per svenire.
“Nel Sidh, nel mondo dell’invisibile.”
S’incamminarono per un prato d’erba fresca. Era primavera. All’erba appena spuntata s’alternavano a macchie i bucaneve e le primule, e il luogo gli era familiare...
Ecco infatti, il prato era attraversato dal ruscello al quale giocava bambino assieme a Maria. Costruiva con il fango piccole dighe per arrestare l’acqua. Ma questa saliva lentamente nel piccolo invaso, per poi tracimare travolgendo alla fine anche l’argine. E c’era ancora, che stava divertendosi con l’acqua, Maria l’amica d’infanzia con la quale passava le ore giocando al ruscello. In un primo momento sembrava ci fosse! Dall’altra parte del ruscello dove sempre si metteva lei, c’era in effetti l’immagine di qualcuno... Ma non era l’amica, era lui, era la sua immagine, come riflessa in uno specchio…
“Che ci fai lì?” chiese come quando scherzando alla mattina, facendosi la barba, si parlava allo specchio.
“Che ci fai tu piuttosto?” domandò l’altro, per risposta.
“Dovrei chiederlo a lei,” replicò Luciano, accennando a Vinadia. “Non so dove mi sta portando”. Lei e l’immagine si fecero un cenno d’intesa. Gli fecero scavalcare  il ruscello, e l’immagine prese la sua mano, che intanto lei aveva lasciato. Camminavano assieme, identici, come in un negozio di abbigliamento quando ci si mette a fianco dello specchio, per controllare meglio come ti sta il vestito.
Si sentiva attratto dalla immagine nello specchio, fino a fondersi in lei ed a credere che quella fosse la realtà che generava l’immagine e non viceversa. Attratto dal riflesso di sé, si sentiva trasportare nel vuoto, come se stesse precipitando. Preso da un senso di vertigine, chiuse gli occhi. Quando li riaprì era in un deserto. Solo. Non c’era più la sua immagine. O si era fuso  lui nell’immagine?...
Ricomparve Vinadia e si sentì rassicurato. Ma fu un attimo. Il tempo di avvertirne la presenza come in un lampo, e la vide sciogliersi per riformarsi nelle sembianze d’una orribile vecchia.
S’era appena riavuto dallo spavento, che la vecchia prese a incalzarlo spintonandolo, urtando la spalla contro la sua. Provava un senso di ribrezzo, ma non riusciva a staccarsi. Come nell’autobus affollato quando ti si incolla addosso una presenza sgradita, ma non riesci a spostarti, per liberarti.
“Che vuoi?” chiese infine facendo il seccato, cercando di darsi un tono.
“Se vuoi queste pietre le facciamo diventare soldi, le facciamo diventare pane?”
Non capiva il senso di quella proposta, non capiva che analogia ci poteva essere tra quella scena e quella del Vangelo, alla quale pure quelle parole gli sembrava che in qualche modo dovessero riferirsi. Pensò  si trattasse d’una formula magica, a cui era tenuto a contrapporne un’altra. Per fortuna si ricordava bene la risposta:
“Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che viene da Dio”.
Aveva pensato giusto! A quelle parole la vecchia si era sciolta  come aveva fatto prima Vinadia. Al suo posto era comparso un uomo vestito come un romano, o meglio come un apostolo. Forse gli faceva tornare in mente  una figura vista in qualche  quadro di qualche chiesa. Senza sapere bene perché, finì col pensare si trattasse di Giuda. Con la nuova figura era cambiata anche la scena. Si trovavano  ora sulle rive d’un lago.
“Hai cambiato l’acqua in vino?” gli chiese, ma la domanda era retorica, “hai sfamato cinquemila persone?” continuò, “hai guarito ogni sorta di malati?...
“Guarda che ti sbagli,” lo interruppe Luciano, “non sono io...”
Ma l’altro continuò come se non avesse sentito l’interruzione:
“Puoi anche resuscitare i morti. Ma cosa credi di ottenere se anche lo facessi, oltre all’ingratitudine ed all’invidia? Più darai agli altri e più gli altri ti odieranno, offesi dalla provocazione del tuo comportamento, offesi dalla tua disponibilità...”
Pensò a quale potesse essere la formula per farlo smettere. Gli pareva d’essere finito in una sorta di gioco a quiz...
“Ama il prossimo tuo come te stesso!” si provò a dire. Esatto! Giuda infatti scomparve (se poi era veramente Giuda!).
Cambiò di nuovo la scena e si trovò in una prigione. Una di quelle dove i primi cristiani venivano raccolti, per essere dati in pasto ai leoni. Accanto a lui invece di Giuda c’era un angelo. Bianche e luminose le vesti e le ali (anche questa scena l’aveva forse già vista in qualche quadro). E lui era condannato a morte, lo sapeva, sarebbe stato  crocefisso. L’angelo però aveva in mano una spada fiammeggiante e si offriva di salvarlo. Avrebbero ucciso, diceva, tutti gli ingrati e gli invidiosi e avrebbero fondato il regno dell’amore.
Non aveva l’idea di quale potesse essere la formula.
“Con la spada non si fonda l’amore!” mormorò, ed era soltanto una riflessione tra sé e sé.
La frase fece comunque l’effetto d’una formula magica, oppure intervenne  qualcosa di estraneo che determinò lo sviluppo della scena, si trovò infatti  di nuovo ai bordi del ruscello, e c’era di nuovo  Vinadia, al posto di Maria l’amica d’infanzia.
“Che strano sogno!” ed era ancora soltanto una riflessione.
Ma forse senza accorgersene aveva parlato e lei l’aveva sentito: “Non è un sogno,” replicò.
“Che altro può essere stato se non un sogno! E poi la stranezza di mescolare con i Celti il Vangelo!”
“Non c’è nulla di strano, siamo nel mondo dell’invisibile dove il tempo e lo spazio si fondono nei simboli. I simboli sono gli stessi, dovunque ed in ogni tempo, sono gli strumenti con i quali il mondo invisibile interagisce con quello visibile. Non ti ho portato in un luogo o in un tempo, ma nell’Invisibile nel Nostro Oriente che non è un paese o una entità geografica, ma la patria e la giovinezza dell’anima, il Dappertutto e l’In-Nessun luogo, l’unificazione di tutti i tempi.
“E’ una citazione da Hesse,” la interruppe, “Il pellegrinaggio in oriente.”
Sorrise. “L’ho fatta, per aiutarti a capire. Hai incontrato il tuo essere quale avrebbe potuto diventare, ma non è diventato. Avresti potuto fermarti  a giocare al ruscello per continuare a vivere la vita come un gioco...”
“Ma la vita non è un gioco!”
“E che altro può essere se non un gioco? Per noi, che voi chiamate “barbari”,  era un gioco, per voi è diventata una finzione e quindi una farsa, e questa la chiamate civiltà. Ingenuo è colui che non si mette la maschera, che si presenta così com’è, ma per la vostra civiltà, l’ingenuità è il più grande dei difetti...
Tante altre cose gli aveva detto Vinadia che però non riusciva a mettere a fuoco nel ricordo. S’era svegliato sorpreso d’avere sognato e di ricordare per la prima volta se non tutto, buona parte del sogno.
Anche lui,  non sognava mai.
















 

 

 

 

 

 







 

 



Cap. 6

       Pitagora.

Quando Maria di Raveo aveva pensato a  Luciano come persona  ideale alla quale  confidare il proprio sogno sulle Laurisce non si sarebbe certamente aspettata di avere  di rimando tutto quello che l’amico gli aveva raccontato del suo rapporto con i Celti, attraverso i sogni o racconti suoi e  delle sue amiche. Aveva sentito il bisogno di raccontare per avere in cambio parole di assicurazione, qualche spiegazione che le consentisse di superare la preoccupazione che le era rimasta a seguito di quel sogno così strano. Invece di rincuorarla e di convincerla a dimenticare Lauriscia, Luciano,  gli aveva in qualche modo posto il problema analogo, del suo rapporto con Vinadia, con le varianti dei sogni delle altre due Marie. Il tutto pareva potersi intrecciare e ricomporre in qualche modo all’interno dello stesso mosaico. Mancavano però troppi tasselli perchè fosse possibile  leggere con chiarezza, il disegno complessivo, il messaggio che il mosaico avrebbe dovuto comunicare.
S’erano lasciati su queste considerazioni, dandosi appuntamento a presto, per “chiarirsi le idee” a vicenda. Ma Luciano non immaginava certo di dover tornare in fretta  al paese di lei  già  la mattina del giorno dopo.
Si stava precipitando in macchina perché gli aveva appena telefonato che c’era stato un incendio al “monastero”. Era già stato spento. Non c’erano molti danni. Ma sembrava comunque fosse stato appiccato da qualcuno.
L’ansia con la quale Maria gli aveva comunicato queste cose, era diventata la sua ansia di raggiungerla il più presto possibile. Non era solito correre in macchina. Preferiva partire sempre cinque minuti prima, per arrivare senza dover correre. La macchina è un piacere senza lo stress della fretta del dover arrivare. Quel giorno però voleva correre, perché gli sembrava cortese verso l’amica arrivare rapidamente, o forse anche per la curiosità di vedere con i suoi occhi il mistero quell’incendio, probabilmente doloso, come gli aveva detto Maria, spento subito appena scoppiato.
No, non poteva essere  solo la curiosità per un incendio o la cortesia a spingerlo a correre. Sentiva dentro la necessità di correre, perchè sentiva dentro l’urgenza d’arrivare. Era come un richiamo profondo non definibile, come se il suo essere avesse intuito l’esistenza d’un rapporto con quell’incendio, e sentisse il bisogno urgente di capirne la relazione.
  Come poteva apparire  inspiegabile l’ansia di Maria nel raccontargli d’un fatto già concluso, così era inspiegabile la sua urgenza d’arrivare, ove la sua presenza non sarebbe stata necessaria.
Ma vuoi perché quando vogliamo correre ci sembra che tutti gli altri vadano piano, vuoi perché in effetti quella mattina il traffico era particolarmente lento e pesante, malgrado qualche sorpasso azzardato, non gli era mai riuscito di lanciare la macchina a piena velocità.
Mentre armeggiava nervosamente tra freno e frizione, scalando e rimettendo le marce, pensava a chi mai poteva essere stato ad appiccare il fuoco al monastero...
Fra le cose originali che caratterizzavano il paese di Raveo, la più notevole é senza dubbio il convento. Di solito un monastero è proprietà di un ente o di una istituzione religiosa. Quello di Raveo era invece privato, di proprietà d’una famiglia di amici di Maria. Lei aveva avuto così la possibilità di visitarlo spesso, ci aveva lavorato anche, aiutando gli amici a rimetterlo a posto, quando era stato danneggiato dal terremoto.
 Non era evidentemente abitato né da frati né da suore. Era ormai inutilizzato  da diverso tempo. Era stato costruito nel Cinquecento e rifatto ed ampliato successivamente. Nel Settecento si aveva notizia che fosse diventato il centro culturale e scolastico per gli studi superiori di tutta la Carnia.  Lupieri, un medico del tempo, nei suoi diari ricorda le giornate passate a studiare latino tra quelle mura.
E’ una piccola costruzione a due piani, situata a mezza costa sul declivio ai piedi del quale sorge il paese. A metà strada tra l’abitato  e il monte Sorantri, sia percorrendo l’attuale carrareccia asfaltata che dal paese porta agli altipiani di Valdie, sia seguendo la vecchia carrareccia lastricata che in passato veniva usata per portare in paese, con le slitte, il fieno dei prati di alta montagna. La nuova strada delimita la proprietà del monastero verso nord, mentre la vecchia lo delimita a sud. Alla parte residenziale si affianca una piccola cappella dedicata a S. Rocco.
Il fabbricato è ora completamente immerso nel bosco. In passato però quando ci abitavano i frati, probabilmente non c’erano gli alberi davanti, e dal cortile l’occhio  poteva spaziare su tutta la valle nella quale il Tagliamento scorre insinuandosi tra le quinte di montagne che segnano le  vallate degli affluenti. Ogni volta aveva pensato che gli sarebbe piaciuto tagliare quegli alberi, riaprire al convento quegli orizzonti…
Quando, con questi pensieri, finalmente arrivò a Raveo, a casa di Maria non trovò nessuno. Pensò che fosse andata a tener compagnia agli amici proprietari del convento. Nel cortile di questi trovò infatti  che s’era radunato tutto il paese. Gli uni erano già stati su al convento  a vedere, e raccontavano, gli altri ascoltavano e commentavano. Tutti erano presi da una sorta di frenesia, coinvolti da quella novità che finalmente aveva rotto la monotonia della vita del borgo. Nei paesi è sempre così. Lo ricordava dall’infanzia, qualsiasi fatto nuovo viene vissuto come una sorta di liberazione dal grigiore della quotidianità. Sembra quasi si viva nella speranza e nell’attesa che avvenga qualcosa di nuovo. E quando avviene, si diffonde l’eccitazione di chi ha avuto qualcosa da sempre desiderato.
Vedendolo entrare in casa, Maria lasciò di colpo le donne con le quali stava parlando.
“Finalmente!” gli disse a mo’ di saluto, venendo verso di lui, e nel tono con il quale aveva pronunciato la parola, lasciava intendere l’ansia con la quale lo stava attendendo.
Non ne capiva il motivo! Che cosa avrebbe potuto portare lui con la sua presenza? E poi, se si fosse trattato d’un incendio scoppiato a casa sua, ma si trattava d’una casa d’amici, d’un convento disabitato. Per giunta l’incendio era già stato spento, ed al massimo restava da fare la denuncia ai carabinieri di Villa Santina perché aprissero una inchiesta, nell’improbabile speranza di trovare chi aveva appiccato l’incendio.
“Ho corso come un matto. Sono venuto il più presto possibile,” rispose un po’ risentito per l’implicito rimprovero che c’era nelle parole di lei.  Anche se fosse arrivato in ritardo, cosa sarebbe cambiato? Certo, la sollecitudine è in relazione con la simpatia che proviamo nei confronti della persona che richiede il nostro intervento. E lui per quella donna sentiva un sentimento di profonda amicizia. Come se alla morte del primario, per successione,  avesse dovuto prendere  il suo posto non solo all’interno dell’ospedale, ma anche nei rapporti all’interno della famiglia.
Ma la sollecitudine deve essere anche in relazione con il bisogno! E in questo caso non aveva senso tanta fretta, dal momento che si trattava d’un problema che riguardava altri, e peraltro per il momento già risolto. Non si aspettava un rimprovero, anche perché in verità aveva corso, era venuto con la massima fretta possibile.  Come non si era spiegato prima la fretta così ancora meno si spiegava l’apprensione ed il rimprovero racchiuso in  quel brusco “finalmente!”. A meno che non ci fosse una relazione tra la fretta di lei e la fretta con la quale egli era venuto, tra l’apprensione di lei e l’inspiegabile urgenza che anche lui s’era sentito dentro.
“Andiamo su a vedere” proseguì lei, più come ordine che come invito, prendendolo anche per mano per costringerlo a seguirla.
“Ma aspetta almeno che saluti,” obiettò.
“Avrai tempo al ritorno.”
Certo che avrebbe avuto tempo al ritorno, ma andarsene così senza neppure salutare quelle persone che pur conosceva, senza neppure usare la cortesia di informarsi su come fossero andate le cose…
“Aspetta. Non c’è nessuna fretta,” replicò, ed avrebbe voluto insistere. Maria però  lo costrinse a mettere da parte ogni esitazione o problema di cortesia  ed a seguirlo, strattonandolo con decisione. Che diavolo stava succedendo! La sua inutile ansia, l’agitazione di Maria e la sua prepotenza nell’obbligarlo a seguirla...Che giornata era mai quella!
Appena fuori, in macchina, capì il motivo di tanta fretta, almeno da parte di lei. Gli disse subito, infatti, appena chiusa la portiera, come liberandosi d’un peso già  troppo a lungo portato:
“Mentre andiamo ti devo raccontare un sogno...”
“Un altro ancora?” sbottò tra il rassegnato e lo spazientito.
“Ti secca?”
“No. Ma, te l’ho già detto ieri,  è un po’ di tempo, che tutti mi vogliono raccontare dei sogni, come se fossi uno psicologo. Sai bene che sono un chirurgo e che non ho alcuna dimestichezza con i  sogni e le loro possibili interpretazioni. Anche ieri, con il sogno del rogo di quella ragazza,  non ti sono stata certo d’aiuto.”
“Sento la necessità di raccontarlo ad un amico, non ad un medico” ribatté risentita. “E tu sei l’unico amico con il quale posso confidarmi”.
“Grazie per la fiducia! Ma non capisco tanta urgenza per raccontare un sogno. Potevamo aspettare un momento.  Siamo anche spariti senza dire niente, senza neppure salutare.”
“Non c’è problema, i proprietari del convento li ritroveremo al ritorno ancora lì.  Ma io avevo l’urgenza di confidarmi con qualcuno, perché...non so come dirtelo, ma il mio, questa volta ne sono sicura, non e’ certamente  un sogno.”
“Ci risiamo,” pensò lui. Anche il giorno prima aveva   tenuto a precisare che il suo racconto si riferiva ad un sogno che in effetti non era un sogno, e anche le altre Marie, per i loro racconti,  avevano detto la stessa cosa.
“Ma cosa dovrebbe essere  dunque, se non  un sogno?”
Lei prese allora a raccontare che la sera prima in verità non era neppure andata a dormire. Si era fermata in salotto a finire un lavoro a maglia. Si ricordava ancora perfettamente di come, seduta sul divano, stesse calcolando i punti per risolvere un passaggio complesso del suo lavoro. Per verificare che l’angolo fosse retto, misurava sei su un lato, otto sull’altro, controllando poi  se l’ipotenusa corrispondeva a dieci.
 Aveva saputo che si faceva così. Lo faceva allo stesso modo il muratore misurando l’angolo della casa, e il falegname l’angolo del tavolo. Suo fratello gli aveva spiegato una volta che si trattava di un modo elementare di applicazione del teorema di Pitagora, ma lei non s’era neppure fatta premura di capire che relazione ci potesse essere tra il teorema e il suo sistema pratico di misurare sei ed otto e controllare che la distanza tra i punti così individuati fosse dieci, per essere sicura di costruire una forma ad angolo retto.
Si ricordava perfettamente di come stesse misurando con il metro delle sarte sei da una parte e otto dall’altra, quando qualcuno aveva interferito nel suo ragionamento dicendo: “Trentasei, il quadrato di sei, più sessantaquattro il quadrato di otto, fanno cento, la cui radice quadrata è dieci. Appunto perché il quadrato costruito sull’ipotenusa è uguale alla somma dei quadrati costruiti sui cateti”.
S’era addormentata mentre misurava, e il sogno si era innestato, senza soluzione di continuità, con quel che stava facendo prima di addormentarsi? O si trattava invece d’una visione?
Chi aveva parlato comunque,  era senza dubbio un uomo uscito  da un film ambientato al tempo dei romani. Portava una corta tunica bianca e sopra un largo mantello verde. Ai piedi calzava una sorta di sandali, allacciati alla caviglia. Aveva i capelli neri e corti e un viso bruciato dal sole come quello dei contadini alla fine dell’estate. Ma ciò che l’aveva impressionata maggiormente, e le restava ancora  vivo nel ricordo, era lo sguardo di quella persona. Gli occhi erano... come non ne aveva visti mai! Vivaci ed attenti, ed allo stesso tempo remoti, profondi e sfuggenti. Come l’acqua del rio Chiantone, quando si raccoglie negli incavi nella roccia levigata, e si intravede tra il folto del bosco, mentre riflette un raggio di sole filtrato tra le foglie degli alberi .
In un primo momento aveva avuto l’impressione che quella presenza gli fosse comparsa in casa, nel salotto ove stava sferruzzando. Ma quando la sorpresa  per lo sconosciuto e per le sue parole erano venuti meno e la sua attenzione aveva potuto spostarsi sul contesto, si era accorta di essere in un altro locale, che pure le sembrava familiare, ma che non riusciva a riconoscere, anche per la stranezza delle persone che lo occupavano.
La stanza era lunga e stretta e lei si trovava su uno dei lati minori. Sulla parete dietro  a lei, s’apriva una porta, su quella di fronte invece c’erano tre finestre strette ed alte, chiuse da una volta ad arco. Quella centrale era più alta, le altre due la affiancavano simmetriche. Non c’erano altari od altri segni particolari, ma forse proprio soltanto la disposizione delle finestre, creava l’impressione che ci si trovasse in una chiesa, o comunque in un luogo di culto.
L’uomo che aveva parlato, stava a ridosso della finestra di destra, sulla parete di fronte. Al suo fianco c’era un vecchio con i capelli bianchi ed incredibilmente lunghi, che scendevano fino al petto, come quelli d’una donna. Bianca era anche la barba che pure scendeva lunga, fino alla cintola. Portava anche lui una tunica bianca e corta, ma sotto aveva dei calzoni bianchi che si chiudevano al malleolo sui piedi nudi. La sala era piena di gente vestita come il vecchio. Alcuni avevano come lui i capelli bianchi, altri, i più giovani, erano invece  biondi.
Se anche lei fosse vestita nel sogno come loro, se gli altri si fossero accorti della sua presenza, ed avessero notato la sua diversità, non ricordava. Si era sentita presente, nella sala, senza vedersi presente, e si era infine anche resa conto di trovarsi proprio nella sala grande del convento. Le tre finestre erano una invenzione del sogno perché nella realtà non ci sono, eppure, malgrado la diversità dei particolari, aveva la netta sensazione e la certezza di trovarsi al convento.
Il personaggio vestito alla romana che era entrato nel suo ragionamento ripetendole il teorema di Pitagora, si riprese, come se avesse fatto una divagazione fuori luogo, e volesse tornare a quanto stava dicendo prima. Sembrava stesse tenendo un conferenza, affiancato dal vecchio, che lo assisteva e lo presentava.
“Scusate la divagazione,” riprese infatti, “come vi stavo dicendo, sono un uomo, un filosofo direbbero i miei concittadini abitanti della Grecia, che sta studiando per darsi delle risposte sul senso della vita. Quando ho saputo dai mercanti cercatori d’ambra, che sulle montagne al nord, dove finisce il mare Adriatico, c’erano popoli tutt’altro che barbari che avevano sviluppato una teoria molto interessante sul senso della vita, non ho resistito ed ho voluto venire a cercarvi, e da Crotone nella Magna Grecia, dove nel frattempo mi sono trasferito, mi sono imbarcato con la prima spedizione che risaliva nuovamente l’Adriatico. Ma di me vi ho già detto troppo, vi ho già raccontato di come si vive sulle sponde del Mediterraneo. Se sono venuto fin quassù è per imparare, non per raccontare.”
Allora aveva preso a parlare il vecchio, con una voce che sembrava esile e stanca. Ma le sue parole si sentivano distintamente, risuonavano dentro al cervello, come se stesse parlando vicino all’orecchio, o si sentisse in cuffia. I lineamenti del suo volto si confondevano nel bianco dei capelli e della barba. Sembrava che fosse la macchia di bianco a parlare e non un uomo, e il bianco dei capelli, della barba e del vestito, fondendosi con il bianco della parete, dava l’idea che le parole venissero dall’infinito, come dall’infinito del cielo dovevano essere venute a Mosè le parole della legge sul Sinai, riflettendosi nelle vibrazioni del fuoco del roveto ardente.
“La nostra non è una teoria” prese a dire, “ma la verità. Come il tuo teorema non è una teoria ma è una verità, scoperta da te, ma che esisteva indipendentemente da te e prima di te.
Così prima del mondo c’era la legge che ha fatto il mondo e la legge è Dio che noi chiamiamo Lug. Non c’era la luce ma solo la sua mancanza, e c’era il dio Ogmios lo spirito che vede senza la luce. Si formò allora il suo contrario Dàgda la luce, il mondo. Con la morte di Dàgda, Ogmios può ricomporsi nell’unità con  Lug. Come nel cosmo così nel microcosmo d’ogni uomo, c’è lo spirito che pensa e vede senza bisogno della luce e il corpo che vede nella luce, l’unità si realizza nella morte del corpo, che consente allo spirito di riunirsi a Lug.
Il nostro ragionamento si sviluppa dalla parte del corpo, e quindi pensiamo che la luce sia bene e le tenebre male. Basterebbe pensare che il nostro pensiero, la parte più nobile di noi, si sviluppa meglio nelle tenebre che nella luce...
“Ora capisco,” aveva commentato il greco, “perché da noi si dica  che siete discendenti della Notte e che non calcolate il tempo contando i giorni ma le notti, e che anche le date natalizie e il principio dei mesi e degli anni li contiate facendo incominciare le giornate con le notti…”

Luciano e Maria erano intanto arrivati al convento. Dovevano lasciare la macchina e procedere a piedi per un centinaio di metri attraverso uno stretto sentiero.
“Continua!” le disse, aprendo la portiera per scendere dalla macchina, e confermandole il suo interesse per ciò che gli stava raccontando.
“No!” disse lei “prima che tu vada giù, devo dirti l’ultima parte del sogno. Ti finirò un altra volta il racconto di che cosa si sono detti il vecchio e il giovane vestito alla romana. Ma ciò che non posso rimandare di dirti è la parte conclusiva del  sogno.”
Dopo aver finito di discutere, (aveva ripreso a raccontare, obbligandolo a chiudere la macchina) il vecchio era uscito, seguito da tutti gli altri in processione. Si erano quindi recati nel cortile davanti al convento, disponendosi a semicerchio. Avevano di fronte la parete dell’edificio, nella quale campeggiava una grande meridiana. In terra, al centro del semicerchio, c’era una sorta di ruota fatta con stecchi, raccolti in piccole fascine accostate e legate in modo da simulare appunto il cerchio esterno e i quattro raggi di una ruota. Il vecchio, con una torcia, aveva poi appiccato il fuoco  in più parti, e la ruota s’era trasformata in un falò.
Le fiamme lambivano la parete con la clessidra, e il ferro centrale che segnava le ore con l’ombra del sole, al riflesso delle fiamme sviluppava delle ombre che si muovevano come impazzite, come a significare, aveva pensato, che il tempo dell’uomo fosse impazzito.
Fu allora che fu risvegliata dalle grida dei vicini di casa che davano l’allarme perché s’era visto del fuoco, a mezza costa sulla montagna, probabilmente in corrispondenza del convento. Era corsa anche lei, con i primi, per spegnere l’incendio. Ma al loro arrivo avevano trovato  che il fuoco si era già spento da solo. Avevano solo potuto constatare che c’erano veramente  in terra  i segni d’un falò con le ultime braci, e il muro di fronte era annerito dalle fiamme.
“Ecco”, concluse “per questo sentivo il bisogno di raccontarti,  per questo ti dicevo che non sapevo se si fosse trattato d’un sogno, o non so di che altro. Il fuoco del sogno c’è stato davvero!...”
“Come il fuoco del sogno?”
“Vai avanti, che ti faccio vedere...”
Scesero  al convento, lui davanti e lei dietro, come l’assassino che ha paura di tornare sul luogo del delitto nel timore si possano trovare le prove della sua colpevolezza. Arrivato nel cortile, anche Luciano rimase sbalordito e sconcertato allo stesso tempo. In effetti c’erano i segni d’un fuoco, d’un falò o di qualcosa del genere. Guardando attentamente si vedeva che i carboni erano disposti come a formare una ruota con quattro raggi. Il falò era stato acceso quasi a ridosso della parete. L’intonaco era infatti sporco di fumo. Si avvicinò al muro, per guardarlo attentamente, come si guarda ad un quadro per vedere la composizione delle pennellate, e gli parve d’intravedere dei segni, sotto all’ultima mano di calce, con la quale era stata imbiancata la facciata. Credette anche di riuscire a ricostruire il simbolo d’un numero romano, forse quel che restava d’una meridiana,  ma non disse niente a Maria.
Lei lo stava a guardare con l’ansia con la quale il paziente guarda al medico che con le mani percorre il suo corpo, tastando, battendo e premendo, alla ricerca dei sintomi d’un qualche male.
“Cosa mi dici?” chiese infine.
Cosa avrebbe potuto rispondergli? Che non ci capiva nulla? Che comunque il suo scetticismo innato lo portava a ritenere che da qualche parte ci dovesse essere una soluzione al presunto mistero?
Al limite poteva essere stata proprio lei, da sonnambula...Ma come aveva poi fatto a rientrare se le grida dei vicini l’avevano svegliata sul divano di casa? Ma se anche l’avesse fatto da sonnambula, per quale strano impulso avrebbe dovuto fare un falò a forma di ruota?
Rientrati in paese trovarono la casa degli amici proprietari del convento ancora occupata dagli ultimi curiosi.
“Dove siete finiti, senza dire niente?” chiese qualcuno.
“Maria  ha voluto farmi vedere,” rispose Luciano più che altro per scusare il comportamento di lei nei loro confronti.
“Cosa le è parso?”
“Mah! Non saprei...Sono  già stati avvertiti i carabinieri?”
“Non ancora!”
“Direi di non farlo. E’ senz’altro opera di un balordo che ha voluto fare uno scherzo. Non andrei a fare ulteriore confusione...”









Cap. 7

Bordana.

Di confusione c’era già troppa, almeno nella sua testa. Aveva sempre creduto d’essere un laico, uno che, (era solito dire), come san Tomaso crede soltanto a ciò che vede,  ma ora, dopo l’ultimo racconto di Maria, gli si andava formando nella mente una teoria che aveva dell’assurdo. E pur assurda, gli sembrava credibile!
Da qualche parte c’era qualcuno che lanciava messaggi in forma di sogni. La fantascienza ci fa immaginare come possibile il fatto che dallo spazio qualcuno possa lanciare dei messaggi. Perchè non pensare che sia possibile un lancio analogo, dal tempo, invece che dallo spazio?
E così, cercando di darsi una interpretazione del sogno (o della visione) di Maria, riusciva persino a immaginare che Pitagora nelle sue peregrinazioni nel Mediterraneo, si fosse veramente spinto  fino ad incontrare i Carni.
Nella storia della filosofia si legge che, nell’evoluzione del pensiero greco, è stata uno sviluppo a sorpresa ed una innovazione non prevedibile, l’intuizione di Pitagora sull’immortalità dell’anima. Perché allora escludere  che il filosofo sia potuto veramente venire  in contatto con popoli che avevano già sviluppato una tale idea? I  seguaci del filosofo, per spiegare l’originalità delle sue scoperte, sostennero  che le sue rivelazioni  gli venivano  dal rapporto con  una certa Temistoclea sacerdotessa di Delfi. Alla fin fine, pensava, è  meno fantastico e più credibile ritenere che il suo rapporto, piuttosto che con una profetessa, sia avvenuto con la cultura d’una società, al di fuori della civiltà mediterranea, che aveva un pensiero filosofico più sviluppato di quello greco.
Per chi ritiene che il Mediterraneo sia stato il centro dello sviluppo della civiltà europea, l’ipotesi non può che essere valutata una cialtroneria. Ma chissà di quanto si discosta la storia scritta, dalla vera storia dell’umanità!
Che in quegli stessi  anni, nel 600 a.C., quando fondarono Marsiglia, i Greci  abbiano risalito anche l’Adriatico, costituendo una omologa base, dall’altra parte della penisola italica, non si può escludere. E questa potrebbe essere l’origine di Aquileia preromana. Non è quindi da escludere neppure che i greci siano venuti in contatto anche con le popolazioni carniche attestate sulle montagne che fanno da cerniera alla costa altoadriatica. Del resto, i ritrovamenti fatti ad Hallstatt, vicino a Salisburgo, dimostrano lo sviluppo e lo splendore raggiunto dalla civiltà celtica nell’area dell’Alpe Adria.
D’altra parte ci doveva pur essere una spiegazione al fatto che Maria aveva avuto una visione, allucinazione, sogno o che altro dir si voglia, nella quale un greco parlava del teorema di Pitagora ed un celta invece spiegava i concetti della  metempsicosi o trasmigrazione delle anime. Come avevano potuto nella sua mente mettersi in relazione le due cose? Come aveva potuto riuscire ad inventarsi lei, pur nella libertà delle immagini del sogno, che in un convento disabitato, qualcuno vestito d’una strana foggia di  indumenti, parlasse delle anime che vivono senza il corpo?
Per lei, il monastero era stato costruito nel Cinquecento. Lo poteva quindi immaginare abitato soltanto da frati. Poteva immaginarsi domenicani invece che cappuccini, ma non poteva pensare a frati che non esistono, con delle tuniche corte sotto alle quali si vedevano i calzoni. Lei non poteva sapere della relazione istituita dallo storico Diodoro quando dice che tra i Celti “vive ancora la fede di Pitagora nell’immortalità dell’anima e nella successiva rinascita” e tanto meno poteva pensare di rovesciare la relazione, pensando che invece sia stato Pitagora a fare propria ed a portare in Grecia, la fede dei Celti.
S’era in seguito fatto raccontare più volte da Maria quello strano sogno, e restava sempre colpito dal fatto che anche lei, come le altre Marie, la Svualda e la Mede, lo ripeteva sempre con le stesse parole, come si trattasse d’ un copione imparato a memoria, e con le identiche  parole ripeteva la lezione del vecchio Druido al presunto Pitagora. Una  teoria che non era quella della metempsicosi, cioè della possibilità dell’anima di trasmigrare in altri corpi, ma una sua evoluzione ancora più concettualmente raffinata: quella dell’anima che vive immortale oltre il corpo.
Tra le varie congetture ed interpretazioni sulla religione dei Celti che gli studiosi vanno elaborando, nel sogno di Maria, trovava conferma quella che Luciano aveva già finito per condividere e fare sua.
I celti avevano anticipato in qualche modo il concetto di base dell’informatica: tutto e riconducibile all’antinomia tra zero e uno, e quindi tra pari e dispari, tra acceso e spento. L’azione dello spegnere è irrilevante perché non è uno stato, ma un momento di passaggio. Così l’uomo, può essere corporeo od incorporeo. La morte come l’atto dello spegnere non esiste, le due condizioni sono la vita e l’immortalità. L’uomo è un essere spirituale che sta vivendo con il corpo una esperienza materiale.
Da una sorta di limbo o di Eden nel quale l’uomo vive senza la coscienza di sé, l’individuo viene gettato nella vita, a fare l’esperienza di sé, per tornare nell’immortalità con la coscienza del proprio esistere, e della propria individualità. Questa era in sintesi la loro concezione della vita.
In questa ottica, come racconta Cesare, i Celti piangevano per la nascita e gioivano per la morte. In questa ottica si possono capire, o almeno assumono un significato diverso, anche i sacrifici umani che secondo gli storici testimoniavano la “barbarie” dei Celti, e soprattutto si capisce e si spiega facilmente, lo sprezzo della vita che faceva dei Celti guerrieri terribili ed esaltati che combattevano come kamikaze ed a corpo nudo. La convinzione sulla migrazione dell’anima da un corpo all’altro, ricorda ancora Cesare, eliminando il timore della morte, diventa il più grande incitamento al valore. Tanto più, se invece di trasmigrazione, si può parlare di immortalità.
Della loro filosofia, l’aveva colpito anche l’importanza simbolica attribuita al numero  tre. Come  numero perfetto rappresentava la sintesi ed il superamento della contrapposizione tra pari e dispari, tra uno e due. Allo stesso modo, nella religione, Lug il principio, la divinità suprema, era la sintesi di Dagda e del suo contrapposto Ogmios. In una sorta di anticipazione del concetto cristiano della Trinità, immaginando che  il Figlio sia il Dio del corpo, lo Spirito il Dio dell’anima, e nella morte del corpo, lo spirito possa riunirsi nell’unità del Padre.
Allo stesso modo  l’uomo, dallo stato di essere, con la nascita, entra nello stato dell’esperienza e quindi  della conoscenza, per riunirsi al Principio, dopo la morte, nella sintesi di essere cosciente immortale.

Avrebbe dovuto farsi consigliare da qualcuno più esperto di lui. Non aveva una preparazione filosofica e  teologica sufficiente per lasciarsi andare ad interpretazioni così spinte. Ma a chi avrebbe potuto rivolgersi, senza essere preso per pazzo? C’era una sua amica che, in pensione come insegnante, aveva deciso di laurearsi in teologia, forse da lei avrebbe potuto avere qualche lume...
L’avrebbe dovuta contattare, e soprattutto avrebbe dovuto contattare qualcuno che gli potesse smontare quella pazza teoria sui messaggi venuti dal tempo. Mentre ci pensava, venne casualmente a sapere che a Bordano c’era qualcuno che s’era fatta una competenza particolare nella filosofia e nella religione dei Celti. In attesa di trovare altre strade aveva anche deciso di contattare questa persona, che aveva poi saputo essere un architetto.
“Perché mai un architetto?”, si chiedeva percorrendo la strada che dopo aver fiancheggiato il lago di Cavazzo, sale accompagnata da una parte e dell'altra dalle case di Interneppo, per raggiungere la sella ai piedi del monte S.Simeone, e poi scendere a Bordano. “E perché mai in questo paese già fuori dalla Carnia, che non può avere  nulla a che vedere con i Celti?” Così almeno pensava, (con la sua teoria per la quale i Celti s’erano limitati ad occupare  le valli più interne delle alpi carniche), finché non si imbattè nella perpetua.
Stava cercando  del parroco del paese, con il quale era in amicizia, per avere maggiori ragguagli sul fantomatico architetto esperto di Celti. La vecchia che aveva risposto “avanti!” al suo bussare alla porta della canonica, gli spiegò che il parroco non c’era, ma che sarebbe arrivato a minuti e che quindi poteva accomodarsi ad attenderlo. Chiese anche d’essere scusata perché non s’era alzata ad aprirgli la porta. “Sa, l’età, gli acciacchi…”
“Capisco, capisco, non si faccia un problema, commentò lui, accomodandosi al tavolo che occupava il centro della stanza, prendendo posto sulla sedia più vicina all’ingresso. “Non ha meno di novant’anni” pensò, incrociando gli occhi di lei che lo stavano scrutando ed analizzando con estrema attenzione e grande curiosità.
Era seduta su una sedia appoggiata alla parete di fronte all’ingresso. Sferruzzava, ma senza guardare al lavoro, come se le sue mani si muovessero autonomamente per una sorta d’inerzia che la costringeva a continuare in quell’esercizio fatto per tutta la vita. Le mani giravano attorno al filo e gli occhi percorrevano un loro filo logico, analizzando il nuovo arrivato, insistendo senza alcun pudore a ripercorrerlo dalla testa ai piedi e dai piedi alla testa.
Luciano si sentiva imbarazzato per l’insistenza di quello sguardo addosso ed era pentito d’essersi intrattenuto. Avrebbe potuto cavarsela con un “torno più tardi”, per attendere il prete all’esterno, e invece s’era messo nelle condizioni di non potersi sottrarre all’inquisizione di quei due occhi che tra le rughe del viso raggrinzito, avevano mantenuto la vivacità e la curiosità di due occhi da bambino. La vecchia peraltro non si accontentò dell’anamnesi visiva, finita l’analisi oculare, passò alle domande, con altrettanta mancanza di pudore. “Perché vuol vedere il parroco?”
“Non sono fatti suoi!” sarebbe stata la risposta più logica, ma anche la più impossibile per il rispetto che richiedeva l’età della vecchia. Pensò di sconcertarla con la verità e le disse:
“Sono qui per chiedergli qualcosa dei Celti”. Invece che stupirsi la vecchia gli diede l’impressione di trovare del tutto normale la domanda.
“Allora è cascato bene” disse, “perché la storia dei Celti la so io meglio di lui”
“Quale storia?”
“Quella dei Celti a Bordano. Sulla Bibbia e sul Vangelo, non metto lingua, anche se alle volte… ma sui Celti, ne so più di lui.”
Non aveva neppure fatto in tempo a dirle che in verità lui non sapeva neppure esistesse una storia dei Celti a Bordano, che era venuto soltanto  per sapere qualcosa sull’architetto, che anzi gli sembrava strano si potesse parlare di Celti fuori dalla Carnia, dal momento che si era convinto si fossero insediati soltanto sulle montagne…lei, non gli aveva lasciato la possibilità di aprire bocca, ed aveva preso a spiegare, come se glielo avesse espressamente chiesto, con un  racconto, evidentemente già detto mille volte, ripetuto ancora una volta con le stesse parole.
A quei tempi, aveva preso a dire,  Bordano, il nostro paese stava a guardia della porta di passaggio tra la Carnia ed il Friuli. Come è oggi, messo in disparte dalla storia,  “al di là dell’acqua” del fiume Tagliamento, non sta proprio a guardia di nulla. Ma una volta, la strada principale passava di là. I romani infatti non si fidavano dei fiumi, sapevano delle piene impetuose e imprevedibili, per questo tracciavano le strade lontano dagli alvei che potevano allagarsi, creando problemi alla viabilità. La strada per salire dal Friuli in Carnia appunto, invece che seguire il corso del fiume, deviava per l’ampia sella  tra i monti S.Simeone e Nar-u-vint, che ora sembra costituire una finestra naturale per consentire agli abitanti della  Carnia di intravedere uno squarcio del Friuli, ed a quelli del Friuli di godere della bellezza del panorama della catena del Cogliàns. La sella, a quel tempo, oltre che la finestra, costituiva anche la porta dalla Carnia sul Friuli.
Il preambolo storico geografico, aveva il preciso scopo di far intendere che quella che andava raccontando non era una leggenda ma che si trattava di una “storia” vera che lei aveva sentito da sua nonna, che a sua volta l’aveva sentita dalla nonna. Di nonna in nonna, giurava la vecchia, iniziando il racconto, la storia risaliva a quelli che erano stati i testimoni.
“No, è proprio una storia vera”, ribadì notando la perplessità di Luciano, che s’era ben guardato tuttavia di fare qualche commento e di esprimere i suoi dubbi, e poi iniziò a raccontare, assorta ad un tempo nel racconto e nel lavoro a maglia, con il quale si accompagnava come se, in qualche modo  i due ferri potessero essere  gli strumenti del racconto.
A quel tempo, continuò a dire, il nostro paese non c’era ancora. I primi uomini che vennero ad abitare da queste parti, costruirono le loro capanne  nell’altopiano sul monte S.Simeone. Perché sul monte? Si domandava, per dare enfasi al suo discorso. Perché erano Celti. Si rispondeva dopo un attimo di pausa.
I Celti, (spiegava poi, con sicurezza incurante delle perplessità che sull’argomento anima il dibattito tra gli storici) entrati dal passo di monte Croce, si erano insediati in Carnia, scegliendo, per insediare i loro villaggi, gli altopiani o i terrazzi di mezzacosta, piuttosto che i fondovalle. Sulla nostra montagna, dalla quale si domina tutta la pianura friulana fino al mare, avevano costituito una sorta di avamposto per tenere sotto controllo i movimenti dei popoli della pianura, prima i Veneti e poi i Romani.
Per quel che occorreva ad un popolo di pastori, sulla montagna c’era tutto: c’era l’acqua, (prima che i terremoti facessero abbassare la falda) c’erano i prati e c’era l’orizzonte. Cosa c’entra l’orizzonte? I celti avevano una grande sensibilità, erano dei poeti, e sceglievano per insediare i loro villaggi, località dove si potessero ammirare panorami di ampio respiro, dove si potesse sentir salire, come loro dicevano “il respiro della valle”. E sul S. Simeone non sale soltanto il respiro d’una valle, ma di tutta l’ampia pianura friulana.
Sulla montagna si sviluppò negli anni un piccolo villaggio. Vissero in pace i celti, in quella sorta di paradiso sospeso tra cielo e terra, per un paio di secoli, finché non arrivarono i romani ad imporre  la loro presunta civiltà.  Per la necessità di presidiare il passo,  i terreni che danno verso il Tagliamento, furono assegnati, come era usanza, ad un gruppo  di veterani che veniva dal Salento, in cambio appunto dell’impegno a difendere il passaggio tra la Carnia ed il Friuli.
Gli abitanti del villaggio sotto il monte, erano entrati presto in contatto con gli abitanti del villaggio di sopra, e se anche gli uni erano latini e gli altri celti si era realizzata  subito un intesa. La povera gente non ha mai interesse a  farsi la guerra. La differenza di etnia o di religione diventa un motivo di scontro solo quando i grandi vogliono inventarsi una scusa per contrapporsi e farsi la guerra, e per i loro giochi di potere costringono anche la gente a schierarsi da una parte e dall’altra.
Gli uni erano originari del centro Europa, gli altri del Mediterraneo, gli uni facevano sacrifici a Beleno, gli altri a Giove. Per entrambi però  il problema principale era quello d’arrangiarsi a sopravvivere, perchè alla fine sia Beleno che Giove toglievano loro qualcosa attraverso le offerte che la religione imponeva  di  fare ai sacerdoti, ma non era poi così sicuro che questi  dei, potessero veramente dar loro una mano, in quelle che sono le necessità  quotidiane, per poter infilare un giorno sopra l’altro, con tante bocche da sfamare. 
Malgrado la differenza di lingua presero a frequentarsi ed anche  a scambiarsi i prodotti, e l’andirivieni di celti e latini, segnò il primo sentiero che dalla sella porta al monte S.Simeone. Presero anche a partecipare alle rispettive feste e in particolare la  festa di Samhain che il Celti celebravano il primo novembre, finì  per diventare una festa comune.
Per i celti era la festa della relazione tra la vita e la morte, della chiusura della stagione del sole, per entrare nella stagione della notte. Fino a quel giorno nelle capanne il fuoco veniva acceso soltanto per cuocere i cibi. Da quel giorno invece, e per tutto l’inverno, sarebbe stato mantenuto acceso sempre, per riscaldare la capanna, e per tenere lontano gli spiriti dell’inverno, la  notte dell’anno. Per questo, il giorno di Samhain, il Druido, il sacerdote della loro religione, sul far della sera , nella valle di sotto, ove ora sorge la chiesetta di S.Simeone, appiccava il fuoco ad  un grande falò, dal quale  ognuno poi accendeva una torcia che si portava a casa, per accendere il fuoco nel proprio focolare.
La festa coincideva anche con il momento nel quale il bestiame doveva essere messo nelle stalle per trascorrervi la stagione fredda. E quello era per tradizione il giorno della selezione, della macellazione, e della preparazione della carne salata per l’inverno. Era quindi la grande festa del popolo dei pastori, come oltre un mese più tardi il popolo dei contadini a valle, avrebbe fatto festa per l’uccisione del maiale.
 Erano originari da terre opposte e lontane dell’Europa, eppure nelle tradizioni c’era qualcosa che li univa! Come li univa la convinzione che quella fosse la notte dei morti.
 Per i celti era la magica notte di Samhain, la notte nella quale si aprivano le porte dell’Aldilà e i morti venivano a intrattenersi con i vivi, come pure faceva quella notte il “piccolo popolo” dei folletti. Per i latini era la festa degli antenati, dei Lari, che gli abitanti del villaggio ai piedi del S.Simeone, finirono per celebrare in modo del tutto originale, recandosi sul monte, invece che al cimitero. Ancor oggi, commentava la vecchia, interrompendo per un momento il lavoro a maglia, nel nostro paese si ritiene che la sera dei morti, i nostri defunti salgano sul monte S.Simeone, e che, sulla via del ritorno, passino poi a visitare le loro case. E le tradizioni non nascono a caso!…
Alla mattina, (riprendeva il racconto, assieme al movimento dei ferri), i latini salivano sul monte per aiutare i celti nella macellazione del bestiame, poi a sera partecipavano alla festa per l’accensione del fuoco, accomunati dalla suggestione dei bagliori del falò che s’incrociavano con i riflessi del tramonto che incendiava le ultime propaggini delle dolomiti carniche, gli uni pensavano all’immortalità gli altri alla resurrezione nell’ultimo giorno.
Infine, anche gli uomini della pianura, accendevano le  loro  torce nel grande falò, per poi scendere al villaggio, ad accendere il fuoco nelle loro case. Da tutta la pianura friulana la gente mentre accendeva fiaccole ai propri defunti,  ammirava quel grande punto di fuoco sul S.Simeone e quella catena di piccole luce che si snodava sinuosa seguendo i ripidi tornanti del sentiero.
Così per anni...E non a caso, ribadiva ancora la vecchia, anche oggi a Bordano, si dice che la sera di Ognissanti, i morti escono dalle loro tombe per salire sul S.Simeone. Forse, nella dimensione senza corpo, la festa tra celti e latini continua ancora…
 Ma nella storia invece,  ci fu la guerra. Qualcuno a Roma aveva deciso che anche la Carnia era dei Romani, ed avevano preso allora ad avanzare minacciose le cohorti, salendo le valli carniche. I celti si ritirarono, alcuni ripassarono le alpi, altri si attestarono negli altopiani meno accessibili. Quelli del S.Simeone restarono isolati e si convinsero che avrebbero potuto continuare ad abitare sull’altopiano, perché nessuno si sarebbe interessato ad un piccolo gruppo di capanne, isolato su una montagna. I rapporti del villaggio di sopra con quello di sotto continuarono, anche se nel frattempo sulla sella ai piedi del S.Simeone s’era insediata una vera e propria guarnigione di soldati romani.
Anzi, destino volle che la figlia del comandante la guarnigione, si innamorasse di Bor Dano, il figlio del capovillaggio dei celti. Il padre l’aveva sconsigliata, aveva provato con tutti i mezzi a far in modo  che non si frequentassero. La storia avrebbe potuto cambiare, le continuava a ripetere,  e quando cambia, guai a chi si fa trovare nei suoi ingranaggi.
La figlia però non pensava alla storia di Roma, pensava soltanto alla sua, stregata com’era dal fascino di quel ragazzo dai biondi capelli lunghi dagli occhi azzurri, profondi e trasparenti come le acque del lago. Saliva rapida come una cerbiatta sul ripido sentiero, mentre lui come se in qualche modo l’avesse sentita venire, scendeva a grandi balzi. S’incontravano ogni giorno sul “pulpito”, uno sperone di roccia aggettante sulla valle,  da dove meglio si gode l’ampio panorama che si apre sulla pianura. La fessura del mare che, lontano, segnava il passaggio tra la terra ed il cielo,  sembrava loro la linea dell’infinito, dove era possibile inserire senza alcun limite i loro sogni, dove era possibile far crescere speranze senza confini.
La guarnigione romana sapeva che non c’era nulla da temere da quel villaggio di pastori, anche se erano Celti, ed avevano delle armi. Ma ad Aquileia, quando si seppe di quella postazione nemica rimasta dietro le linee della conquista, parve strano che la guarnigione ai piedi del monte, non avesse gia provveduto ad eliminare quella sacca di resistenza. Si decise di mandare  una intera cohorte ad eliminare quell’anomalia.
Quel giorno, sul far della  sera dalla pianura si vide sul S. Simeone un fuoco molto più grande di quello della festa di Samhain. Pareva si fosse incendiata la montagna. Ma non ricorreva  la festa di Samhain, e non ci furono più feste di Samhain sul S.Simeone.
Erano stati uccisi tutti, ed i loro corpi erano stati arsi assieme alle capanne. Così almeno aveva riferito il comandante della cohorte. Ma invece uno era rimasto. Forse era il Druido che era riuscito a nascondersi e si era salvato…
Uno solo era rimasto. Almeno così si diceva. Nessuno infatti l’aveva visto. Nella sua solitudine, covando l’odio per la strage dei suoi,  era diventato feroce come un animale ferito. Aggrediva chiunque gli si avvicinava. E si cominciò a raccontare di gente che aveva avuto il coraggio di salire sul monte e che non aveva fatto ritorno, di gente che era stata sbranata... Si parlò d’un uomo che in verità non era un uomo, ma  un lupo... di ululati che nelle notti di luna piena riempivano il bosco di faggi che copre la cima più alta del monte, che fu soprannominata appunto la cima del Lòf, (del Lupo in lingua friulana).
Erano passati quasi cento anni da quando i celti erano stati sterminati, ed ancora le nonne raccontavano alle nipoti ciò che aveva combinato e stava combinando  sul monte quell’ultimo celta mezzo uomo e mezzo lupo.
“Ma non è possibile! Sia che si tratti d’un uomo, sia che si tratti d’un lupo, dopo tanti anni non può che essere morto”.
“Eppure!” aveva soltanto saputo replicare la vecchia. “Eppure, Bordana, devi credere che è così”. Bordana non era sua nipote, ma la vecchia centenaria che abitava nella casa vicina al comando della guarnigione, la trattava come se lo fosse. Lei non s’era sposata, non aveva nipoti cui raccontare le storie, lei era rimasta legata ai sogni con Bor Dano sul “pulpito” guardando l’infinito. Ed ora s’era affezionata a questa giovane, venuta da Roma, con un nome così stranamente simile a quello del suo ragazzo.
“Che coincidenza!” si diceva, “chissà se è di triste presagio!”. Ma questi commenti li teneva per sè, ed alla ragazza non aveva neppure rivelato  d’essere la protagonista di quel racconto. Il suo viso, mentre raccontava, incartapecorito dal tempo e dal dolore,  pareva quello d’una statua, non lasciava trasparire alcun sentimento.
Bordana era la figlia del nuovo comandante la guarnigione romana posta a difesa della sella di ingresso alla Carnia. Ora il passaggio era diventato importate, la strada  era stata definitivamente  sistemata e lastricata. Bordana aveva dovuto lasciare Roma, con tutta la famiglia seguendo il padre. Era bella, piena di vita, da bambina aveva sognato di poter partecipare alle feste della capitale ed ora che aveva finalmente vent’anni, si ritrovava in una sperduta parte di mondo, sulle prealpi carniche, a sentire raccontare le avventure impossibili d’un uomo ultracentenario che sbranava le persone.
Per rompere la noia del succedersi dei giorni nella monotonia del quotidiano  tra quelle quattro casupole, addossate ai tornanti della strada che dal fiume si inerpica fino alla sella, decise che sarebbe salita sul monte per sfatare la leggenda del celta. Si sarebbe fatta accompagnare da Tarneppus, il giovane attendente di suo padre.
Quando gli fece la proposta, il giovane, che aveva sentito delle leggende riguardanti la montagna, esitò:
“Sai, si dice che nessuno è mai tornato vivo da lassù.”
“Sono discorsi da femminucce,” replicò lei.
Toccato sul vivo da una provocazione così pesante fatta da una donna ad un soldato, o forse soprattutto perché si sentiva del tenero nei confronti della figlia del suo comandante, il giovane Tarneppus alla fine si arrese alle insistenze della ragazza.
Il giorno programmato per la spedizione, il S.Simeone pareva imbronciato con un cappello più grande del solito. Molto spesso, anche ora, attorno alla cima del monte, s’addensa una nube come un grande cappello, per cui gli abitanti della pianura per farsi le previsioni del tempo, guardano al S.Simeone per controllare da che parte si mette il cappello. A Bordano invece si diceva che le nubi s’abbassavano fino al avvolgere la cima della montagna per consentire a S.Pietro di scendere a far tribunale assieme a S.Simeone.
Quel  giorno però, il cappello era più fitto e più nero del solito, e già questo avrebbe dovuto indurre i due giovani a desistere. Ma Bordana era una ragazza di carattere, e Tarneppus, come capita a tutti i giovani, a tu per tu con una bella ragazza, non riusciva a dir di no.
Salirono velocemente  la prima parte della montagna, anche se non era facile trovare le tracce del sentiero abbandonato da tanti anni. Le cose si complicarono terribilmente quando entrarono nella nube che copriva la parte alta della montagna. Erano arrivati al tornante del sentiero ove oggi si trova l’ancona detta di  S. Simonino.
“Guarda che ci sono strapiombi impressionanti.” Fece notare lui. “Dobbiamo rientrare. Ritenteremo un’altra volta”.  Così dicendo era tornato qualche passo indietro. Lei invece aveva fatto la curva  ed era avanzata di qualche passo, sul tornante superiore.
“Torniamo indietro!” la supplicava lui. “Ci perderemo.”
“Di che cosa hai paura. Ci fermiamo un momento per lasciare che si diradi la nebbia, e poi potremo proseguire. La cima non dovrebbe essere distante”.
Fu allora che dalla nebbia uscì un grido, un urlo straziante.
Non era un suono che venisse da un punto preciso. Sembrava piuttosto che tutta quella nebbia si fosse trasformata in quel grido disperato. Un grido di dolore e di rabbia che racchiudeva in sè infinite grida di dolore, infinite espressioni di rabbia.
I due giovani restarono come paralizzati. Non c’era direzione per scappare perché non c’era direzione dalla quale veniva l’urlo, come se in un certo senso  fosse scoppiato dentro a loro.
Poi finalmente quell’urlo spaventoso parve smorzarsi, affievolendosi come se la nebbia lo stesse assorbendo verso la sommità del monte. Nello stesso tempo, in alto, in corrispondenza della  cima della montagna, emerse dalla  nebbia un punto luminoso. Mentre il suono si affievoliva, la luce prendeva vigore e si dilatava, penetrando la nebbia come se il suono si fosse tramutato in luce, come se quell’urlo orribile si fosse trasformato in quella luce irreale. La nube sulla montagna divenne una nube di fuoco, forse come quella che un secolo prima, s’era vista la sera della fine dei Celti.
Poi nella luce, lentamente, prese corpo una figura d’uomo. Era un giovane bellissimo, con i capelli lunghi e biondi e gli occhi azzurri. “E” quello del racconto ”, pensò Bordana , e invece che preoccuparsi si sentì rassicurata. “E’ quello dei miei sogni” mormorò, e fiduciosa si mosse  verso di lui.
Fu allora, appena lei si mosse, che il bellissimo giovane pieno di luce, d’un tratto, come per incanto, si trasformò in un mostro orribile. Era un drago con tre teste, dalle tre bocche uscivano lingue di fuoco e allo stesso tempo, dalle tre gole riprese ad uscire  quell’urlo terribile: assieme un sibilo di serpente, un latrato di lupo ed un rantolo umano.
La ragazza, quando vide il drago muoversi verso di lei, riuscì a raccogliere tutte le sue forze per girarsi  a correre. La voce paralizzata dal terrore, si sbloccò in una invocazione straziante e disperata di aiuto. Tarneppus forse non era neppure un eroe, ma se anche lo fosse stato, neanche per un eroe sarebbe stato facile trovare il coraggio per sguainare la spada ed affrontare quel mostro. Comunque, non si mosse. La vide correre nella nebbia, che s’era diradata, e poi sparire come se il grido di aiuto, fosse stato assorbito nel vuoto. Per lo spavento lei non si era ricordata che il sentiero girava, e senza accorgersi s’era lanciata nel crepaccio  della montagna che in quel punto strapiomba.
Quando Tarneppus, che era svenuto per lo spavento, si risvegliò, la nebbia non c’era più, le nubi s’erano diradate ed era apparso il sole. Il bosco del  S.Simeone risplendeva in mille sfumature di verde e sotto, la pianura friulana s’apriva in un respiro luminoso appena incrinato dal rincorrersi delle quinte di colline digradanti. Il paesaggio prima marcato si scioglieva a poco a poco in un velo di fumo che finiva per confondersi con la grigia nebbiolina nella quale sfumava la volta del cielo. E in mezzo, ove i due colori si fondevano,  come in una  fessura  tra la terra ed il cielo, s’intravedeva una striscia di mare..
Di Bordana non si seppe più nulla. Il suo corpo non fu mai trovato, malgrado tutto il villaggio si fosse impegnato  nella ricerca  sul costone  della montagna sul quale, secondo il racconto di Tarneppus, era caduta. La cercarono sui ghiaioni, la cercarono sulle cengie, ma invano…
 La spiegazione della scomparsa misteriosa la diede Mòchile la maga  che viveva in una grotta sul Nar-u-vìnt, la montagna di fronte. Raccontò  che lei l’aveva vista cadere. Era  sbucata come un uccello dalla nube che copriva la vetta della montagna, poi aveva preso a scendere, cullandosi nel vento, come una foglia che d’autunno cade dall’albero. Infine si era rimpicciolita fino a diventare una specie di farfalla, e, come una farfalla, invece che posarsi a terra,  era tornata sul monte, a cercare l’immagine di quel giovane bellissimo che aveva potuto vedere soltanto per qualche attimo.
 Bordana, la prima delle tante farfalle che hanno scelto di vivere su quella montagna, che per tutti ormai, è diventata  la montagna delle farfalle.  Tante farfalle a salire il monte, commentava la vecchia, attratte anche loro dall’illusione che aveva richiamato  quella prima farfalla...
E per tanti secoli su quella montagna non salirono che le farfalle. Nessun persona ebbe più il coraggio di sfidare il mistero del celta che era rimasto a difendere la memoria del suo villaggio e che s’era trasformato in un drago. Solo più tardi, nel Medioevo, quando il paese s’era molto sviluppato attorno al cippo che il comandante della guarnigione aveva voluto erigere a ricordo della figlia, qualcuno pensò fosse necessario ritentare l’impresa.
 Il paese era grande ed i pascoli erano pochi. Sulle pendici del monte a fatica potevano pascolare le capre. Si doveva in qualche modo trovare la soluzione per utilizzare anche i pascoli che, si raccontava, c’erano sulla montagna. Ma chi aveva il coraggio di sfidare il drago?
Finalmente si presentò un monaco, un seguace di S.Simeone stilita, e si offrì di andare a vivere sulla montagna. Il suo maestro aveva passato tanti anni in cima ad una colonna, lui l’avrebbe imitato, ritirandosi su quella montagna che si ergeva come una colonna isolata ai limiti della pianura friulana. La sua preghiera, era sicuro, avrebbe sconfitto ogni drago.
Si fece fare una croce di legno, con la base appuntita per poterla piantare nel terreno. S’avviò  quindi verso il monte, portandosi sulla spalla la croce, come se quello fosse il suo calvario. Quando fu sulla sommità del precipizio, da dove, come gli avevano  detto, era caduta la ragazza, con tutta la forza che aveva, conficcò la croce tra due sassi, sull’orlo del burrone.
Fu come se l’avesse conficcata nella carne del drago, invece che nella terra. L’urlo di dolore dell’animale ferito a morte echeggiò di balza in balza, entrò negli anfratti, e la montagna s’agitò come se le rocce fossero diventate il corpo del drago. Poi tutto tornò silenzio, come se il drago fosse stato assorbito nella montagna, e il silenzio della natura l’avesse costretto al silenzio.
L’Orcolàt, così fu chiamato il drago, vive da allora dentro alla montagna, come un orso in letargo. Non è più un pericolo per nessuno. Solo ogni tanto s’agita nel sonno, e tutta la montagna allora si scuote nelle vibrazioni del terremoto.
Sulle orme di frate Simone gli abitanti del paese avevano preso coraggio e avevano cominciato a portare  i loro animali al pascolo sulla montagna. Erano stati poi  costruiti i ricoveri per l’alpeggio ed era stato sistemato  il sentiero di accesso perché fosse percorribile anche alle mucche. Il frate, che per rispetto del santo di cui s’era detto discepolo, tutti chiamavano Simeone il piccolo o Simonino, s’era sistemato nel pianoro di Val di sotto, dove c’erano ancora i resti del villaggio dei celti. Con i sassi delle basi delle loro capanne, un poco alla volta, s’era costruito il romitorio ed una piccola chiesa
 Quando il  santo uomo, venne a morire, nel luogo ove aveva costruito la sua capanna di eremita, gli abitanti di Bordano costruirono una chiesa dedicata allo stesso tempo al frate e al santo suo maestro. Per loro, al di la d’ogni ufficialità canonica, era più santo il loro frate che aveva osato liberare la montagna dal drago, che il suo maestro vissuto  a meditare in cima ad una colonna.
Il tempo e la storia però spesso cambiano le cose. Anche nel nostro caso, col tempo la chiesa e tutta la montagna finirono per prendere soltanto il nome di S. Simeone, che non aveva avuto nulla a che fare con le vicende di quei luoghi. A Simonino, che ben si sarebbe meritato, di dare il nome alla montagna, resta intitolata soltanto una modesta ancona, eretta nel posto ove aveva conficcato la croce sconfiggendo il drago.
Alle volte si inventano le leggende a spiegare i luoghi, alle volte sono invece i luoghi a far nascere le leggende. Malgrado le proteste della vecchia, Luciano non aveva dubbi si trattasse d’una leggenda per giustificare in qualche modo i nomi sia della montagna che dei due paesi, Interneppo e Bordano, posti a guardia, da una parte e dall’altra, della sella che fa da finestra alla Carnia verso il Friuli.
Il fatto che la vecchia parlando della festa di Samhain, dicesse Sciamàin, un termine molto vicino a Scimòn (Simone nella lingua friulana), gli fece venire in mente anche la possibilità che quella avesse potuto essere la vera origine del nome della montagna.
 Ma già il fatto che si fosse imbattuto nella perpetua e nella sua leggenda sui celti, ora anche a lui sembrava più che una coincidenza. C’era  un presagio in quel racconto, pensava Luciano, come era stato un presagio il fatto che una ragazza venuta da Roma, portasse pur nella diversità delle lingua, un nome quasi identico a quello d’un celta.





























Cap. 8

L’Architetto


Sulle battute finali del racconto della vecchia, s’era aperta la porta ed era entrato il prete che Luciano aspettava.
“Che piacere vederti, dopo tanto tempo. Come mai da queste parti?”
“È un piacere anche per me. Il perché sono qui è un po’ più complesso da spiegare…”
“S’interessa ai Celti,” lo interruppe la vecchia.
“Come mai? Allora la mia perpetua ti ha di sicuro raccontato la sua storia.”
“Certo, e l’ho ascoltata con molto interesse. La storia invece del mio interesse per i Celti  è una storia un po’ lunga perché te la possa raccontare adesso, comunque ti basti sapere che sono qui perché mi hanno detto che c’è un architetto che ha approfondito la conoscenza della storia del Celti, e vorrei sapere dove posso trovarlo”.
Alla richiesta il prete scoppiò in una grande risata e si sedette invitando Luciano a fare altrettanto. “È una cosa tutta da ridere…”, prese a dire, e si diffuse in mille ragguagli ed in mille particolari sulla vita di questa “specie di architetto”, per il quale evidentemente non aveva molta stima.

Gli aveva detto che l’avrebbe trovato sull’altopiano del S.Simeone, dove secondo il racconto della perpetua s’erano insediati i Celti. Le stranezze di cui gli aveva parlato il prete ridendo, avevano accentuato il suo desiderio di conoscere la persona, e uscito dalla canonica aveva preso subito la stretta strada militare che a ripidi tornanti porta sulla montagna.         Lasciata l’automobile vicina alla chiesetta di S.Simeone, s’incamminò a piedi nella speranza di trovare l’architetto che, neppure il prete aveva saputo indicargli  esattamente in quale zona dell’altipiano abitasse.
Forse anche il nome di S.Simeone dato a quella montagna, pensava, non aveva nulla a che fare con i santi. La vecchia perpetua che pur non aveva studiato la storia dei Celti, aveva fatto esplicito riferimento alla festa di Samhain, chiamandola con l’inflessione friulana, la festa di “scimàn”. E se nel tempo quel scimàm fosse diventato scimòn, cioè Simone in lingua friulana? Con la diffusione del cristianesimo, come ci fu un processo di cristianizzazione dei culti locali, così ci fu un processo di cristianizzazione dei nomi. Non è da escludere quindi che scimàn sia diventato scimòn e poi san scimòn…
L’altopiano è diviso in due parti. La prima è leggermente inclinata verso la pianura, come una gradinata dalla quale poter guardare meglio al panorama del Friuli che si perde lontano contro il cielo. La seconda invece è come un grande catino con i bordi sopraelevati tutt’intorno  che si innalzano verso nord a formare la cima della montagna, quasi fosse il manico del catino. Qui non c’è panorama e la sensazione è quella di essere sollevati contro la volta del cielo.
“È come sul Sorantri,” pensò Luciano, riprendendosi dalle fantasticherie toponomastiche. Anche lui come Maria avrebbe potuto adagiarsi sull’erba morbida all’ombra d’un faggio e sognare. Avrebbe così potuto  trovare nel sogno la spiegazione a tutte le domande a tutti gli enigmi ed i misteri che  gli affollavano la mente, si diceva con ironia. Un laico che cerca spiegazioni nei sogni!… No, anzi, lui continuava al contrario a mantenere delle riserve assolute sui sogni che gli erano stati raccontati, ed anche su quello che aveva fatto personalmente. Prima o poi, era sicuro, avrebbe trovato una spiegazione logica anche per le strana coincidenza di quei sogni, in relazione tra loro, ma fatti da persone diverse, in luoghi diversi.
 Ricordava il racconto della vecchia perpetua e lo affascinava  l’idea che millenni prima,  su quegli stessi sentieri avessero camminato degli uomini. Non dei primitivi con la clava, in attesa che i conquistatori romani portassero la luce della civiltà, ma persone con una cultura raffinata, con un pensiero filosofico molto evoluto. Gli pareva in un certo modo di poter passeggiare con loro, con i loro pensieri..
 Si fermò d’un tratto  sorpreso quando  s’accorse che gli veniva incontro sul suo stesso sentiero, uno strano pastore. Se non avesse avuto le anticipazioni del prete, avrebbe pensato che, come a Maria, e addirittura  in piedi, senza neppure appisolarsi, gli fosse capitata una allucinazione. Aveva battuto le palpebre con forza come a sincerarsi d’essere sveglio. Si, era assolutamente sveglio, e quello che veniva avanti doveva essere certamente l’architetto che, come gli aveva anticipato il parroco,  s’era messo a fare il pastore.
Che fosse un pastore l’individuo che gli veniva incontro lo si capiva  dal fatto che era seguito da un piccolo gregge di capre e di pecore. Se avesse potuto avere dei dubbi, la  conferma gli veniva dal  vestito, che era proprio da pastore, come nelle raffigurazioni delle statuine del presepe. Portava i pantaloni alla zuava, aveva calzettoni di lana bianca e calzava le “dalmine”, gli zoccoli tipici dei contadini del luogo, con la suola scavata nel legno. Il maglione di lana scura scendeva fino all’inguine, quasi fosse una tunica, e come le tuniche era stretto in vita da una cintura di cuoio con una grande fibbia di metallo. Portava un grande capello di feltro a larghe falde, come s’usa ancora in Austria, e come, appunto, usano in pastori del presepe. La barba folta e incolta gli ricopriva tutto il volto e scendeva fino al petto, lasciando sbucare in alto due occhi spiritati, come due radure piene di sole, nel fitto del bosco.
“Buon giorno!” lo salutò Luciano mentre era ancora distante. “Cosa fa quassù?” aggiunse poi. Era una domanda stupida, ma era un modo per significare  che avrebbe voluto attaccare discorso. In effetti, mentre l’aveva visto avanzare nel prato, come uscito da un quadro agreste di qualche pittore fiammingo, gli si era confermata la curiosità di fare la conoscenza di un personaggio che, così originale nell’abbigliamento, non poteva non  essere altrettanto originale nel comportamento e nel modo di pensare.
“Cosa fa lei piuttosto, qui” gli rispose con una voce profonda, baritonale, l’altro, “Io ci abito”.
“Dove?” chiese Luciano fingendosi sorpreso.
“Proprio lì, dietro a lei”.
Sull’altopiano del S.Simeone, ci sono diverse costruzioni. Ci sono casette per il fine settimana bene inserite nell’ambiente e ci sono stamberghe di legno e lamiera. Quella che aveva appena sorpassato, l’aveva notata per l’originalità, ed aveva in effetti pensato fosse quella dell’architetto,  perché i prati attorno erano pascolati. Accanto ad un recinto preesistente (forse risalente ai Celti?) costituito da un muro a secco di grosse pietre non squadrate, con lo stesso stile, solo usando pietre più piccole ed unendole con la malta, era stata realizzata una costruzione che ricordava molto le casere delle malghe. Ad un primo blocco ad un piano se ne affiancava uno a due piani, mentre il terzo addossato al recinto tornava ad essere basso ma con il tetto aperto e sopraelevato nel grande camino tipico delle casere. La costruzione proseguiva all’interno del recinto in una lunga tettoia per il ricovero degli animali.
Mentre riconsiderava la costruzione, l’architetto aveva continuato ad avanzare verso di lui, ed ora  erano l’uno di fronte all’altro. Anche il gregge era venuto avanti. Alcune pecore li avevano sorpassati, ed ora loro due si trovavano  proprio in mezzo alle  bestie, circondati dal gregge. Gli occhi spiritati lo guardavano sorridendo, come se fosse  divertito per la sorpresa che notava nel suo volto, per quell’incontro inaspettato, e per l’imbarazzo, che pure mostrava, vedendosi  circondato da quelle bestie. Le capre giravano al largo, le pecore invece si avvicinavano curiose, lo annusavano. Qualcuna l’aveva anche spinto...forse anche la bestia aveva voluto accertarsi che fosse realtà e non un allucinazione la presenza di quell’umano estraneo....
“Non le fanno niente!” aveva detto il pastore per rassicurarlo sull’eccessiva confidenza che si stavano prendendo le bestie. ”Sono curiose... come le donne” aggiunse poi con una risata.
“Lo so. Non ho paura. Non sono di città, sono nato anch’io in un paese di montagna”.
In verità anche se non veniva dalla città si sentiva perlomeno imbarazzato in mezzo a quel gregge di pecore e capre a parlare con un personaggio così strano. Continuando ad avanzare si stavano sfilando ormai le ultime bestie, il pastore sembrava volersene andare per i fatti suoi, già pago delle quattro parole scambiate con l’intruso  venuto a disturbare la sua vita. Luciano avrebbe voluto trovare qualche argomento per fermarlo, ma l’aveva ormai di schiena e non sapeva che chiedergli. Fu allora che lui, senza voltarsi gli disse:
“Posso offrirle un caffé?”
“Volentieri!” rispose, contento che fosse stato interpretato il suo desiderio. “Se non disturbo,” aggiunse per educazione.
“E cosa vuole disturbare. Semmai lei... se si adatta…”.
“Sono nato qui vicino, a Cazzaso,” gli ripetè, “non sono di città”
“Ah! Cazzaso. Conosco. Una borgata, più che un paese”.
“In effetti, quattro case ormai. Anche quello è quasi tutto disabitato, come tanti paesi della Carnia. Ma quassù non ci sono neppure le quattro case, queste poche costruzioni da fine settimana, sembrano disperse nel deserto. Come può viverci da solo?”
Erano intanto arrivati nel cortile davanti alla casa. Il pastore lo lasciò  per spingere il gregge dentro il recinto attraverso l’apertura che lo interrompeva proprio a fianco dell’edificio. Rinchiuse una sorta di porta a forma d’una grande palizzata di legno e sulla palizzata si addossarono le pecore strette fra loro, in crocchio a guardare l’estraneo. Guardavano e belavano. Avresti detto che si scambiavano le impressioni sul nuovo arrivato…
“Via!” gridò loro il pastore. Ma non si mossero. “Sono curiose come le donne” commentò lui di nuovo, ridendo e tornando infine verso Luciano.
“Semmai vivere insieme è un problema!” riprese poi quando gli fu vicino, rispondendo alla domanda con la quale l’aveva lasciato. “Vivere da soli, è facile. A condizione di non essere vuoti”.
Lo seguì, entrando in un una grande cucina che dava direttamente sul cortile. Su un lato c’era un grande “spolert”. La tradizionale cucina leggermente staccata dal muro, in modo da ricavare un impiantito piastrellato a forma di elle, largo un cinquanta centimetri sotto al quale erano fatti passare i condotti per il fumo. Luciano ricordava da bambino, nelle fredde giornate d’inverno, nella cucina della nonna, il piacere di stendersi a riposare su quelle piastrelle calde. L’architetto aveva usato  le stesse piastrelle dello “spolert” della nonna: piccole piastrelle esagonali, colore rosso mattone.
Accanto, sulla parete c’era un lungo secchiaio di pietra, sormontato da una trave di legno scuro alla quale erano appesi tre “cialdìers”, secchi di rame per l’acqua, smaltati di stagno all’interno. Di fronte, c’era un grande armadio di noce, e in mezzo, un tavolo pure di noce massiccio.
Passando a fianco dello spolèrt, lo introdusse in un altra stanza.
“Venga, le faccio vedere la casa. Questo è il mio “sancta sanctorum”
La parete a destra era ricoperta da una grande libreria, fitta di libri. Sulla parete di fronte un grande caminetto, e sul muro attorno, a incorniciare le due finestre, tanti trofei di caccia, tante corna di capriolo e qualcuna di cervo. Sopra il caminetto un grande gufo impagliato su un trespolo, pareva il nume tutelare della casa. Nel mezzo c’era un lungo tavolo di legno massiccio come quello della cucina, ricoperto di libri aperti, e in fondo addossata alla parete una scala.
“Sopra  c’è la camera” disse.
Tornati in cucina prese ad armeggiare attorno al secchiaio. “Le faccio il caffè!”
“Si, grazie!”. In effetti non aveva chiesto nulla, aveva semplicemente detto che gli avrebbe fatto il caffè, con la stessa naturalezza e spontaneità con la quale gli aveva mostrato la casa.
“Ha rifatto  lo “spolert” come nella tradizione”!” disse Luciano per commentare in qualche modo la visita che aveva fatto alla casa.
“Certo. Mi pare una soluzione molto intelligente di riscaldamento. Chissà in quanti secoli si è venuta sviluppando e consolidando l’idea di costruire una stufa a quel modo, poi in pochi anni tutto è sparito, per far posto alle stufe in metallo od al riscaldamento centrale”.
Ma più che dallo “spolert” era stato sorpreso dallo studio, dalla grande libreria. In un casolare, nella casa d’un pastore, non ci si aspetta  di trovare una stanza piena di libri.
 Lo guardava mentre accendeva il fornello, preparava le chicchere... Nascosto in un armadio accanto al secchiaio aveva il fornello a gas...
“Anche lei non rinuncia ai vantaggi della vita moderna”.
“Perché dovrei? Sarebbe anche stupido. Come tuttavia è stupido buttare tutto quello che di positivo ci viene dal passato. Quanto zucchero?
“Uno, grazie!”
“Posso immaginare che sia rimasto sorpreso dallo studio...”
“In effetti!”
“E forse te l’ho mostrato, proprio per sorprenderti. Diamoci del tu, che va meglio. Al posto del gufo, come si usa, avrei potuto appendere il quadro della laurea in architettura, e così ti saresti reso conto che si può restare architetti pur facendo i pastori. Ma allora ti sarebbe venuta la curiosità ancora maggiore del  perché un architetto faccia il pastore.”
S’era messo quindi ad accendere il fuoco nello “spolèrt” e continuava a dire, come parlasse a se stesso ad alta voce:
“Non credere che inviti tutti quelli che passano per raccontare loro la storia dell’architetto pastore. Sono mesi che qui non entra nessuno. Se mi chiedesse perché l’ho invitata... Scusami, perché  ti ho invitato... non saprei darti una risposta. Mi è venuto così...istintivo. Come m’è venuto logico  mostrarti la casa.”
“Ti ringrazio, lo apprezzo come  un segno di fiducia!”
 Avrà avuto quarant’anni… anche se non era facile riconoscere un’età sotto  quella barba incolta, che non lasciava distinguere i veri lineamenti del volto. Si muoveva con agilità. Del resto, girando  ogni giorno sulla montagna per portare  al pascolo il suo piccolo gregge, doveva essere allenato per forza... “Ma come mai,” aggiunse, “questa scelta così radicale, di lasciare tutto per fare il pastore?”
“Puoi ben capire che non è cosa da potersi spiegare in quattro parole. Se avremo modo di vederci ancora, forse te ne parlerò. Potrei sintetizzare tutto in una frase che potrebbe  però sembrarti un enigma o un indovinello: ho creduto valesse la pena abbandonare la farsa, per riprendere il gioco”.
“Come spiegazione non è certo molto esauriente”.  Si era espresso come l’altro si aspettava, fingendosi sorpreso per le parole. Ma non era proprio la verità. La frase gli era in qualche modo familiare. I termini “gioco” e “farsa” gli avevano fatto tornare in mente il sogno con Vinadia. In quel contesto, quelle parole non erano enigmatiche. Ma non si sarebbe certo messo a raccontare i suoi sogni ad una persona incontrata per caso...
“Lo so, te l’ho già anticipato. Se ne potrà parlare... Ma tu piuttosto. Che ci fai da queste parti?”
Glielo poteva dire? Era il caso di confidare ad un estraneo quello che non aveva confidato neppure agli amici più intimi, neppure a Maria? Se non voleva raccontare i sogni ancora meno poteva pensare di parlare dei propri segreti. Eppure lui si era confidato, d’istinto, non l’aveva considerato un estraneo, ma un amico. E d’istinto anche lui, contro la sua normale riservatezza, si lasciò scappare:
“Sto inseguendo la suggestione dei Celti”.
Notò la sua sorpresa e aggiunse subito:
“Lo so, non e’ cosa facile da spiegare ed ancor meno da capire, però è così… Mi hanno detto che forse tu puoi aiutarmi”
L’architetto lo guardava sorpreso. Evidentemente pensava. Ma a che cosa pensava? Che aveva trovato un altro originale come lui?... Il loro discorrere s’era arenato in un silenzio sempre più imbarazzante. Luciano non riusciva a capirne il motivo. Gli pareva di intuire che l’altro fosse rimasto in qualche modo stupito per la sua affermazione.
 Certo, anche per uno che ha deciso di vivere da solo lontano dalle gente, può non essere normale sentire un altro che ti dice di subire la suggestione dei Celti! Ma quello che dice di sè una persona incontrata per caso, non ti può che toccare marginalmente, non ti può certo turbare...
“Cosa pensi ci sia di strano?” chiese alla fine Luciano, anche per rompere in qualche modo l’imbarazzo del silenzio.
“Nulla!” rispose, come riprendendosi da un pensiero che l’aveva portato lontano. “Nulla! E’ solo che se ben capisco, quello che tu chiami la suggestione dei Celti, è il vero motivo per il quale ho lasciato tutto, per vivere tra queste montagne”.
“Appunto ed io sono qui perché vorrei capire la tua storia, per cercare di capire la mia”.
 “E’ una strana storia,  troppo complessa, della quale i Celti sono solo una componente... Devi sapere che io sono un benandante”.
“Cosa?”
“Non ne hai mai sentito parlare? Si. Un benandante!”
“Cioè?”
“Uno nato con la camicia”.
“Uno fortunato. E cosa c’entra il fatto che tu sia fortunato”
“Te l’ho detto, la cosa non e’ semplice. Nato con la camicia non è soltanto sinonimo di fortunato....”
Prese allora a spiegargli di come, fino a quando la Chiesa non li aveva sterminati per mezzo del tribunale dell’Inquisizione, tra le montagne della Carnia erano esistiti i benandanti. Si chiamavano così le persone che avevano avuto la ventura di nascere con la camicia, che non è, come può sembrare ai più, soltanto un modo di dire,  ma una situazione per la quale il feto viene alla luce ancora avvolto nella membrana amniotica, volgarmente detta camicia.
Si diceva che il fatto di venire al mondo con questa modalità particolare, conferisse alle persone la possibilità di vivere anche in una dimensione extracorporea. Avevano la possibilità di compiere il “viaggio dell’anima”, di liberarsi cioè dal corpo e di muoversi in ispirito nell’ultramondo, incontrandosi con le anime dei defunti per combattere contro i malandanti e garantire la fertilità della terra e l’abbondanza dei raccolti.
Quanto fosse di vero e quanto fosse di fantasia nei racconti che venivano dai verbali del Tribunale dell’inquisizione, non lo sapeva. Poco gli interessava dal punto di vista scientifico, ed ancor meno la cosa lo interessava dal punto di vista storico. Ai racconti sui benandanti, era arrivato per capire se stesso.
Sua madre gli ripeteva sempre che “era nato con la camicia”. Lei forse con la frase voleva veramente riferirsi al fatto che era nato avvolto nella membrana amniotica. Lui però prendeva l’affermazione nell’accezione che la frase ha assunto nel linguaggio corrente. Non aveva motivo di darsi pensiero, se la madre lo considerava fortunato. Veramente non c’era nulla in quel che gli era capitato nella vita, per cui potesse dirsi fortunato, ma, si sa, le madri per i figli spesso stravedono...
Forse sua madre attendeva che crescesse, che avesse l’età per potergli rivelare  il segreto, per dirgli che cosa intendeva veramente quando gli diceva che era nato con la camicia, ma era morta improvvisamente, quando lui era ancora un ragazzo.  In seguito, quando  anche il padre gli era venuto a mancare  (aveva ormai quasi trent’anni, si era già laureato ed aveva iniziato a fare l’architetto) aveva cominciato a vivere strani sogni. Non erano veramente dei sogni, ma piuttosto visioni, allucinazioni, vicende immaginate e vissute nella fantasia,  come se fossero realtà.
Erano sogni di processioni di anime che percorrevano di notte i sentieri della montagna. File interminabili di fiocchi di nebbia con le sembianze umane che portavano in mano delle fiaccole. Da lontano potevano essere scambiate per lucciole. Altre volte, nel sogno, gli stessi fiocchi di nebbia illuminati si affollavano all’interno del cimitero e lo facevano partecipare a strane cerimonie, recitando preghiere in un linguaggio sconosciuto.
Per cercare una spiegazione aveva cominciato a leggere tutto ciò che trovava e che aveva una qualche attinenza con l’interpretazione dei sogni, con l’aldilà, con le facoltà medianiche, e si era così imbattuto nella storia dei benandanti, trovando in quelle vicende la spiegazione dei suoi sogni.
Se c’era una qualche inspiegabile relazione tra il “nascere con la camicia” e il fare il “viaggio dell’anima”, l’Inquisizione aveva potuto eliminare il fenomeno come fatto sociale, ma gli individui “fortunati” avevano continuato a sperimentare la possibilità di vivere nell’aldilà in una dimensione extracorporea. Alcuni forse erano riusciti a convivere con questa facoltà, conducendo una vita normale, malgrado i “viaggi dell’anima”, altri erano certamente finiti in manicomio distrutti dall’incubo dei viaggi notturni. Lui aveva cercato di trovare una soluzione diversa, ponendosi l’obiettivo di scoprire la verità sul fenomeno.
Forse non era vero, ma s’era immaginato che solo sulle montagne carniche  fosse esistito il movimento dei benandanti. Ci doveva essere quindi nella storia di quei luoghi, qualcosa che desse la facoltà a qualche persona nata in quei paesi, in certe condizioni particolari, di vivere delle esperienze originali e straordinarie. Non riusciva a capire veramente se fosse stato l’approfondimento della conoscenza a chiarire i sogni, o ci fosse stata invece una evoluzione dei sogni, che gli aveva consentito di raggiungere la conoscenza. 
Comunque quelli che nei suoi primi sogni erano soltanto dei fiocchi di nebbia (così li aveva chiamati, non trovando una immagine diversa per definire gli abbozzi di persone che popolavano la sua mente nel sonno) divennero persone definite nei lineamenti del volto ed anche negli abiti.
Scoprì allora che il suo viaggio dell’anima, risaliva la storia che si era sviluppata su quelle montagne, per ricongiungersi ai Celti, agli uomini che l’avevano abitata per primi. Era come se in lui rivivessero in successione persone diverse, di epoche diverse, e da persona a persona, gli fosse consentito di ridiscendere i gradini della storia, fino ai primi, i più remoti nel tempo.
Piuttosto che subire i Celti come incubo, piuttosto che lasciarsi condizionare dalla loro presenza nella sua immaginazione, aveva allora deciso di vivere con loro, sulla montagna che faceva da scenario ai suoi sogni, fondendo l’esperienza del giorno, con quella della notte.
Era convinto così d’essersi salvato, di aver evitato la pazzia nella quale sarebbe potuto finire, subendo continuamente la lacerazione della propria personalità, tra sogno e realtà.
Per Luciano era già stata grande la sorpresa dell’incontro con quello strano pastore e poi anche la sorpresa di quella casa piena di libri. Ciò che l’architetto gli veniva raccontando, andava oltre la sua capacità di sorprendersi. Guardava alla bocca che lasciava uscire quello strano racconto, e la barba folta che la circondava prendeva le forme d’un bosco. In mezzo, nel più folto, profondo e senza fine, c’era un baratro dal quale venivano dei suoni, e nell’aria prendevano corpo le immagini evocate da quelle parole. Il sole che illuminava la scena, si sdoppiava come filtrato tra le lacrime, per trasformarsi in quegli occhi vivaci e brillanti.
Guardava l’architetto che affermava d’essere riuscito a superare la pazzia e si chiedeva se veramente fosse il caso di credergli. Ma in quello che gli stava capitando dove finiva la logica e dove iniziava l’assurdo? Non era paradossale che nella fantasiosa idea dell’architetto di poter rivivere a ritroso la storia, trovassero una evidente spiegazione anche i racconti delle sue tre Marie? Ma allora, su quelle montagne un Architetto ben più importante dell’architetto-pastore stava sviluppando un suo disegno nel quale in qualche modo inavvertitamente anche lui era stato coinvolto! E quale poteva essere il disegno? Quale il suo ruolo?…
“Lo so che può sembrare pazzesco, quello che dico” riprese l’architetto, ma se mi hai parlato della “sugestione dei Celti”, forse sei l’unico che mi potrà capire. Per questo te ne parlo”.
Riprese quindi  a spiegargli che, a suo avviso, i sacerdoti dei Celti, i Druidi, in effetti erano degli sciamani. Avevano la capacità di vivere il viaggio estatico verso l’ultramondo e di controllare gli spiriti che lo popolano, facendosi ubbidire da loro. Così riuscivano a guarire anche  gli ammalati facendoli compiere con loro il viaggio dell’anima e costringendo gli spiriti che avevano indotto  la malattia, a liberare gli uomini di cui si erano impossessati.
Si era anche convinto che il viaggio dell’anima dei nati con la camicia potesse risalire di epoca in epoca, incrociandosi con il viaggio di altri benandanti defunti, per incontrarsi con il viaggio dell’anima dei primi abitanti del luogo, cioè dei Druidi. “Non riusciamo ad immaginare o concepire una situazione del genere,” aggiungeva, “solo perchè non riusciamo ad immaginare la possibilità di un’altra dimensione, nella quale spazio e tempo si annullano..”
Preso dal fascino di questi racconti, Luciano non si era reso conto del passare del tempo. Quando finalmente l’occhio gli cadde sulla finestra, s’accorse che il sole era già tramontato e che stava facendosi buio. Lo prese all’improvviso la paura. Come se in quella stanza si fosse diffuso d’un tratto l’odore di qualcosa che segnalava un pericolo. Si sentì preso e pervaso da un bisogno urgente di fuggire, di abbandonare quella casa. Si ricordò d’un tratto dei racconti delle sue amiche d’infanzia, e si vide nella notte che stava incombendo, condotto da quello strano architetto, a seguire interminabili processioni di morti...
“Mi scusi” disse, alzandosi di scatto e interrompendogli il racconto. “Scusami, ma non m’ero accorto del passare del tempo. Avevo un impegno e devo correre, perché sono terribilmente in ritardo”.
E corse in effetti per quelle centinaia di metri che separavano il casolare dal luogo in cui aveva parcheggiato la macchina. Corse, dopo aver salutato in fretta, ed aver promesso che sarebbe tornato presto. Corse, sentendosele addosso quelle presenze, nella luce incerta dell’imbrunire, nell’aria fresca della sera che lo sfiorava. Corse per annegare  nella foga della corsa, l’idea degli spiriti che lo seguivano.
Quando ebbe chiuso con forza la portiera  della macchina, si sentì finalmente al sicuro. Nella familiarità dell’ambiente trovò la sicurezza di chi si sveglia e riconoscendosi nei luoghi abituali, riesce a superare l’ansia con la quale si è ripreso  da un incubo. Sapeva che c’erano ancora. Ma erano fuori, in un’altra dimensione, dalla quale non potevano toccarlo. Le lamiere della macchina lo separavano e proteggevano.
Decise che non sarebbe andato a dormire in paese, ma che sarebbe rientrato in città. Li sentiva infatti che lo seguivano in folla, mentre scendeva per i ripidi tornanti del S.Simeone, come se la macchina si lasciasse dietro una scia luminosa. Una volta arrivato in paese, non avrebbe avuto il coraggio di uscire dall’auto, mentre in città pensava  sarebbe stato diverso. E in effetti man mano che si allontanava dalle montagne sentì che la scia si andava diradando, fino a sciogliersi del tutto. Come aveva immaginato, non potevano lasciare i monti....

































Cap. 9
Un sepolcro.

Nel suo appartamento all’interno del grande condominio in città non aveva più paura, tuttavia non gli riusciva di prendere sonno. Ripensava ai discorsi dell’architetto. Nelle sue parole avevano trovato soluzione molte delle sue domande. Il puzzle formato dalle tante cose che aveva letto e da quello che aveva sentito negli strani racconti che si richiamavano in qualche modo ai Celti, ora sembrava ricomporsi in un quadro che aveva una sua logica.
Era però la logica d’un quadro astratto che un pittore aveva dipinto in preda ad un raptus, ad un’allucinazione. Ci voleva la logica della pazzia per ammettere che tutti quei racconti che gli erano stati fatti (e quante altre persone allora avevano vissuto esperienze analoghe!) fossero riconducibili al fatto che su quelle montagne si poteva vivere  la facoltà di mettersi in relazione con i morti e di risalire attraverso di loro nella storia, per ritrovarsi nel mondo dei primi abitanti del luogo.
 E il fatto che tutti i racconti risalissero ai Celti, si giustificava proprio perchè che erano stati loro, i loro druidi-sciamani a sviluppare questa facoltà, ed a trasmetterla come gene ereditario ai loro discendenti. In questa prospettiva anche il sogno su Rodolfo il Glabro che sembrava non aver nulla a che vedere con i Celti, poteva voler significare, nella ripugnanza che suscitava il frate, l’esecrazione verso l’azione cruenta condotta  dall’Inquisizione per eliminare i benandanti.  Eliminando loro, eliminando i loro viaggi dell’anima, si era in qualche modo eliminata anche la possibilità del ritorno dei  Celti.
Con l’Inquisizione il mondo delle fate benefiche, delle Agàne, del misterioso rapporto dell’uomo con il mistero della vita nella natura, del positivo rapporto con l’invisibile, era diventato il mondo delle streghe malefiche da bruciare, il rapporto perverso da maledire, da sconfessare come peccato.
Ripensava alla originale concezione della vita e della morte dei Celti, così come credeva d’essere riuscito a ricostruirla. Era la sua, una ipotesi come quella di tanti altri storici, perché  i Celti con la regola che si erano imposta di non tramandare se non oralmente la loro cultura, avevano posto le  condizioni più favorevoli perché tutto di loro andasse perduto, facendo sì  che a loro non si possa risalire se non per ipotesi.
Forse tutti quei sogni così uguali in persone così diverse erano proprio il modo che i  Celti avevano scelto per continuare a trasmettere oralmente la loro cultura. I sogni come fonte storica!…Rise della sua conclusione immaginando come si sarebbe arrabbiato  il suo professore di storia al liceo  se durante un’interrogazione, si fosse permesso di aggiungere alle fonti tradizionalmente riconosciute, anche i sogni. Eppure... 
 Eppure l’originalità di quella cultura, come gli era riuscito di ricostruire, stava appunto nell’originalità con la quale veniva concepito il rapporto tra la vita terrena e quella ultraterrena. Nella nostra cultura, si parlerebbe del rapporto tra la vita e la morte, ma già nei termini usati il problema viene falsato.
Ripensava a come tutto fosse diverso rifacendosi all’idea della morte come azione e non come stato. I modi di essere  contrapposti sono visibile ed invisibile, vivo con il corpo e vivo senza corpo, la morte è solo il momento del trapasso…
Volendo riassumere in una immagine quello che pensava d’avere capito, gli veniva in testa l’idea d’una partita di calcio con una panchina infinita. L’allenatore secondo un suo disegno, fa entrare un nuovo giocatore, e richiama in panchina a caso, uno alla volta, quelli che stanno giocando. Il nuovo entrato viene accolto con un applauso dai  compagni già in campo, con un applauso viene accompagnato anche quello che esce. Nel breve spazio di tempo nel quale gli viene  consentito di giocare, ogni giocatore contribuisce positivamente o negativamente allo sviluppo della partita. Alle volte è assolutamente ininfluente, altre addirittura non riesce  neppure a toccare la palla. Ma la cosa è irrilevante, di fatto ha giocato! Ciò che conta, non è il giocatore ma  la partita.
 Andava però anche scoprendo che, al di là della partita,  c’è una relazione stretta tra chi ha giocato, tra chi gioca e chi deve ancora giocare, una relazione che va al di fuori ed al di là della partita, che non si risolve nel gioco, ma vive oltre il tempo passato in campo a giocare...
All’alba decise di riprendere la macchina per tornare sul S.Simeone a parlare con l’architetto. Capiva che sarebbe tornato in pace con se stesso soltanto quando avesse trovato pace con i Celti, esaurendo il desiderio di conoscenza nei loro confronti. Fino a quel momento li avrebbe vissuti con angoscia come un incubo. Solo quando li avesse ritrovati, li avrebbe vissuti con la serenità del  figlio adottivo che è finalmente riuscito a ritrovare il padre naturale...
Rise in macchina con se stesso pensando a come l’ambiente politico locale avrebbe preso l’idea balzana d’uno che si sente adottato dall’Italia, e vuole ritrovare nella cultura celtica la sua origine naturale. Ma in effetti, l’idea d’un figlio che vuole ad ogni costo ritrovare il proprio padre naturale, dava bene l’idea dell’ansia che lo accompagnava nella ricerca, dell’impegno che metteva per arrivare ad un risultato.
Giunse sull’altopiano che stava sorgendo il sole. Non si vedeva ancora, nascosto dietro alle prealpi giulie ed al massiccio del Canin, ma tra una montagna e l’altra era entrata una lama di luce che percorreva come un faro la pianura oltre il forte di Osoppo. La lama si fondeva nella nebbia per sciogliersi ed arretrare come un onda che risale verso le montagna e ritornare al sole che finalmente spuntava  dietro al Plauris, facendo emergere  l’ombra del S.Simeone dalle opposte  montagne di Peonis.  Non era la prima volta che vedeva sorgere il sole, ma era la prima volta che s’era fermato a notare i particolari della scena, forse perché mai prima aveva visto la scena da un punto così importante d’osservazione.
Trovò l’architetto già al lavoro, impegnato a fare il formaggio nella stanza tra la biblioteca e il recinto degli animali. Le pecore belavano accalcandosi alla porta del “tàmar” a controllare l’arrivo del forestiero. Tàmar, si sarebbe appunto chiamato il recinto se ci si fosse trovati in  malga.  Parola celtica? Poteva essere. In effetti  poteva avere senso pensare che si fossero mantenute soltanto le parole che si riferivano alle cose che il tempo non aveva cambiato.
“Sono passati quasi tremila anni, ma ciò che sto facendo è identico a quello che in questi luoghi, si faceva tremila anni fa,” sottolineò l’architetto.
L’aveva salutato senza alcuna sorpresa, come se fosse stato sicuro di vederlo e anzi si aspettasse la visita.
“Già qui” gli aveva detto vedendolo arrivare, ma avrebbe anche potuto dire “Così tardi? Ti aspettavo all’alba!” Non aveva premesso alcuna parola di commento alla scena della sera prima quando se n’era  andato così in fretta. Certamente non aveva creduto all’impegno del quale aveva detto d’essersi ricordato all’ultimo momento. Forse  aveva capito il vero motivo di quella fretta improvvisa. Forse anche per lui il percorso di avvicinamento ai Celti non era stato facile e quindi poteva capire le difficoltà e le perplessità degli altri.
In effetti, il celta di tremila anni prima al suo posto per certi versi poteva essere diverso: aveva diverso il colore della barba e dei capelli, diversa aveva forse la foggia dei vestiti. Ma non troppo, perché  l’architetto con quella grande vestaglia colore verde muschio dalla quale uscivano appena i calzoni alla zuava, forse era meno diverso di quanto si potesse immaginare. Le “dalmine” ad esempio, che aveva ai piedi, con le suola scavate nel legno, chiuse sopra da un pezzo di cuoio, potevano ben essere le stesse calzature del celti. Forse a quel tempo erano completamente incavate  nel legno, come s’usa ancora in Olanda…
E sotto, quei due pezzi di ferro attaccati alla suola come ramponi, a evitare pericolose scivolate, anche nel nome “glacìns” facevano pensare a strumenti venuti dalla notte dei tempi…
In un angolo, a terra, c’era il fuoco acceso e sopra la “cjaldèrie”, il grande paiolo appeso alla “cjàre”, il trespolo di legno che ruotava consentendo di allontanare senza fatica il latte dal fuoco, quando avesse raggiunto la giusta temperatura. Il latte si era rappreso, la cagliata era pronta per essere rotta e lavorata con la “glòve”.
“Hai letto di Menocchio?” gli chiese l’architetto.
Sorrise. Anche a lui era venuto in mente il mugnaio Menocchio, guardando il latte addensarsi e diventare una massa consistente.
“Attraverso la sua storia puoi risalire a quella dei benandanti.” Su  quel riferimento, anche Luciano era venuto in mente d’aver letto che si discuteva tra gli storici locali  se il mugnaio doveva essere considerato un benandante. “Non so anch’io se lo sia stato, ma certamente è morto nella stessa azione di repressione gestita dall’Inquisizione, che ha portato all’eliminazione del fenomeno dei benandanti.”
 Menocchio era stato una originale figura di eretico in Friuli, giustiziato per non aver voluto rinunciare alle proprie convinzioni e soprattutto per il desiderio di credere soltanto a ciò di cui era convinto. Considerava  “mercanzie” le sovrastrutture imposte dalla Chiesa ai credenti, per complicare inutilmente un  Vangelo che, a suo dire, si poteva  riassumere in quattro parole.
 Muore con il corpo anche l’anima sosteneva, ma resta lo spirito, e gli spiriti possono essere in relazione tra loro. Per questa convinzione il mugnaio poteva essere ricollegato ai benandanti, e attraverso questi ai Celti. Anche se  la sua eresia andava ben oltre, fino a ritenere che Cristo fosse solo uno dei figli di Dio, “perchè anche noi, (tutti gli uomini) siamo figli di Dio, della stessa natura di quello che è morto in croce”.
Il motivo però  per il quale, ad ambedue, guardando formarsi il formaggio, era venuto in mente Menocchio, era un altro: era la sua originale cosmogonia. All’inizio, aveva cercato di spiegare agli inquisitori, c’era il caos. Ma poi quel volume era diventato  una massa, appunto come si rapprende il formaggio nel latte. E infine aggiungeva,  con una immagine ancora più ardita: “Come nel formaggio si formano i vermi, così si sono formati  gli angeli.”
“Con l’immagine del latte che si trasforma in formaggio e del formaggio che si trasforma in vermi, cambiando natura,” aveva ripreso a dire l’architetto, mentre continuava a tagliare la cagliata, “Menocchio cercava di spiegarsi e di ammettere l’esistenza d’una natura diversa che nasce da una precedente e può esistere senza di questa. Come  i vermi si sono sostituiti al formaggio, così la materia si è trasformata nella dimensione spirituale degli angeli, così l’uomo può trasformarsi in una dimensione extraterrena ed extracorporale.
Allo stesso modo, qualche migliaio d’anni prima i Celti, forse anche loro guardando al formarsi del formaggio, erano arrivati all’idea dell’unicità del mondo in due diverse dimensioni, che convivono assieme. Non esiste quindi un al di qua e un al di là. Sullo stesso campo c’è chi gioca, chi ha già giocato e chi in panchina aspetta di giocare. Ma lo stadio è lo stesso...
Vivono assieme quelli che hanno il corpo, con quelli che non lo hanno più, ma i secondi sono come avvolti in una membrana, che li rende invisibili. Molti ne avvertono la presenza, ma pochi possono raccontare d’essere riusciti a stabilire un contatto. Forse nel nascere con la membrana amniotica, si acquisisce una particolare capacità di superare la barriera che impedisce ai vivi col corpo,  di vedere i vivi senza corpo.
Forse la “camicia” è solo una allusione, e questa capacità è propria di alcuni, medium e sensitivi, senza alcuna relazione alla modalità con la quale sono nati. Forse invece il riferimento è più concreto,  perché in effetti la modalità del nascere influisce sulla modalità del vivere, modificando le capacità sensoriali e di relazione proprie dei singoli individui.
Forse. Una cosa però è certa, che i nostri antenati Celti, erano tutt’altro che barbari, come li definirono i conquistatori romani. Se ti fermi, voglio farti vedere una cosa. Sono convinto di potermi fidare e che tu sappia mantenere un segreto.”
L’aveva lasciato parlare senza mai interromperlo. Al suo invito aveva solo annuito, chiedendosi quale altra sorpresa lo attendesse dopo la sorpresa dei discorsi appena ascoltati.


Il sole era già alto quando, finiti i lavori nella rudimentale latteria l’architetto aveva aperto  il recinto per portare al pascolo il piccolo gregge. Si mise davanti e le pecore presero a seguirlo. Dietro venivano le capre e infine  Luciano che chiudeva il corteo camminando  in silenzio e rimuginando su quale poteva essere il nuovo  segreto che gli avrebbe rivelato lo strano pastore alla guida del gregge.
Presero nella direzione della cima del S.Simeone.
Lasciata però la mulattiera che porta alla vetta, deviarono subito per un sentiero che attraversa il monte a mezza costa, ed arrivarono in una radura circondata da querce. Attorno il bosco era di faggi e colpiva la stranezza di quella macchia di vegetazione diversa attorno alla radura. Non potè non pensare ai Celti ed al culto che avevano per le querce che consideravano alberi sacri. Forse erano stati loro a piantare quegli alberi diversi, portando le piantine come reliquie dai loro paesi d’origine.
Qualche centinaio di metri più avanti, s’apriva un altro avvallamento con un'altra radura, segnata da grandi massi. Da lì il terreno cominciava a salire con una pendenza maggiore e  fra gli alberi  c’erano sparsi dei grandi sassi. “Il cimitero dei celti, la loro necropoli,” pensò tra sè, senza che l’architetto gli avesse detto ancora niente.
Era stata una intuizione. Dei massi su un terreno in pendenza non sono evidentemente sufficienti per dire che si tratta d’un cimitero dei Celti. In verità, leggendo la storia dei ritrovamenti sui Celti, era rimasto sorpreso dal fatto che le necropoli spesso erano poste su terreni in forte pendenza. La nostra idea del cimitero richiama terreni pianeggianti, chissà perché loro usavano anche quelli in salita? Forse solo perché c’erano i  massi che venivano  utilizzati come delle lapidi naturali, aveva pensato Luciano: invece che costruire la lapide sopra la fossa, scavavano la fossa sotto alla lapide. Ma anche questa era una sua interpretazione personale della quale non aveva trovato nessuna conferma.
 Ai piedi di quello che aveva immaginato fosse il pendio cimiteriale, c’era un gruppo di  enormi massi. Erano simili a quelli che l’avevano colpito sul Sorantri. Forse proprio attorno a quelle pietre che le forze della natura aveva staccato e fatto emergere a dare il senso di qualcosa d’eterno, i Celti celebravano i propri riti. Accanto, c’era  una montagnola d’una decina di metri di diametro e tre o quattro d’altezza. E’ una conformazione naturale abbastanza frequente nel suolo in montagna, ma per la posizione al margine inferiore di quello che aveva immaginato fosse un cimitero, era logico sospettare che potesse essere una rialzo artificiale, un tumulo.
Così aveva infatti pensato anche l’architetto e s’era messo a scavare un cunicolo alla base d’una delle pareti laterali. Ci aveva messo mesi di lavoro perché voleva evitare il rischio di far franare tutto. Ma i pastori hanno tanto tempo. Mentre il gregge pascola, possono dedicarsi ad altre cose, e lui aveva preso a scavare attrezzandosi con una paletta militare che poteva essere utilizzata sia come vanga che come zappa. Procedendo nello scavo aveva rinforzato il cunicolo come si usa fare nelle miniere, e finalmente, un giorno la piccola vanga  che usava per lo scavo, gli era quasi sfuggita di mano non trovando più resistenza nel vano che si era aperto improvvisamente.
Gli stava raccontando queste cose mentre spostava un sistema di frasche intrecciate con il quale aveva chiuso l’apertura. In effetti sotto quel cumulo di stecchi secchi, come se ne trovano tanti nel bosco, era impossibile immaginare che s’aprisse un passaggio secreto. Tolte le frasche, era apparso alla vista un cunicolo di quasi un metro d’altezza e cinquanta centimetri di larghezza.
“Seguimi!” gli disse l’architetto, iniziando a strisciare carponi nella stretta galleria, facendosi luce con una torcia elettrica.
C’erano tre metri circa di cunicolo. L’architetto ormai pratico l’aveva attraversato velocemente. Luciano, avanzando, lo intravedeva in fondo. S’era già seduto dopo aver  raggiunto il vano al quale portava il cunicolo. Quando anche lui riuscì a sbucare ed a mettersi seduto, come aveva visto fare l’architetto, non riuscì a trattenere una esclamazione di stupore.
“Visto, che meraviglia!” commentò l’architetto. Poi  prese a spiegargli, come un esperto cicerone, accompagnando con le parole  il fascio di luce della torcia elettrica che indirizzava sui particolari che gli andava indicando. Commentava con le deduzioni ed interpretazioni che si era dato, analizzando i reperti.
“Il tumulo,” prese a dire, “contiene una doppia camera lignea fatta di mezzi tronchi. All’interno misura quattro metri per quattro, per uno di altezza, (era in effetti appena sufficiente per consentire loro di stare seduti). Come si intuisce dai resti, il pavimento era coperto da tessuti, ed altre stoffe pendevano alle pareti, tenute insieme da fibule di bronzo.” Continuò la spiegazione evidenziando che lungo una parete della camera si trovava un sofà di bronzo sul quale giaceva il morto, la cui testa era sostenuta da un guanciale riempito di erbe.
Erano ancora ben visibili parti dell’abito oltre a tessuti e pelli che lo coprivano. Portava un cappello conico di corteccia di betulla che certamente segnalava il suo ruolo nella società. Il rango del defunto però, senza dubbio un “principe celta”, era rivelato dal tipico torquis d’oro. In una borsa, portava anche oggetti da toeletta e tre ami da pesca. Una faretra con frecce pendeva al di sopra di lui. Portava anche un pugnale il cui lato rivolto verso l’alto era ricoperto d’oro, anche questo indubbiamente un segno del suo potere. D’oro erano rivestiti anche  la cintura e le “dalmines” con la punta molto rostrata come le pantofole dei principi orientali. C’erano poi sparsi, alla rinfusa, anche altri bracciali e altre fibule sempre in oro.
In un angolo c’era un servizio da banchetto e da simposio: nove corni potori erano appesi alla parete della camera, e su un tavolino stavano nove piatti in bronzo, con tre vassoi dello stesso metallo di notevoli dimensioni. Si poteva immaginare quindi che fosse stato allestito un banchetto funebre per nove persone. La bevanda invece (che se si fosse potuta analizzare certamente sarebbe risultato trattarsi di idromele) , era contenuta in un calderone di bronzo di fattura greca, sul cui orlo erano raffigurati tre leoni. Accanto al bacile si trovava anche una tazza d’oro ed una  situla carnica.
“Usciamo!” disse infine l’architetto, conclusa la sua presentazione.
In effetti pur non essendo così piccolo lo spazio, che comunque prendeva aria a sufficienza dal cunicolo, ci si sentiva mancare il respiro. Non era  un problema di carenza d’aria. Era per la prima volta che si trovava all’interno d’una tomba. Di quasi tremila anni prima, certamente. Ma sempre d’una tomba si trattava. Nel buio squarciato dal fascio di luce della torcia elettrica, la presenza del principe che era stato inumato in quel luogo si sentiva ancora. Il vano sembrava pieno della sua presenza, non c’era posto per gli intrusi. E chissà quali maledizioni erano state poste a proteggere il sonno eterno del principe...
Certo, anche senza credere alle maledizioni, la suggestione d’una tomba è sempre forte e con un senso di liberazione respirò una boccata d’aria a pieni polmoni quando, uscendo dal cunicolo, riuscì a rimettersi in piedi.
“Se hai studiato qualcosa al riguardo...” riprese la lezione l’architetto appena  fuori, “dovresti sapere che una tomba quasi identica a  questa è stata trovata a Eberdingen-Hochdorf in Germania nel Wurtemberg settentrionale. Lì c’è anche un carro, ma evidentemente da queste parti, su queste montagne, non aveva senso andare con il carro, e quindi nel corredo funerario manca l’attrezzo”.
Aveva letto infatti sul monumentale volume “I Celti” pubblicato in occasione della grande mostra allestita a Palazzo Grassi a Venezia nel 1991, di questa tomba. Mentre l’architetto continuava nella sue interpretazioni ricordava che  gli studiosi per la tomba in Germania sostenevano che dimostrava l’esistenza d’una forte corrente di scambi commerciali con gli Etruschi dell’Italia centrale. In una posizione geograficamente  molto più avanzata, come quella delle alpi carniche,  a ridosso del mare adriatico, era quindi  possibile immaginare scambi commerciali e culturali ancora più intensi con gli abitanti della Magna Grecia. Non c’era quindi nulla di strano nel pensare che su quelle montagne fossero arrivati dei mercanti greci, seicento anni prima di Cristo.
Era salito sull’altopiano per confrontarsi con l’architetto e  trovare pace con i Celti. Ora si  ritrovava invece con in testa una strana teoria sui benandanti, un teorema ancora più originale sulla storia dei Celti e nel cuore il vuoto che gli aveva lasciato quella tomba, e la paura per aver violato il riposo di quell’antico guerriero...
Rientrando in paese, in macchina, stava pensando che forse l’idea di liberarsi dei Celti approfondendo la loro conoscenza non era stata poi così intelligente. Non si spezza un amore continuando ad inseguire l’amante. Forse era preferibile  smettere di inseguire i Celti, se non voleva finire coinvolto e travolto in un incubo. La decisione estrema alla quale era arrivato l’architetto, era un segnale da non trascurare...O forse l’approccio doveva essere diverso…













Cap. 10
L’archeologa.

                                         
“Ci sarà pur qualcuno che ha studiato in modo scientifico queste cose?” si chiedeva il giorno dopo, aggirandosi tra gli scavi archeologici del colle di Mazeit a Verzegnis. Aveva letto soltanto dei libri che trattavano della storia dei Celti a livello europeo. Li aveva letti nel tentativo di superare con i dati della ricostruzione storica le suggestioni che lo avevano collegato ai Celti in modo tanto originale quanto poco scientifico. Ma dalle letture aveva finito di trovare una conferma alle sue suggestioni, soprattutto quando gli autori cercavano di interpretare i pochi dati a disposizione, per una ricostruzione di quella che era stata la cultura dei Celti.
Anche nel caso specifico della storia dei Celti in Friuli (se c’era stata una storia dei Celti in Friuli), avrebbe dovuto smetterla di cercare quella che ormai chiamava “l’atmosfera dei Celti” e che andava a rivivere, fermandosi nei siti che, secondo le tradizioni o le leggende, avevano visto la loro presenza. Doveva ritornare ai dati certi ai dati archeologici. Avrebbe dovuto  riferirsi al elementi concreti, avrebbe dovuto confrontarsi con qualcuno che si fosse impegnato a ricavare i dati sulla storia dei Celti in Friuli, attraverso una seria indagine archeologica e non con un architetto che, in un momento di depressione, s’era invaghito dei Celti fino a decidere di andare a vivere in qualche modo con loro.
Non era la prima volta che visitava quel luogo. Come un reduce visita volentieri i luoghi della memoria, legati alle vicende della guerra alla quale anch’egli ha partecipato, così anche lui era diventato un cultore del “luoghi della memoria” della storia dei Celti, e per le sue passeggiate sceglieva ormai quasi esclusivamente i luoghi ove, da quanto aveva letto, erano stati rinvenuti dei reperti, oltre a Raveo, appunto Verzegnis, e poi Paularo, Lauco, Socchieve e il S.Simeone.
       Non c’era mai nessuno in quei luoghi e restò quindi molto sorpreso quel giorno accorgendosi d’essere stato preceduto da qualcuno. Accanto agli scavi dai quali era emersa una torre forse d’origine celtica, c’era una donna come assorta, intenta a guardare i resti della torre.
       “Disturbo?” chiese avvicinandosi, usando la domanda come saluto.
       Lei si riscosse, a quella voce imprevista, lo guardò sorpresa.
       “Perché dovrebbe?” chiese infine, stando al gioco dei convenevoli.
       “E’ la prima volta che trovo qualcuno!”
       “Ci viene spesso?”
       “Io? Direi proprio di sì. E lei?”
       “Io ci lavoro.”
       “Come ci lavora?”
       “Ho organizzato e diretto io, questi scavi.”
       “Lei è Giulia …?. L’ho trovata citata in tanti saggi. E’ uno dei massimi esperti sui Celti in Italia.”
       “Non esageriamo! É da tanto tempo che me ne occupo, a partire da quando studiavo all’Università.  Ho studiato il fenomeno della loro diffusione soprattutto in Lombardia, partecipando a numerose campagne di scavo. Poi il mio interesse si è spostato sui Celti in Friuli.”
       “Come mai?”
       “E’ una storia molto complessa e se vuole anche molto strana.”
       “Immagino che le possa apparire indiscreto e forse anche maleducato proponendomi con queste domande. Non ci siamo neppure presentati...”
       Luciano spiegò in breve chi fosse e come da appena un anno si fosse scoperta questa “insana passione” per la storia dei Celti. Parlò evidentemente d’una sorta di hobby, senza fare cenno ai sogni, all’architetto ed a tutto quello che gli stava capitando, a causa di questi progenitori che stavano invadendo ogni giorno di più la sua vita personale.
       “Sono nata qui, poi la mia famiglia si è trasferita a Milano. Ho vissuto la mia vita in città ed alla fine, in pensione ho deciso di ritornare. Perché? Non glielo saprei veramente dire. Mi pareva d’avere una motivazione forte, per decidermi ad una scelta di vita così definitiva. Ma ora non sono più sicura d’aver deciso per il meglio, anzi,  alle volte mi pare di non sapermi dare una risposta neppure sulle motivazioni della scelta. Sarà perchè avevo cominciato ad interessarmi dei Celti in Friuli, sarà  perchè sentivo la nostalgia dei luoghi della mia infanzia, delle mie vacanze da ragazza, sarà per cento altri motivi, comunque sono tornata. Abito nella casa laggiù, la casa  nella quale sono nata, proprio lì, di fronte ai Celti”
       Così dicendo indicava una vecchia casa  rimessa a nuovo. La facciata bianca era segnata trasversalmente per tutta la lunghezza da una  balaustra di legno scuro, ancorata alle travi del tetto, da montanti ravvicinati pure di legno. Nei riquadri marcati dal legno era incastonata una fila regolare di finestre bordate di pietra, ed al centro spiccava una grande porta ad arco. Il motivo si ripeteva al piano terra, simmetrico.
Anche nei ricordi della sua  infanzia, pensò Luciano, c’era una grande linda come quella, nella casa del nonno. Bambino, a sera, si fermava a volte a tenergli compagnia ed a guardare alla valle che diventava sempre più cupa. Il nonno fumava la pipa  e gli raccontava le storie dell’Ebreo errante, e ogni tanto si interrompeva dicendogli: “Guarda, c’è un’altra macchina!”
Come un bambino, si divertiva a contare le macchine che passavano sulla strada  nel fondovalle. Anche lui  guardava allora, tra le assi della balaustra, quel punto di luce che si muoveva nel buio della valle. Sembra soltanto un punto di luce, commentava il nonno, ma è un’automobile, ci sono degli uomini. Tutto dipende dai punti di vista, da qui è una luce, se fossimo invece al bordo della strada, sarebbe una macchina. Tutto è una questione di punti di vista…
Ma la balaustra della casa del nonno aveva un senso. Da lì si dominava tutta la valle ed era bello fermarsi con l’occhio che spaziava lontano, fino giù nella pianura, a parlare dei punti di vista. La balaustra che aveva davanti invece, non aveva orizzonti, dava direttamente contro la collina. Che senso poteva avere, fermarsi alla sera a contemplare una collina…
O forse era stata fatta a posta, per passare le ore, soprattutto nelle notti di plenilunio a contemplare il colle di fronte, il colle dei Celti, vedendoli muoversi nel gioco delle ombre degli alberi mossi dalla brezza, sentendoli respirare nel fruscio delle fronde, cogliendo il loro richiamo nel rumore d’un ramo spezzato, nel gemito d’un tronco scheggiato. Forse anche la donna che ora guardava gli scavi, da bambina, prima d’andare a letto, s’era fermata sulla linda con il nonno che le raccontava dei Celti invece che dell’Ebreo errante…E poi li aveva visti nei sogni di bambina muoversi sul colle, e le era rimasto il desiderio di ritornare a scoprirli…
Tutte fantasticherie! Fantasie sue, nate pensando che tutti debbano avere con i Celti il rapporto sentimentale che aveva lui. No, per quella donna, i Celti erano senza dubbio un argomento di studio, il suo approccio era razionale e scientifico, ed era casuale che  fosse nata di fronte al colle di Mazeit.
       “Non mi pare molto soddisfatta della scelta di tornare.” Commentò per stare al suo discorso,  non avendo il coraggio di interrogarla sul  suo rapporto con i Celti.
       “In ogni decisione di tornare c’è in fondo l’idea di poter far tornare il passato, e invece è proprio il ritorno a far sentire più profondo il vuoto che ci separa da un passato che, in quanto tale, non ci appartiene più...Ci si dovrebbe fermare ad alimentare la speranza del ritorno, a farla vivere nel desiderio, nell’illusione che quello che è stato possa tornare. Il ritorno invece è come l’alba che cancella i sogni nella luce banale del quotidiano..”
       “Ma forse,” sorrise tra sè,” tutto è meno complicato e meno filosofico... Sono tornata  in un paese che non è più quello d’un tempo. E’ un paese morto, senza più un luogo ove potersi incontrare, dove sentire che esiste una comunità fatta di rapporti tra persone. Non c’è più alcuna vita di paese. E non è bello vivere in un paese morto...”
       Luciano condivideva appieno di discorsi di Giulia, ma piacevolmente sorpreso dalla sua disponibilità a parlare, voleva approfittarne di quella coincidenza così favorevole per tornare ai Celti.  Si vedeva che aveva vissuto in città. Un estraneo, ad una donna del posto, avrebbe fatto fatica a cavare un “buongiorno”. Lei invece gli aveva parlato liberamente anche del suo rapporto con i luoghi, forse allora gli sarebbe riuscito di farla parlare anche del suo rapporto con i Celti.
       “Mi scusi se approfitto di questo incontro così casuale per chiederle qualche informazione sui Celti. Quando si dice, le coincidenze... Proprio venendo qui, stamattina, mi dicevo che avrei dovuto cercare qualche esperto...e,  mi sono incontrato proprio con lei...”
       La libertà con la quale la donna gli aveva parlato, avrebbe potuto indurlo a parlarle liberamente dei sogni che gli erano stati raccontati, e soprattutto della tomba che gli aveva fatto vedere l’architetto. Ma in lui la riservatezza del montanaro prevaleva. Restava comunque e prima di tutto un carnico, di poche parole.
       “Sa,” prese a dire “io mi sono fatta una ricostruzione di tipo letterario, sono arrivato a pensare persino che da queste parti si sia incontrato con i Celti nel VI secolo avanti Cristo, anche Pitagora”.
Giulia sorrise. Con la fantasia si può tutto. Ma i reperti che abbiamo trovato sono successivi al terzo secolo. Forse la nuova spinta all’emigrazione dai luoghi dell’Europa centrale, che portò i Celti ad occupare anche Roma, li spinse ad est ad occupare le Alpi Carniche ed il Carso. É probabile quindi che anche i Carni siano d’origine danubiana e siano arrivati agli inizi del 300 avanti Cristo.  Certo non si può escludere che prima di questa ondata, il territorio fosse già occupato da altri Celti, le tombe scoperte a Socchieve risalvono all’VIII - V secolo, un’ascia trovata ad Imponzo sotto il colle di S.Floriano è ancora precedente, mentre risale al VI secolo la fibula trovata sui resti murari venuti alla luce lungo la strada che sale alla Pieve di S.Pietro.      
È tuttavia difficile distinguere ciò che è riconducibile ai Celti da ciò che non lo è. E’ fuori di dubbio infatti  che i romani, al loro arrivo su questi territori, trovarono una situazione multietnica, con due gruppi dominanti, uno venetico ed un gallo carnico.
       “Ma in conclusione in Carnia che cosa si è trovato di veramente celtico?”
       “Interessanti soprattutto i ritrovamenti nella necropoli di Paularo che si sviluppa su terrazzi artificiali che si adeguano al pendio...”
       “In pendio?” ripetè Luciano, soddisfatto d’avere trovato una ulteriore conferma dell’idea che si era fatta dei  cimiteri dei Celti.
       “Si, a terrazzi sovrapposti, ed anche le tombe sono sovrapposte come se più generazioni successive fossero state sepolte nella stessa tomba di famiglia.
Le più antiche risalenti al 7° secolo sono in pozzetti contenenti le ceneri, poi ci sono delle olle contenenti le ossa...”
       “E a Raveo?” la interruppe, sorpreso che non avesse iniziato il racconto da quello che, s’era convinto fosse  il sito celtico meglio conservato, il villaggio di Lauriscia.
       “Ma! Il villaggio sul Sorantri, pare piuttosto di epoca romana...”
       “Come romano?” chiese sorpreso per la sicurezza con la quale l’esperta smontava d’un colpo il punto centrale dal quale era partita tutta la sua ricostruzione sui Celti.
       “Sono state trovate fibule di età imperiale ed anche monete di Costantino”
       “Ma questo non vuol dire che il villaggio non sia stato costruito precedentemente.”
       “Non si può escludere nessuna teoria, finchè non si hanno conferme o smentite. Anzi in una  valletta sottostante, ove sono emersi dei reperti riferibili alla presenza d’un santuario, la cronologia va dall’8° secolo per un coltellino e al 6° secolo per una piccola pisside.”
       “Quindi al 6° secolo c’era già qualcuno,” constatò soddisfatto Luciano, pensando ancora alla visita di Pitagora.
       “Certamente, come c’era già qualcuno qui, dove siamo, sul colle di Mazeit, anche se ancora non siamo riusciti a dimostralo con i nostri scavi. Sul colle attorno infatti, sono stati fatti vari ritrovamenti casuali, da parte di persone che usano il metaldetector per ricercare reperti archeologici. E’ stata trovata una laminetta votiva bronzea con iscrizione venetica riportante un nome “Boijos Totojeno”, che fa supporre sul colle ci sia stato un santuario, e fibule risalenti certamente al 6° secolo avanti Cristo.”
       “E dagli scavi che cosa è emerso?”
       “Nulla di particolarmente interessante ancora. L’interesse di chi procede con metodo nello scavo archeologico é diverso da quello di chi si interessa ai ritrovamenti. Per noi conta la storia, non il pezzo in sè...”
       “Eppure il pezzo ha un fascino profondo. Lo puoi vedere in qualche modo rivivere. Con la fibula rivive la rudimentale fucina nella quale quasi tremila anni fa, su queste montagne qualcuno realizzava l’oggetto, dopo averlo immaginato e progettato. Attorno alla fibula riprende vita il mantello che l’oggetto chiudeva sulla spalla, e la donna che portava quel mantello. La donna che aveva ricevuto in dono quella fibula, in un’occasione importante della sua vita. E i pensieri, i sentimenti, le emozioni di quella donna, sembra quasi che nell’oggetto,  riescano ad attraversare la storia, per rivivere nell’immaginazione dell’uomo del duemila, che guarda compreso e ammirato la raffinatezza di quei manufatti.”
       “Certo. Ma è un fatto individuale. Nello scavo l’emozione è un’altra: quella della storia che avanza cancellando gli individui, come un rullo compressore che  copre il passato a strati. Ed ogni strato ha una storia, una voce...
       Siamo partiti, ripulendo gli strati superficiali, quelli della dimenticanza e della noncuranza. La torre, venuta meno lo scopo per cui era stata costruita, è servita a chissà quali altri scopi: ricovero per i cacciatori, ultimamente è stata anche utilizzata come  stalla. Siamo così risaliti al momento cruciale della storia del manufatto: i segni evidenti d’un incendio, databile al 7° secolo dopo Cristo. Una data alla quale si possono far risalire i ritrovamenti di tanti altri incendi. E in quei resti si vede allora la Carnia, come tutta l’Italia, messa a ferro e fuoco dalle invasioni barbariche.
       Nella torre non siamo ancora riusciti a raggiungere il piano di calpestio, e non è quindi possibile esprimere opinioni sulla sua fondazione. Ma negli scavi fatti a lato, sono emerse concentrazioni di frammenti di tegoloni romani, un piano di calpestio rettangolare, costituito da ciottoli collocati senza malta, su una roccia naturale di base, ed all’interno si è rinvenuto un frammento di cesoie a molle...”
       “E nient’altro?”
       “Poco per chi pensa che l’archeologia sia soprattutto ricerca di tesori nascosti. Tanto, se ci si sforza  di leggere quei resti e di confrontarli con altri analoghi, nel tentativo di recuperare il tesoro della storia d’un luogo...”
       “Capisco. E mi scusi per la battuta stupida, ma in effetti il tesoro fa più effetto, anche perché dietro il mistero del ritrovamento d’un tesoro c’è sempre il mistero del perché sia stato nascosto...”
       “Abile come giustificazione. Ma per la sua curiosità le confermo che sono stati trovati anche dei veri tesori, come le 399 monete raccolte in una situla di bronzo rinvenute a Colza di Enemonzo vicino ad una antica via di collegamento tra le vallate. Per l’esattezza 359 vittoriati romani e quaranta tetradrammi celtici del Norico occidentale.”
 Nascosti vicino alla strada, pensava Luciano. Da chi? E perchè? Da uno che avrebbe voluto tornare a riprenderseli, e non ha potuto. Perchè? Morto? Dove? Forse proprio a causa di quelle monete nascoste. Perché poi 399 e non 400?
“Si è riusciti a definire,” continuava Giulia, “che sono stati nascosti attorno al 125 avanti Cristo. Erano gli anni della conquista da parte dei romani che poi si concluse nel 115 con il trionfo per la vittoria sui Gallo Carni, celebrato dal console Emilio Scauro. Come al solito la storia riporta solo le vittorie, chissà invece quali tante altre sconfitte, come quelle del povero avaro di Colza, anche dietro alla storia dell’invasione romana”.
       Dal tetto verde del campanile di Villa di Verzegnis presero a diffondersi dentro il bosco che ricopre  il  colle di Mazeit i rintocchi della campana di mezzogiorno.
       “Mi scusi, ma devo rientrare per il pranzo,” s’interruppe bruscamente la signora.
       “Mi scusi lei se l’ho intrattenuta con le mie chiacchiere.”
       “E’ stato un piacere.”
       “La posso rivedere?”
       “Certo!”, disse a mo’ di saluto, prendendo a scendere in fretta per la vecchia strada che portava al castello di Mazeit.
       “Grazie!” aggiunse Luciano, come risposta al saluto, e rimase solo a guardare i resti della torre. Il suono della campana pareva infrangersi contro quelle pietre rimesse a nudo per farle rivivere, per farle parlare. Certo, la signora avrebbe continuato a scavare con i suoi studenti, e avrebbe trovato l’origine della torre. Sarebbe stato importante? Forse sì. Ma di quella torre non si sapeva poi cosa fosse diventata... La torre d’un castello? Probabilmente sì, dal momento che la strada del paese che porta da quella parte, ha il  nome appunto di “via del castello”. Un castello del quale non si aveva traccia nella storia. E dove era finito? Probabilmente i muri  delle case del paese, costruiti con le pietre del castello, avrebbero potuto raccontare la sua storia...
       Ma perché infine doveva porsi anche il problema della storia del castello di Mazeit? Per quello che era il suo problema, la ventura di trovare quella donna, una esperta, gli aveva consentito di saperne molto di più, ma soprattutto, nella disponibilità della signora a continuare il discorso, aveva trovato una strada per risalire alla storia dei Celti, meno precaria e fantasiosa di quella dei sogni.
“ A meno che, alla donna, la scienza non abbia  fatto perdere la poesia delle cose!”. Perché a lui, d’essere erudito sulla storia dei Celti, in fondo non interessava, desiderava molto di più riprodurre la  suggestione dei Celti, per poterla rivivere, per riuscire in qualche modo a immedesimarsi nel loro modo di vivere e di pensare.
I rintocchi della campana continuavano ad infrangersi contro le rocce, a penetrare negli anfratti, a lambire le foglie degli alberi a sciogliersi nel muschio del bosco, e la donna, ormai al piede del colle, correva sulla strada verso casa.
“Aveva mai sentito in città quei suoni? Non capiva la donna il vantaggio d’aver abbandonato il suono  muto delle campane che scende a sporcarsi tra le cortine di case insensibili, a infangarsi nel rumore del traffico, per ritrovare quel  suono di voce che riemerge dal tempo per penetrare nuovamente la terra  e farla vibrare nel tremore d’un eco sussurrato?”
Proprio  in quel sussurro, lui sentiva riemergere la voce dei Celti. Forse questo doveva capire anche lei prima di mettersi a studiare i Celti...
  























 

 





Cap. 11

 Artenia.

“Sono tornati!” lo aveva aggredito così, appena le aveva aperto la porta, e l’espressione voleva essere un saluto, ed allo stesso tempo una richiesta di aiuto. Era visibilmente spaventata.
“Chi, sono tornati?”, chiese lui. Se ci avesse pensato avrebbe capito da sè il significato dell’espressione, ma così di brutto, mentre ancora stava aprendo la porta, senza che neppure si fosse reso conto di chi aveva davanti…
Era Maria da Mede. La fece entrare e la fece accomodare sul divano: “Vuoi qualcosa?” chiese preoccupato.
“No. No. Sono tornati...”
Capiva che aveva bisogno soltanto di sfogarsi e di raccontare e la lasciò parlare.
Erano mesi ormai, prese a dire, che non faceva i sogni da incubo che gli aveva raccontato l’anno prima. Forse era proprio  da quando glieli aveva raccontati.  Pensava d’esserne fuori, che fosse un modo di essere, superato con l’età, un po’ come il ciclo delle mestruazioni, e invece la notte precedente le erano tornati. Aveva sognato di nuovo.
Non c’era più Rinaldo e il cimitero, c’erano soltanto le persone vestite in modo strano con le quali si chiudeva a volte  il suo sogno ricorrente. Si trovava nel prato del castello.
“Sai a quale luogo mi riferisco?”
“Certo. Viene anche chiamato la cort dal Salvàn (il cortile del Salvàn). Il nome mi ha sempre incuriosito ed ho anche cercato di trovare a che cosa potesse riferirsi. Ma senza esiti credibili. Forse, sulla base di qualche leggenda, Salvan potrebbe stare per uomo selvatico, per uomo preistorico, ad indicare che il luogo era abitato prima dei romani”.
“Vedi, tu lo sai, io no. Io  non lo sapevo. Fino a ieri sera sapevo soltanto che si chiamasse il prato del Castello, e tante volte,  andando a funghi avevo avuto modo di notare che c’erano in effetti i ruderi di qualcosa che poteva essere stato un castello”.
S’era dunque trovata in sogno, prese a raccontare, tra quei ruderi e attorno a lei c’era una folla di persone. Erano tutti vestiti con una tunica che restava molto sopra al ginocchio e sotto avevano dei calzoni dello stesso colore della tunica. Alcuni avevano anche un mantello, messo di traverso e chiuso da una fibbia su una spalla, invece che sul petto, come sono di solito i mantelli. Tutti avevano i capelli lunghi e tutti erano vestiti allo stesso modo, sì che a fatica, soltanto dai lineamenti del volto, si distinguevano le donne dagli uomini.
Accanto  a lei, seduto sullo stesso muretto, in un posto sopraelevato, c’era un giovane. Nel vestito le ricordava il giovane che nei sogni precedenti, sulla tomba prendeva il posto di Rinaldo, e la folla d’ombre che si muoveva con lui. Gli altri erano raccolti sotto, chi in piedi e chi seduto, come se dovessero ascoltare un discorso. Era evidente che s’attendevano che loro due prendessero a parlare. Ma lei non sapeva che dire, si trovava come un attore in una scena che non è la sua, senza conoscere la parte. Un vecchio che stava davanti, in prima fila, come il suggeritore a teatro,  la sollecitò ad iniziare.
“Parla!”, le disse. Ma lei non aveva neppure l’idea di che cosa avrebbe dovuto dire.
“Ora che ha il Salvàn finalmente al suo fianco, Artenia può raccontarci la sua storia,” aggiunse il vecchio rivolto agli altri. Sentendosi chiamare con quel nome, fu come se d’un tratto si fosse ricordata del suo personaggio, e nel sogno  aveva quindi preso a narrare le vicende della sua vita.
“Sono nata e vissuta laggiù,” e così dicendo aveva indicato con il braccio teso, la sella che s’apre a fianco del monte Simeone, sopra il lago di Cavazzo.
“La finestra tra la Carnia ed il Friuli” pensò Luciano, “attorno alla quale si era sviluppato il racconto della perpetua di Luciano.
In effetti l’ultima catena delle prealpi carniche in quel punto, sembra interrompersi per lasciare uno spazio vuoto dal quale si vede la pianura, e in primo piano, sul fondale, emerge il colle del castello di Artegna. Proprio per questo, per il vantaggio dato dal fatto che i due punti erano in ottica tra loro, la storia riporta che, ancora in epoca romana erano sorti i due castelli di S.Lorenzo in montagna e di S.Martino in pianura. Dal castello in montagna si poteva segnalare a quello in pianura, l’arrivo delle orde dei barbari, dando al sistema dei castelli della pianura friulana almeno un giorno di vantaggio per organizzarsi. Non meno d’un giorno infatti,  avrebbero dovuto impiegare  le truppe avvistate dalle torri del castello di S.Lorenzo per raggiungere, seguendo il corso del Tagliamento,  il castello di S.Martino.
Ma forse, anche se mancano notizie al riguardo, questa opportunità strategica era stata sfruttata ancora prima dei romani e infatti Maria nella parte di Artenia, ricordava proprio d’essere nata nel villaggio di Magnàn che sorgeva sul colle di S. Martino, mentre lì dove s’erano ritrovati a rievocare il loro racconto c’era il villaggio di Salvàn. (Ecco perché, pensò Luciano,  il luogo porta i due nomi di prato del castello e di corte del Salvàn!).
“Lo sappiamo che sei nata laggiù,” la interruppe il vecchio, “perché fin laggiù si era spinto il nostro popolo. Era venuto da oltre da oltre le alte montagne della catena del Cogliàn, e s’era distribuito in tanti villaggi sulle montagne che degradano verso la pianura, fino alle ultime propaggini delle alture di Magnàn. Ogni villaggio era autonomo, e viveva allevando il bestiame in comunità ed anche praticando l’agricoltura. La terra era di tutti, il bosco era di tutti, e tutti potevano servirsene, aiutandosi a vicenda, per diminuire la fatica d’ognuno.
Tutti avevano il necessario, e tutti allo stesso modo erano consapevoli che non avesse senso darsi da fare per procurarsi il superfluo. Vivevano quindi in perfetta armonia tra loro, in un rapporto di assoluta sintonia con la natura e con l’ambiente, pronti però a prendere le armi ed a difendersi, se qualcuno avesse minacciato la pace dei loro villaggi.
Nelle feste erano soliti riunirsi in località prestabilite. Per la festa di Imbolc,  nel secondo mese dell’anno, nel pieno dell’inverno per invocare l’arrivo della primavera, si riunivano invece  a rotazione in uno dei villaggi, a festeggiare e celebrare assieme i riti in onore del Dio Unico e delle sue manifestazioni”.
“Quell’anno appunto,” riprese Artenia, “gli abitanti di Magnàn, assieme ad altri villaggi, s’erano dati convegno al villaggio di Salvàn”.
 S’era mosso il giorno prima della festa tutto il  villaggio: uomini, donne e bambini. Nelle capanne sul colle avevano lasciato soltanto i vecchi, che non potevano sottoporsi alla fatica di quasi dieci ore di viaggio. Raggiunto Salvàn, dopo aver superato l’erta salita che dal greto del torrente But, porta al costone di roccia sul quale era stato costruito il villaggio, si erano sistemati come ospiti nelle varie capanne.
Su come passare la notte in tanta gente nei piccoli tuguri non c’era problema, perché la notte intera e il giorno dopo si sarebbe fatto festa mangiando e danzando. Il piacere degli Dei nel ricevere i festeggiamenti sarebbe stato il piacere degli uomini nel celebrarli. Su cosa mangiare c’erano ancora meno problemi, perchè da giorni la gente del villaggio, uomini e donne, non faceva altro che preparare pietanze per la festa, come ancora s’usa in qualche paese della Carnia.
Lei aveva sedici anni, e s’era da tempo preparata a quella festa alla quale avrebbe partecipato per la prima volta con la libertà che le derivava dall’aver raggiunto la maggiore età.
“Da giorni non facevo altro che immaginare quanto avrei danzato, quanto avrei cantato, quanto mi sarei divertita a stuzzicare i coetanei. M’imbattei invece con lui e tutti i miei programmi ed i miei propositi si dissolsero come d’incanto”. Così dicendo indicava con una punta di rancore il giovane che le stava seduto accanto. “Lo vidi, e m’innamorai di lui”.
L’altro fece per dire qualcosa, forse avrebbe voluto scusarsi o quantomeno spiegarsi, fornendo la sua versione.
“lo so,” l’interruppe lei, “che tu non hai fatto niente, che non hai nessuna colpa.”
Ma neppure lei! Non era stata lei a sceglierlo. Lei  non l’aveva neppure notato.  Non aveva avuto il tempo di osservare se era bello o se era brutto, non aveva avuto modo di parlare  con lui, per capire se era simpatico od antipatico. Non sapeva nulla di lui e tuttavia se n’era innamorata, come se le fosse scoppiato dentro un fuoco che aveva bisogno di alimentarsi con l’immagine di lui. Qualcuno, senza dubbio,  aveva fatto un sortilegio. Non poteva essere diversamente...e lei era rimasta coinvolta.
Dalla dimensione degli spiriti o dalla dimensione del piccolo mondo dei folletti, qualcuno era uscito e il vortice delle coincidenze aveva voluto che fosse entrato in lei. Lo spirito giocherellone, aveva deciso di prendersi gioco di lei costringendola a dipendere da quel ragazzo che portava lo stesso nome del villaggio. Nella danza non voleva accompagnarsi ad altri che a lui, lo seguiva ovunque, ovunque faceva in modo che si imbattesse in lei.
Lui non voleva saperne di lei e della sua corte perché  in generale non voleva saperne delle donne, era innamorato della caccia e della guerra, non sapeva parlare che di  armi e di  animali. E la sua insistenza lo allontanava ancora di più, perché anche allora, l’uomo nei confronti della donna voleva essere cacciatore. Salvàn che era poi veramente un cacciatore, non riusciva a sopportare la sensazione d’essere cacciato.
“Abito laggiù” le indicò lei quando la luce del sole nell’aria fresca del mattino, aveva sciolto il buio della notte e consentiva di vedere distintamente nella pianura, oltre la sella del Simeone, il colle di Magnàn. Ma a lui non piaceva guardare lontano, a lui non piacevano gli orizzonti, aveva imparato a guardare nel bosco per riconoscere le tracce degli animali, e sapeva cogliere ogni minimo dettaglio, risalendo dai particolari a stabilire quale animale  era passato, ed anche quanto tempo prima  era passato.
In due giorni non era riuscita a strappargli neppure la promessa che si sarebbero rivisti. Vivevano in due mondi opposti, lei amante del respiro profondo dell’orizzonte, della voce flebile delle distanze, della suggestione delle albe e dei tramonti, lui affascinato dal silenzio del bosco, dalle particolarità distintive delle piante, dall’odore del muschio, dal piacere del sangue...
Alla sera quando tutta la gente aveva smesso le danze per guardare oltre la sella di Bordano il falò che i vecchi rimasti a Magnàn avevano acceso, quasi a voler significare il loro desiderio d’essere ancora presenti alla festa, lei tenendolo per mano gli aveva detto: “Ci potremo parlare anche noi con il fuoco. Alla sera tu l’accenderai e io da laggiù lo vedrò, e risponderò accendendo un altro fuoco...”
“Con il fuoco, no,” le aveva risposto senza avvertire la poesia di quella proposta, “non vorrei spaventare  gli animali...”
Non c’era evidentemente alcuna possibilità di colloquio tra loro due, aveva dovuto purtroppo constatare sconsolata, e ciononostante lei continuava a sentirsi condizionata dall’urgenza di vederlo, succube della necessità di sentirlo, come fosse stata stregata.

 “Eppure,” intervenne il vecchio, “la nostra era  cultura della libertà e dell’indipendenza”.
 Anche lei, donna, portava i calzoni e vestiva come l’uomo. Al di là dell’esteriorità c’era una vera ed assoluta parità tra i sessi. Nella loro cultura, erano riusciti a liberare l’idea del piacere dallo scopo, per farne una esperienza da vivere in sè come fatto assoluto.
In questo, dicevano, si distingue l’uomo dall’animale. Nell’animale il piacere è uno stimolo per favorire e rendere possibile la procreazione e la continuazione della specie, nella  evoluzione della loro cultura erano riusciti a superare la condizione di natura, distinguendo la procreazione dal piacere.
Il piacere dei sensi era un dono che gli dei avevano dato agli uomini e che gli uomini dovevano esercitare. Onorare gli Dei significava prima di tutto utilizzare al meglio i doni avuti. Se qualcuno ti fa un dono e tu non lo utilizzi, offendi chi è stato generoso nei tuoi confronti.
È vero che gli occhi sono stati dati all’uomo perché possa vedere dove mette i piedi e poter quindi camminare. Ma  l’uomo ha imparato ad usarli, prescindendo dal fine, e se ne serve per portare nella propria mente, il piacere della luce e dei colori.
Così come la vista deve essere esercitata a godere delle bellezze della natura, l’udito a godere del piacere della musica e il gusto a gioire dei piaceri della tavola, così doveva essere esercitato il piacere che coinvolge tutto il corpo. Senza limiti, se non nel fatto che il piacere d’ognuno non può realizzarsi a danno per gli altri. Se il tuo piacere si esalta nella condivisione dell’altro è necessario che tu sappia creare le condizioni perché si verifichi prima una completa sintonia.
La scelta per la procreazione, per avere figli, era un’altra cosa. Non aveva nulla a che vedere con il piacere personale. La scelta andava fatta pensando che il figlio avrebbe unito ai caratteri propri, quelli della persona prescelta per unirsi ai fini della continuazione della specie. Negli animali, a volte, la scelta viene fatta anche in funzione del fatto che maschio e femmina devono stare assieme fino alla completa autonomia del figlio. Ma loro,  avevano superato anche questo condizionamento, organizzando la comunità per assolvere al compito di educare i figli. Vi provvedevano infatti i Druidi che educavano i bambini di tutta la comunità, sostituendosi ai genitori...
“Lo so, lo so,” riprese Artenia che non capiva perché il vecchio stesse richiamando tutte quelle cose sulla loro cultura, come se lei fosse una estranea e non dovesse essere scontato che le sapeva già. “E malgrado queste fossero anche le mie idee e le mie convinzioni, io m’ero invaghita di costui”.
 Non si era chiesta  se sarebbe stato l’uomo giusto per il suo piacere, non sapeva se sarebbe stato l’uomo giusto per i suoi figli, eppure lo voleva. Così, alla cieca, per i figli e per il piacere. Non c’era altra spiegazione per un comportamento così illogico se non nello spirito burlone che aveva deciso di prendersi  gioco di lei.
Tornata al suo villaggio, per giorni e giorni, cocciuta nella sua speranza, ogni sera lei aveva acceso un grande falò, raccogliendo le legna nel bosco a fianco del colle di Magnàn, ed ogni volta aveva aspettato invano di vedere un fuoco accendersi sul pianoro di Salvàn alle falde del monte Diverdalce. Invano, mentre il folletto che l’aveva presa rideva di lei della sua attesa vana. Quel riso  gli scoppiava dentro facendola impazzire, doveva ad ogni costo zittirlo. Il fuoco che lei accendeva, non riusciva a spegnere il fuoco che si portava dentro. Vedeva il fumo distendersi in ampie volute per perdersi contro il cielo nero della notte. Pensava che quel fumo potesse rappresentare la sua preghiera, ma la sua richiesta saliva invano, come risposta le tornava soltanto il buio senza fine della notte…
Capiva che c’era per lei soltanto una via d’uscita..
Ed una sera, dopo aver atteso ancora una volta invano la risposta del fuoco, si lasciò cadere nel burrone delle Laurisce, lei che Lauriscia non era...
“Alla vita non si può rinunciare”, aveva sentenziato il vecchio.
“L’uomo”, aveva poi continuato “ha il dovere di vivere tutto il tempo che gli è stato assegnato con il corpo. Se muore prima è costretto a restare nella sofferenza dell’incertezza tra la vita e la morte. Questo è ciò  che ti è capitato, dannata a vivere nel limbo dove non c’è nè vita né morte.
Questa è la condizione dell’uomo. Per questo i nostri guerrieri combattono strenuamente, per essere sicuri che la loro morte è intervenuta solo quando è veramente scaduto il loro tempo di vivere. Quando la morte arriva al momento dovuto, è infatti la felice conquista dell’immortalità.
Per questo i guerrieri si ornano degli scalpi degli avversari, vinti dopo una difesa strenua condotta fino all’ultimo: sono i resti dei corpi delle persone alle quali loro hanno aperto le porte dell’immortalità e che, per questo, li accompagnano con la loro gratitudine e la loro benevolenza”.

Anche questa volta Maria aveva riportato le parole del vecchio, alternando il discorso indiretto a quello diretto, come se stesse recitando un copione imparato a memoria. Più che dal racconto del destino di Artenia, Luciano era stato colpito da tante strane notizie sulla cultura dei Celti. Le ultime parole gli svelavano in qualche modo il mistero di questi antenati che, secondo gli storici, si ornavano degli scalpi dei nemici, ed anche bevevano nei teschi trasformati in coppe. Dimostravano così, secondo gli storici latini, la loro ferocia e la loro barbarie.
Ma la rivelazione del sogno di Maria,  rovesciava radicalmente il concetto, con una interpretazione che aveva però dell’assurdo. Come si può immaginare la gratitudine di chi hai ucciso? E proprio per il fatto di averlo ucciso!
Altrettanto  originale anche l’idea di distinguere il piacere in sé, dal fine della procreazione. Non l’aveva però letto da nessuna parte. Era una invenzione del sogno di Maria. Ma come poteva essersi inventata una teoria del genere? Anche se in verità, pensò, questa concezione avrebbe in qualche modo permesso di superare lo stupore di Diodoro Siculo di fronte alla tendenza all’omosessualità dei Celti.
“Benché le donne celtiche siano graziose, scrive lo storico, gli uomini non vogliono avere a che fare con loro. Preferiscono di gran lunga l’amplesso con i rappresentanti del loro stesso sesso, giacciono su pelli di animale e vi si rotolano con un amante per parte. La cosa più sorprendente è che non danno alcun peso a dignità e decenza, offrendo anzi il loro corpo senza alcuna inibizione. E non lo ritengono affatto vergognoso, offendendosi addirittura, se qualcuno rifiuta gli approcci.”
Alla luce d’una filosofia che richiedeva di vivere il piacere per il piacere, senza remore e condizionamenti, senza complessi di colpa ed inibizioni, quello che per lo storico era indecenza potrebbe essere stata soltanto assoluta libertà di costumi, libertà che, come aveva detto il vecchio, deve trovare un limite solo nella libertà degli altri.
E d’altra parte, Maria non poteva neppure sapere del costume dei Celti di non allevare i figli in famiglia. E  questa rivelazione del suo sogno, trovava invece una sicura conferma in Cesare, quando dice che I Galli ammettevano i figli alla loro presenza in pubblico solo quando avevano raggiunto l’età per il servizio militare.
Strano del resto  era in assoluto l’intero sogno: che senso poteva avere un innamoramento determinato da un folletto?
Era evidentemente un richiamo alla leggenda di Cascugnìt, il folletto (lo sbilf) che faceva perdere la testa alle donne, e forse la leggenda risaliva proprio ai Celti, pensò Luciano. A credere alla leggenda, Artenia, senza accorgersi aveva sentito le melodie  dolci e struggenti, colme di una infinita dolce tristezza che lo sbilf sa suonare con il suo flauto. E le donne che sentono quel suono, vivono come trasognate, come se la loro mente  fosse finita fuori dal mondo.
 Ma le leggende sono difficili da capire al di fuori del contesto culturale nel quale sono nate. In questo caso, pensava Luciano, sia per capire Artenia che la leggenda di Cascugnìt,  sarebbe stato necessario capire a fondo l’idea, che avevano i Celti, ma  anche altri popoli, dell’esistenza di due mondi, del visibile e dell’invisibile, in una continua interferenza tra loro.
Un’idea che di primo acchito può sembrare strana, ma forse è la stessa che è stata  recuperata anche dal cristianesimo, nell’immagine  d’una continua convivenza dell’individuo con il suo angelo custode.
Maria concluso il suo racconto, s’aspettava da lui qualche parola di rassicurazione se non di conforto, Luciano se ne stava invece in silenzio ad elucubrare fantastiche relazioni tra i folletti e gli angeli custodi!
“Allora?” gli chiese Maria dopo un po’, interrompendo l’ardito arzigogolare del suo pensiero.
“Allora che?” disse riscotendosi. “I sogni sono sogni, non c’è una logica, non c’è una spiegazione. Al massimo possiamo studiarci la cabala, e giocarceli al lotto”.
Cercava di sdrammatizzare, ma in effetti era lui per primo ormai a non credere si trattasse veramente  soltanto d’un sogno. Era in qualche modo una sorta di allegoria sulla spiritualità dei Celti, legata alla convinzione che il mondo visibile ed invisibile convivano nella realtà. Se nel buio inciampiamo in un sasso, possiamo anche non capire che cosa è stato, ma il nostro scontro con il mondo dell’insensibile ha lasciato un grande dolore alla nostra sensibilità. Allo stesso modo la nostra sensibilità può scontrarsi con il mondo dell’invisibile, e pur senza capire quale ne sia l’origine, trarne un profondo dolore.
Credeva di capire che per i Celti la trama della vita dell’uomo di sviluppava su due orditi diversi che si sovrapponevano ed intrecciavano: l’ordito del visibile e quello dell’invisibile. Per l’uno la nostra vita è una successione condizionata di cause ed effetti, per l’altro è una interpolazione continua di stimoli, suggestioni e suggerimenti, derivati da un altro mondo che convive con il nostro, nel nostro spazio, ma che non è visibile perché è in un altro tempo.
Chi è già vissuto, e forse anche chi deve ancora nascere, convive con chi sta vivendo, per cui nella vita d’ogni uomo si mescolano più desideri di vita. Nei luoghi, i nostri pensieri si incontrano con tanti altri pensieri che sono stati legati a quei luoghi, ed alle volte capita che vi lasciamo il pensiero che avevamo arrivando, per prendere quello d’un altro, lasciato a suo tempo, che riprende a vivere in noi e con noi.
Chissà quale altra storia s’era intrecciata con quella di Artenia rendendole incomprensibile la propria, al punto di indurla a volervi rinunciare, lasciandosi cadere nel burrone delle Laurisce!…

Cap. 12

Le aganis

 
       Stava ancora pensando all’originale concetto di libertà di costumi dei Celti che si ricavava dal sogno raccontato da  Maria  il giorno prima, quando dovette andare ad aprire, perché qualcuno aveva suonato alla porta. Trovandosi davanti l’altra Maria, s’immaginò d’istinto il motivo della visita.
       «Sono tornati, non e’ vero?» le chiese, pensando fosse logico e prevedibile che, come l’altra volta, al sogno di Maria da Mede, dovesse far seguito quello di Maria la Svualda..
       «Scusami, posso entrare?» si era preparata a dire lei, ma la domanda con la quale era stata accolta, l’aveva presa in contropiede. Si fermò sorpresa e stupita, come a cercare di raccapezzarsi.
       «Come fai a saperlo?» chiese infine, sconcertata.
       «Non lo so in effetti”, rispose lui facendola entrare, «ma lo posso immaginare.»
       Cosa stesse immaginando in verità non lo capiva neppure lui, pensò, mentre lei si accomodava sul divano. Sentiva che c’era un disegno che si stava sviluppando e del quale faceva parte ormai anche lui. Ma quale fosse il disegno, e soprattutto dove potesse andare a parare quella storia, della quale di trovava ad essere involontario protagonista, non aveva idea.
       «Cosa hai saputo di nuovo questa volta?» e il tono doveva essere stato spazientito e sgarbato, malgrado la sua intenzione di essere educato  e cortese.
       «Scusami,» disse infatti lei, «se ti disturbo, se hai altro da fare posso tornare un’altra volta.»
       «No, no. Non mi disturbi. Anzi, desidero anch’io sentire il tuo racconto.»
       Lo desiderava veramente? O avrebbe voluto piuttosto chiamarsi fuori, come di fronte ad un cruciverba troppo complicato e per il quale sentiva l’inutilità di giungere alla soluzione? Forse Maria gli avrebbe raccontato un sogno, come quelli del giorno prima, dal quale avrebbe potuto ricavare  un altro tassello della storia e della cultura dei Celti. Ma cosa avrebbe potuto farne? A chi avrebbe potuto raccontare che stava ricostruendo la storia attraverso i sogni?
       Anche la storia di Artenia, soprattutto con quei commenti del vecchio sulla parità tra uomo e donna, nella cultura dei Celti, non trovava molti riscontri negli studi che andava facendo. Secondo alcuni storici non si poteva escludere che i Celti avessero molto sviluppato il concetto di parità tra i sessi. Ma da qui ad affermare che distinguevano la funzione procreatrice da quella sessuale, il salto non era da poco. Eppure, come poteva essersi inventata un discorso del genere una donna senza cultura?
       Il sogno che le avrebbe raccontato Maria la Svualda non riguardava però una nuova pagina della cultura celtica, ma piuttosto lo strano collegamento che, attraverso quei sogni, sembrava volersi realizzare tra i Celti e la realtà contemporanea, passando attraverso i segni che nelle varie epoche si erano stratificati su quelle montagne.
       Al racconto infatti anche Maria ritenne di dover premettere una leggenda, confermandogli una delle tesi che stava cercando di approfondire: quella secondo cui quegli strani sogni non erano che sviluppi di leggende locali. Di norma  nei sogni infatti si mescola la realtà vissuta da un individuo e la sua interpretazione fantastica, così anche in quegli strani  sogni sembravano mescolarsi elementi di leggende ormai consolidate nella tradizione orale, con elaborazioni fantastiche che in qualche modo sembravano voler spiegare quelle leggende. Ma come facevano, donne senza alcuna cultura, a sviluppare quelle elaborazioni, a creare quelle relazioni così originali?
       In un certo senso, come lo psicologo dal sogno individuale può risalire alla personalità dell’individuo, così l’antropologo avrebbe potuto fare una operazione analoga, ricostruendo la personalità d’un popolo.
       Ma che senso ha parlare di personalità d’un popolo?
       Dovette infine smettere le sue considerazioni fantastiche, preso dal racconto che Maria aveva preso a fargli della leggenda delle tre Madri.
       Era una storia che si raccontava di solito d’estate, nei fienili d’alta montagna. Alla fine di giugno o ai primi di luglio, ogni anno, con pochi giorni di differenza, a seconda dell’andamento della stagione più o meno piovosa, ci si trovava a falciare i prati del Duròn. Ogni anno, immancabilmente, si abbattevano dei temporali particolarmente violenti che costringevano ad abbandonare il lavoro nei prati, per rifugiarsi al riparo in qualche stavolo. E lì, con la regolarità con la quale a Natale si ascolta lo stesso passo del Vangelo, si sentiva il racconto della leggenda della madre di S.Pietro.
       Dice la leggenda che S.Pietro aveva una madre particolarmente invidiosa. Quando morì, non ci fu verso, dato che nel aldilà sembra che le raccomandazioni non funzionino, S.Pietro non riuscì a farla entrare. Si può immaginare con quale cuore il povero uomo fu costretto a condannare sua madre alle pene del Purgatorio!
       Da quel giorno, non gli riusciva più di godere delle bellezze del Paradiso, ed anche il suo lavoro aveva preso a farlo in maniera svogliata, sì che, pare, in qualche caso per errore era finito in Paradiso chi doveva andare all’Inferno, e viceversa. Il Signore, preoccupato per l’infelicità del suo apostolo, ma soprattutto per i gravi pasticci  che gli stava combinando, e che finivano per mettere in discussione anche i criteri della giustizia divina, fu costretto a richiamarlo:
       «Se vai avanti così, sono costretto a toglierti le chiavi del Paradiso e passarle a qualcun altro.»
       «Hai ragione Signore! Ma vorrei vedere te, a sapere che tua madre sta soffrendo le pene del Purgatorio.»
       «Sai bene che non si può fare nulla finchè non ha scontato la sua pena!»
       Il Signore era irremovibile, e S.Pietro sempre più disperato e distratto, commetteva ancora nuovi errori.
       Gli uomini sono fatti così, fanno d’ogni cosa un principio irremovibile, se non ci fossero le donne!... E in effetti anche quella volta dovette intervenire una donna. Fu la madre del Signore a convincerlo che una eccezione non sposta il mondo, inventando per l’occasione  il proverbio secondo il quale, anzi, l’eccezione conferma la regola.
       «Se è così!» disse il Signore, che si faceva convincere facilmente da sua madre. Come quella volta a Cana quando aveva trasformato l’acqua in vino, cedette anche stavolta, e concesse a Pietro, come regalo per il suo onomastico, che come e’ noto cade il ventinove di giugno, di tirare su dal Purgatorio sua madre. Cedette, ma con un compromesso: la doveva tirare su ogni giorno, facendola rientrare alla sera, e la doveva sollevare, appesa ad una treccia di aglio.
       Perchè mai il Signore era andato ad inventarsi la treccia di aglio? Chissà? Forse perchè l’aglio purifica, e si sa che al Signore piacciono i simboli tant’è che ne ha riempito la Chiesa.
       Comunque, a S.Pietro che aveva avuto quel grande favore, non stava certo di fare domande, e non ne fece. Cercò una treccia di aglio molto robusta e la calò nel Purgatorio. Sua madre vi si aggrappò, e così riuscì a tirarla su, vicino a sé, in Paradiso.
Non da sola però, perchè altre anime gli si erano aggrappate alle gonne, e S.Pietro che era tanto forte quanto generoso, aveva tirato su un intero grappolo di anime purganti.
       Se S.Pietro nella sua grandezza d’animo, faceva finta di non vedere che altre anime approfittavano della situazione, non così sua madre. Se non fosse bastato il fatto che era invidiosa di natura, si mise di mezzo anche la madre del diavolo, senz’altro sollecitata da suo figlio. Girava infatti nelle viscere della terra terribilmente arrabbiato per il sopruso che gli veniva inflitto e manifestava la sua rabbia facendo scaricare ogni giorno lampi tremendi, e rispondendo con tuoni paurosi, che facevano tremare la crosta terrestre.
       «Come puoi permettere che si approfittino di te?» ripeteva la madre del diavolo a quella di S.Pietro, ogni sera quando questa rientrava in Purgatorio.
       «In effetti, è per me soltanto che mio figlio lancia la treccia!» si convinse infine lei. “Non mi par giusto costringerlo ad affaticarsi per tirar su donne che neppure conosce. Non è tanto per me, quanto per lui…”
       Il giorno dopo (era il giorno di S. Ermacora e Fortunato ed era già la tredicesima volta che saliva in Paradiso), quando le altre anime presero ad attaccarsi a lei, aggrappandosi alla gonna, cominciò a scuotersi ed a scrollarsi, per costringerle a staccarsi. Agitandosi però strattonava anche la treccia, e S.Pietro aveva un bel daffare per evitare che gli sfuggisse di mano.
       Ma se S.Pietro, con l’amore che portava per sua madre, riuscì a resistere a quegli strattoni, non così la treccia, che si spezzò d’un tratto, facendo precipitare la donna nuovamente nelle fiamme del Purgatorio.
       Da quella volta, ogni anno dal giorno di S.Pietro a quello di S.Ermacora e Fortunato, la madre dell’apostolo viene tirata su in Paradiso con una treccia d’aglio. In quei giorni il diavolo scatena la sua rabbia, facendo scoppiare quasi ogni giorno un violento temporale. E più violento di tutti è quello che di solito scoppia l’ultimo giorno, il dodici luglio, il giorno della festa dei martiri fondatori della Chiesa di Aquileia: è infatti il temporale della rabbia tremenda di S.Pietro contro sua madre, che a causa dell’invidia s’è persa il beneficio e la grazia  concessa dal Signore.
       Ogni anno, raccontava Maria, durante uno di quei temporali, mentre i lampi sembravano voler incendiare il fienile, dove assieme a tanta altra gente si erano rifugiati, e i tuoni crepitavano facendo tremare la terra, aveva sentito sua madre raccontare la storia delle tre madri, quasi fosse una sorta di scongiuro propiziatorio,  per evitare che veramente i fulmini colpissero il fienile.
       E la sera prima, in sogno, sua madre era tornata, ripetendo ancora una volta il racconto. Ma poi mentre ancora infuriava il temporale l’aveva presa per mano facendola uscire sotto alla pioggia. Erano corse giù verso le forre del torrente Vinadia. Le nubi  nere e basse, sembravano volessero unire cielo e terra in un unico vortice. S’era fatto quasi buio, e i lampi squarciavano la tenebra, caduta sulla terra, nera e pesante come quella che, dice il Vangelo, era scesa  dopo la morte in croce del Signore.
       Non aveva mai saputo ci fosse un sentiero per scendere nelle forre del torrente. E se anche l’avesse saputo, certo non l’avrebbe percorso, con la paura che aveva del vuoto, con la paura che provava, al solo sentire nominare l’orrido del Vinadia, dove s’aggiravano gli spiriti dannati di tante persone che avevano utilizzato quei precipizi per suicidarsi. Per andare poi dove? A vedere il letto che il torrente s’era scavato tra le rocce...
       E ora invece, assieme a sua madre stava scendendo, attraverso un sentiero che portava dentro al Vinadia. Ma non era il solito sentiero di montagna, stretto, incavato dal susseguirsi dei passi nel tempo. Era largo, come una mulattiera ed era incavato fortemente nella roccia, come una galleria aperta su un fianco. Nella parete in roccia, c’era una successione  di graffiti e di incisioni. Come se gli uomini che avevano scavato quella pietra,  non paghi della fatica fatta per scalpellare ed asportare il volume di roccia necessario per consentire  l’agevole passaggio del sentiero, avessero trovato anche la voglia e il tempo per lasciare un segno, un simbolo, una lettera. O erano stati altri, anni o secoli più tardi, che per ricordo o devozione a qualcuno o a qualcosa, avevano voluto riempire quella parete di rudimentali ex voto?
       La successione delle incisioni rupestri comunque era ininterrotta, come se ci fosse stato un impegno a non lasciare nessuno spazio inutilizzato, come se «gli artisti-sacerdoti della preistoria e i pastori di tutti i tempi, avessero formato, giorno dopo giorno, un universo di simboli». C’erano uomini stilizzati, animali e piante richiamati con un segno, «tracce d’un mondo mitico sconosciuto».
       Il pavimento della galleria era un declivio in leggera pendenza, alternato da successioni irregolari di gradini. Sul fianco  esposto, correva un corrimano di ferro, fissato di tratto in tratto a montanti pure di ferro, ancorati alla base ed al tetto. La discesa era molto agevole, ma non per questa minore, ricordava Maria, era la preoccupazione che si sentiva crescere dentro.
       «Dove la stava portando sua madre? E come mai nessuno le aveva detto prima che c’era quel sentiero che consentiva di scendere agevolmente nelle forre dei Vinadia?».
       «Te l’avrei dovuto dire io!» intervenne sua madre, come se avesse letto nel suo pensiero, «ma non ne ho avuto il tempo, quando sono morta eri ancora troppo giovane per conoscere certi segreti...»
       «Quali segreti?»
       «Vedrai! Ti raccomando soltanto di non farne parola, nè con il parroco nè con altri uomini di chiesa. Se venissero a sapere, si abbatterebbe di nuovo la furia dell’Inquisizione a  distruggere ogni cosa, come la grandine sul ganoturco appena nato.»
       Che cosa avrebbero dovuto distruggere? E quell’idea nel duemila d’un possibile ritorno dell’Inquisizione come un ciclone che spazza via ogni memoria del passato, era semplicemente assurda. Non sarebbe stato facile comunque, distruggere quel sentiero incavato nella roccia... Gli ultimi gradini finivano proprio sul letto del torrente, costituito da una sorta di lastra levigata di marmo grigio, all’interno della quale l’acqua s’era scavata un canale più profondo. Nei giorni di pioggia, l’acqua tracimando dal canale, invadeva senza dubbio anche la lastra, e quindi sarebbe stato impossibile proseguire. Al momento invece,  l’acqua scivolava  raccolta nel suo canale, come in un ruscello, lasciando libero un passaggio a ridosso della parete di roccia.
       Incamminandosi su quel passaggio, avevano preso a salire il torrente. Ma dopo solo qualche decina di metri, dietro una insenatura ad angolo retto, si presentò un ambiente completamente diverso. Il torrente scendeva da una cascata alta un tre quattro metri, e formava un minuscolo lago. L’acqua mossa in vortici concentrici dal precipitare della cascata, era limpida e lasciava intravedere il fondo, che pareva quello d’una grande vasca artificiale di marmo. Ai lati restava un bordo sul quale era possibile proseguire. Il passaggio portava ad un’apertura che restava tra la cascata e la parete.
       L’acqua  infatti, scendeva come una lama  formando una sorta di tendina a chiusura di qualcosa. La tendina non era del tutto tirata, lasciava uno spazio dal quale era possibile passare, per entrare dietro alla cascata...
       C’era una grande grotta, sorretta da un grande pilastro. L’impressione era quella di essere finiti sotto un enorme fungo. L’acqua scendeva da sopra il cappello, formando  il velo a tendina, nel salto tra la cappella e la base. Il gambo era costituito da una grande colonna, rigonfia come proprio il gambo di certi funghi, a reggere la roccia sovrastante. Il velo d’acqua non impediva l’entrata della luce, anzi riflettendo quella poca luce che filtrava in fondo all’orrido del Vinadia,  pareva la amplificasse, diventando l’acqua stessa in qualche modo  una sorgente luminosa che rifletteva nella grotta un chiarore diffuso, che consentiva di  vedere distintamente ogni cosa.
        Era una luce bianca, come quella della luna, ma d’una intensità più viva e accesa, di quella di qualsiasi più luminoso plenilunio. Nello strano  chiarore irreale,  si distingueva nettamente che il gambo del fungo era scolpito. C’erano tre donne, in un altorilievo molto  primitivo, come tre cariatidi. Si davano le mani, dopo averle incrociate davanti alla propria persona, come a stringersi in una catena umana che dovesse far forza per resistere a qualche spinta esterna. Il riquadro delle tre donne era ripetuto identico, a formare così una sorta di catena di donne, che reggeva l’impalcatura della grotta.
       «Sono le tre madri,» le spiegava sua madre. Ma la spiegazione non aveva per lei alcun significato. Non aveva mai sentito parlare prima delle tre madri.
       In fondo, oltre la grande colonna centrale, s’intravedeva una lama di luce più intensa.
       «Forse la grotta aveva un’apertura e filtrava un raggio di sole,» aveva pensato, mentre seguiva sua madre che si era mossa decisa  in direzione di quella luce, senza lasciarle il tempo di chiedere qualcosa di più su quelle sculture.
 Ma non era così. C’era invece un’apertura che dava in una stanza piena di luce. Sua madre entrò senza alcuna esitazione, e lei la seguì...
       Non era una stanza. Era un mare di luce. Come se dalla grotta si fosse entrati nel cratere d’un vulcano costituito non di lava ma di luce incandescente. Quando finalmente i suoi occhi si furono abituati, non riuscì a trattenere un «Oh!» di sorpresa.
       «Fai silenzio!» gli impose sua madre.
       «Scusa!» mormorò, estasiata dalla visione che gli stava davanti.
       Non c’era una precisa fonte luminosa. Erano le cose in effetti fatte di luce, come elementi di fosforo che brillano nella notte. D’una luce bianca, come quella del fosforo, come quella della luna, ma d’una intensità simile a quella di fari potentissimi.
       «Non so come spiegartelo!» s’era interrotta Maria, «non erano fari che illuminavano la scena, ma erano le cose, le persone come fari di luce».
       Luciano annuì per dire che aveva capito, l’idea del vulcano di luce incandescente era in effetti molto espressiva, e si chiedeva come avesse potuto una donna senza cultura arrivare ad una immagine così poetica e così adeguata a rappresentare la  sensazione che voleva esprimere. Lei continuò a raccontare..
       Aveva l’impressione d’essere al bordo superiore d’una enorme rosa bianca. I petali erano formati da tanti puntini bianchi. Ogni punto era una persona, una donna, vestita d’un riflesso di luce bianca, che sfumava in alto, in un riflesso di giallo, per i lunghi capelli biondi. Infinite erano le presenze in quella sorta d’immenso stadio circolare. Un brulicare di luce tutt’intorno e giù, in centro, in una piccola platea, come i pistilli d’un fiore, tre donne, più grandi.
       Come si potevano distinguere da quella distanza che sembrava infinita, se quelle a formare i petali, si vedevano solo come puntini? Erano lontane e vicine allo stesso tempo, come se un occhio potesse portare l’immagine da lontano e l’altro quella da vicino e le due immagini potessero fondersi. Per una immagine erano lontane al centro della rosa, come pistilli appena visibili, per l’altra erano vicine, al punto d’avere la sensazione d’essere  accanto a loro.
       Erano tre donne bellissime. La loro bellezza non era qualcosa di definibile dai particolari, dai lineamenti del volto. Era piuttosto una sensazione di bellezza e di armonia che prendeva al guardarle.  Si stringevano le mani, ma non incrociando le braccia, come nella raffigurazione all’ingresso della grotta, come invece i bambini che giocano a girotondo. Si muovevano facendo veramente il girotondo? O erano ferme? Ed era ferma o in movimento quella miriade di donne che faceva corolla alle tre? Non ricordava, ricordava solo la sensazione di luce e di bellezza, l’immagine di vita, e la spiegazione che le aveva dato sua madre...
       Le tre donne al centro erano tre dee: le tre madri. Una era la madre della notte, l’altra la madre del giorno, la terza era la madre dell’alba e della sera, quando il giorno e la notte s’incontrano e si fondono. La prima, quella della notte era rappresentata dalla luna piena, quella del giorno dalla luna nera, la terza, che era la più importante, la madre delle madri, sintesi delle altre due, era rappresentata da due quarti di luna contrapposti a formare una sorta di «x».
       E mentre sua madre le spiegava queste cose, simboli e volti si alternavano, sovrapponendosi e fondendosi: «Perché la realtà e il suo simbolo sono la stessa cosa,» le spiegava. Come faceva a sapere queste cose, a esprimere questi concetti, sua madre  che a malapena sapeva leggere e scrivere? Anche questo era un mistero.
       La madre della notte, continuava a dire, è la madre del divenire. Nella notte quando si spegne la percezione dell’uomo, la natura vive e si sviluppa. Lontano dall’occhio malevolo e nemico dell’uomo, la natura respira l’umore della vita, si agita e turgida freme, spinta dalle suo forze interne e cresce. Di giorno invece le cose si mostrano nel loro essere statico, senza anima, per quello che servono e non per quello che sono. Nella magia dell’alba e della sera infine, essere e divenire si fondono, le realtà viene avvolta e sfumata, resa viva  dall’atmosfera del divenire.
       Le tre donne che aveva visto raffigurate nella grotta all’ingresso, continuava a spiegare sua madre, sulla colonna che regge il mondo, erano le stesse che ora aveva la ventura di poter contemplare ed ammirare, nello splendore di quella luce fantastica.
                   «E la moltitudine di donne che fa da corolla alle tre dee?»
       «Sono le loro ancelle, le «agànes»
       «Le aganes? Le fate dell’acqua? Le fate della notte?»
       «Proprio loro! Le fate del divenire...»
       Maria si era fermata per chiedergli se ne aveva mai sentito parlare.
       Certo che Luciano ne aveva sentito parlare. Aveva anche cercato di ricostruire il senso della tradizione di questi esseri misteriosi che tanta parte avevano in racconti e leggende. «Splendide se visibili, ma in realtà orrende». E forse ora dal racconto di Maria riusciva a comprendere quella che gli era sfuggito sui libri. 
       Le fate che escono dall’acqua e con il loro umore fecondano la terra. Le fate dell’umore delle femmine in calore, le fate degli esseri umani che riservano al buio della notte il momento magico della procreazione, prima che si marcasse come peccato da nascondere, il momento essenziale per la continuità della specie, della vita naturale dell’uomo. Le fate demonizzate dal cristianesimo come streghe, per esorcizzare il sesso di cui erano il simbolo, ora gli venivano ripresentate nella loro simbologia originaria come le «fate del divenire».
Anche delle tre madri aveva già letto qualcosa. Gli archeologi avevano trovato diverse raffigurazione del loro mistero, senza però riuscire a darsene una spiegazione. Si sono trovati tre volti scolpiti sullo stesso blocco di pietra, oppure soltanto le due facce contrapposte del giorno e della notte, nella stessa pietra che rappresenta la sintesi, come nel simbolo delle due falci di luna contrapposte, della terza dea.

       «Nel sogno, non ricordo d’aver fatto il percorso inverso per uscire dal Vinadia,” aveva concluso Maria, “mi sono svegliata con l’impressione  d’essere ancora in quella grande luce con una sensazione di pace e di serenità. Solo oggi, durante il giorno, ripensando al sogno ho preso a preoccuparmi. Soprattutto quando, non so come, mi sono messa in testa che non era un sogno ma una visione... “
       Si guardarono per un po’  in silenzio, presi nei loro pensieri.
       «Che ne pensi?...» chiese infine lei, più per rompere l’imbarazzo del suo sguardo che per cercare un risposta.
       “Non so! E se anche pensassi a qualcosa, che importanza potrebbe avere il mio parere?”





























Cap. 13
Sul monte Dàuda.

       «Che doveva pensare?...»
       Stava pensando che c’era senz’altro un collegamento tra la leggenda della madre di S.Pietro e la visione delle  tre madri. Se quella della visione risaliva al pensiero dei Celti e quella raccontata da sua madre nel fienile era lo sviluppo della stessa idea dopo duemila anni di cristianesimo, non poteva non pensare che nell’evoluzione della  civiltà il concetto di sviluppo, almeno in certi settori, andava rimesso  in discussione. Quanto più raffinata la leggenda dei Celti!…
       Forse alle tre madri in qualche modo, nella strana avventura che stava vivendo, doveva ricollegarsi anche il fatto che aveva come tramite nei confronti dei Celti, tre Marie.
        Stava pensando (e più si rafforzava in lui l’idea e più gli sembrava assurda) d’essere diventato l’interlocutore ultimo, d’un discorso che aveva come primo promotore qualcuno che dalla notte dei tempi gli inviava dei messaggi attraverso il tempo e la storia. Da un lontano pianeta qualcuno gli stava parlando. Il pianeta però non era in un punto indefinito dello spazio, ma in un punto indefinito del tempo e della storia. E questo qualcuno, per qualche strano motivo non s’era  sintonizzato direttamente con lui, ma gli mandava dei messaggi indiretti, attraverso altre persone. Questo lui della notte dei tempi, rivelava qualcosa nel sogno ad altre persone, e queste, come pedine di un gioco incomprensibile, erano condizionate a venirgli a raccontare la loro esperienza.
       All’altro capo del tempo, nel tempo presente, c’era  lui a raccogliere i fili dei sogni, per ricomporli in un trama che avesse un senso logico, per ricostruire un disegno che avesse un senso compiuto.
       Ma già tutto questo non aveva senso!
       Eppure sentiva che avrebbe avuto altri messaggi, che avrebbe incontrato altri involontari messaggeri. Forse anche lo strano architetto del S. Simeone l’avrebbe aiutato a capire qualcosa di più, su ciò che gli stava succedendo. Forse, (se veramente fosse riuscito  a capirlo), avrebbe potuto essere proprio quello strano personaggio a fornire la chiave che gli avrebbe consentito di penetrare per ritrovare il bandolo di quell’intreccio sempre più complicato di circostanze e coincidenze, di sogni ed intuizioni. O forse l’architetto era invece soltanto un pazzo, e nella migliore delle ipotesi un illuso ed un sognatore... Ma non stava mettendosi anche lui sulla stessa strada, preso dalla mania di capire i Celti?...
       L’architetto aveva concepito la fantasiosa teoria di poter risalire nella storia con il viaggio dell’anima, come i benandanti. S’era isolato dal mondo per poter vivere ed interpretare questa teoria, nel rapporto con i Celti. Ma, a ripensarci,  in effetti gli aveva parlato  solo  genericamente di questi ipotetici  viaggi, non gli aveva raccontato nessun particolare. Gli aveva parlato soltanto della sensazione di poter sentire e vedere delle presenze sull’altopiano, ma era una cosa quasi naturale, per uno che si era condannato a vivere solo, e che quindi aveva sviluppato anche una sensibilità particolare.
       Avrebbe voluto farsi passare per una sorta di interlocutore privilegiato dei Celti, ma in fondo tutto ciò che gli aveva raccontato era soltanto ciò che un ricercatore dilettante avrebbe  potuto mettere assieme, unendo i dati di qualche ritrovamento fortunato, come quello della tomba, con le notizie che si potevano ricavare dai libri. In verità se qualcosa di originale Luciano l’aveva scoperto, l’aveva scoperto non attraverso l’architetto ma attraverso i sogni delle sue tre Marie.
       Sogni? Visioni? O erano proprio questi, delle tre donne, i viaggi dell’anima? Questo, del viaggio dell’anima, era un termine che non accettava per principio... Che senso ha liberarsi del corpo, per viaggiare con lo spirito nel tempo? Ma d’altra parte, se per viaggio dell’anima si poteva intendere la possibilità di vivere in una dimensione senza il proprio corpo, alla fine, ogni sogno (e soprattutto quei sogni così particolari che gli erano stati raccontati), poteva ben essere considerato viaggio dell’anima...
       Del resto, se si era messo di nuovo in macchina per andare a fargli visita, qualche credibilità la riconosceva  anche all’architetto, qualche indicazione per una via d’uscita, seppure soltanto a livello subconscio, se l’attendeva anche da lui...

       Incontrò il piccolo gregge in una radura appena a fianco della strada, al limitare del bosco di faggi. Cercò uno slargo ove parcheggiare la macchina. Mentre ancora faceva manovra, girava con lo sguardo a cercare l’’architetto. Lo intravide infine all’ombra d’un grande faggio ai bordi della radura, dalla parte opposta rispetto alla  strada.
       «Ti stavo aspettando» gli gridò da lontano l’architetto, mentre ancora scendeva dalla macchina.
       Le espressioni di cortesia alle volte sono ridicole, pensava Luciano, chiudendo l’automobile. Come faceva a sapere che sarebbe arrivato, se aveva deciso di partire all’ultimo momento, d’impulso e senza alcuna programmazione?
       «Come mai?» gridò anche lui, a mo’ di saluto, stando al gioco dei convenevoli.
       «Ho un messaggio per te.» Luciano non replicò. Prese ad attraversare la radura per raggiungerlo, girando al largo dal gregge. Che messaggio poteva avere? Ma al di là del messaggio, lo intrigava di nuovo l’incrocio delle coincidenze. Non s’era detto, commentando l’ultimo sogno di Maria, che si aspettava di trovare altri messaggi? Ed ora l’architetto lo riceveva proprio dicendogli che aveva un messaggio per lui, anzi precisando che si aspettava che sarebbe arrivato a raccoglierlo...
       «Non potevi sapere che sarei venuto!» gli disse infine, continuando a fare i pochi passi che ormai lo separavano da lui.
       «Forse no. Ma avevo come la sensazione di avere l’incarico di raccontarti qualcosa, e non so perché, immaginavo che anche tu avessi saputo che avevo qualcosa per te.»
       «Che cosa avresti dovuto avere?»
       «Il racconto d’un viaggio dell’anima.»
       «Il racconto d’un sogno, vorrai dire.»
       «Non mi credi se ti dico che è più di un sogno?»
       «Non è che non ti creda...» Avrebbe dovuto spiegargli troppo cose, avrebbe dovuto dirgli di come ormai ne sapeva fin troppo di sogni, che non erano sogni, che erano più di un sogno...
       «Va bene, ti credo,» aggiunse per tagliar corto, «racconta.»
       Gli si era seduto accanto sul muschio soffice, evidentemente curioso  di sapere quale nuova pagina gli si stesse aprendo del misterioso libro che qualcuno gli stava leggendo, e come la pagina s’andasse a collocare ed inserire insieme alle altre che stava raccogliendo. Gli tornò in mente Lauriscia che veniva sacrificata per poter diventare la pagina d’una preghiera da inviare alla divinità. Anche queste persone, con i loro sogni, sembravano pagine inviate, per costruire un racconto.
       «Ti ho raccontato che li avevo visti,» iniziò l’architetto, «ma non era vero. O meglio li ho visti sì, tante notti, ma erano processioni di anime fuori dal tempo, presenze di spiriti fuori dalla storia, e questo pensavo che dovesse restare il mio rapporto con loro. Stanotte invece li ho visti, i  Celti, nel loro tempo, in una pagina della loro storia. Stanotte mi hanno fatto capire come può essere giunto fino a noi, pur trasformato e profondamente modificato un loro rito. Stanotte ho vissuto con loro una loro cerimonia, ed ho capito tante cose della loro vita e della loro cultura...Ma ciò che è strano, ed è il motivo per il quale ti stavo attendendo, è la convinzione d’aver vissuto questi fatti per te, per poterli raccontare a te…»
       Avrebbe voluto interromperlo per chiedergli come s’era addormentato prima del sogno, ma non ebbe il coraggio, vedendolo come rapito nel suo ricordo.
       Continuò a raccontare l’architetto d’aver appreso che vivevano sparsi sulle montagne, a gruppi più o meno numerosi, a seconda dell’estensione dei terreni coltivabili e dei pascoli. Non in villaggi, ma in sistemi di case sparse, distanziate tra loro, come sono ancora oggi gli stavoli di alta montagna. Alle località davano il nome di çja (ancora oggi forma abbreviata per dire casa, nella lingua carnica) con l’aggiunta d’un suffisso ad indicarle, distinguendo le une dalle altre: çja-sas, çja-sis, çja-cis, çja-vas. Nelle posizioni considerate strategiche, s’erano invece sviluppati dei villaggi fortificati. In quel caso, le capanne erano raggruppate e racchiuse da una cinta muraria, e l’abitato si chiamava çjar. All’incrocio delle due valli principali dell’attuale Carnia, c’erano i villaggi di çjar-gne e di çjar-andes, all’incrocio delle due valli più a ovest çjar-so, sullo sperone del Sorantri, e ancora çjar-so e çjar-sevalis sulla strada che portava al passo di Melède verso i villaggi della Carinzia.
“Ma quel che stai dicendo è assurdo!” non potè fare a meno di esclamare Luciano, interrompendolo. “In nessuno degli studi di toponomastica ho trovato una interpretazione del genere. Anche se la tua interpretazione spiegherebbe perché il Gortani parlando di çja-zaas, il mio paese, afferma che il nome è sicuramente di origine celtica”.
“Non so che dirti. In effetti anch’io non aveva letto prima niente di simile. Ma oggi, mi si è formata nella mente questa convinzione. Comunque, su questi e su altri particolari avremo modo di parlare un’altra volta”.
Ciò che l’aveva veramente colpito, continuò a dire, e che sentiva la necessità di confidargli con urgenza, era la scena della grande festa alla quale aveva potuto partecipare. La festa di Belìne il dio del fuoco, sul monte di Dàuda, il dio della notte.
       Erano in tanti: una moltitudine. Erano arrivati durante tutto il giorno dai vari villaggi e si erano radunati ai piedi del monte Dàuda. Ogni gruppo aveva occupato la posizione che gli era stata assegnata secondo la tradizione, sin dalla notte dei tempi, nella direzione dalla quale era arrivato. Si era così formato alla base del monte un sistema fatto di tanti raggruppamenti di persone, non molto distanti gli uni dagli altri, che realizzavano una sorta di catena umana a cerchiare  l’intera montagna.
       Nella visione, guardando la scena dall’esterno, aveva pensato ad un grande formicaio nel quale tutte le formiche s’erano raccolte alla base, in tanti gruppi a formare una catena. Il sistema delle formiche in posizione,  circondava l’intero formicaio e pareva in attesa d’un segnale...
       Il segnale, per gli uomini, fu la scomparsa dell’ultimo raggio di sole dietro alle dolomiti di Forni. Presero allora a salire contemporaneamente, in tante processioni, dirette tutte alla vetta del monte. Sul formicaio, sembrava si stessero distendendo, dal basso verso l’alto, dei fili che si capiva avrebbero dovuto congiungersi sulla cima. L’idea del filo era resa ancor più realistica dal fatto che le processioni si muovevano all’interno del bosco, come un filo che viene inserito a raccogliere l’ordito d’un tessuto dal colore diverso: un filo bianco nell’ordito verde cupo del bosco di querce.
       Ogni processione era organizzata allo stesso modo. Salivano in fila indiana. Davanti c’era il sacerdote-druido, riconoscibile dalla tunica bianca che gli scendeva fino ai piedi, dietro tutti gli altri, prima le donne ed i bambini, dietro gli uomini, tutti vestiti allo stesso modo, con una corta tunica bianca, fin sopra il ginocchio e sotto i calzoni bianchi, stretti al malleolo con delle fibule ed ai piedi le «dalmines».
       Spiccava in questo filo bianco una macchia rossa, subito dietro al druido. Era la Lauriscia più anziana, quella più prossima al sacrificio. Vestiva una lunga tunica rossa. Ma al di là del  contrasto di quel rosso, con il bianco delle altre tuniche, colpiva la stranezza di ciò che la ragazza portava in testa. Aveva issato sopra al capo  un triangolo di metallo, di circa un metro di lato, fissato alla base  ad una sorta di elmo. La ragazza assicurava la stabilità della struttura che portava sopra la testa, afferrando con ambedue le mani la base del triangolo, come fanno ancor oggi le donne in montagna, quando portano un fascio di fieno.
       Più che intente a sorreggere il triangolo, le mani sembravano alzate in un atteggiamento orante, come appese all’asta di ferro trasversale per potersi mantenere in continuità nell’espressione  di preghiera, nella modalità rituale che si trova riprodotta anche in qualche bassorilievo di origine celtica.
       Al triangolo, erano appesi dei nastri d’uguale lunghezza, ma di diverso colore, che scendevano sulle spalle della ragazza, coprendo la tunica rossa con una sorta di piviale multicolore. Sul vertice in alto, a completare la stranezza di quell’originale trabiccolo, era infisso un teschio.
       Era, evidentemente, quel triangolo con quei nastri e quel teschio, l’insegna d’ogni singolo gruppo e quindi d’ogni singolo villaggio. La stessa insegna per tutti, diversa soltanto nel teschio che, trattandosi d’un vero teschio umano e non d’una imitazione, si riferiva logicamente ad un diverso defunto. Era il teschio dell’eroe della çja o del çjar, d’uno che era morto combattendo per la  difesa del proprio territorio.
       Come ricorda anche lo storico Diodoro Siculo, per i Celti era normale  fregiarsi degli scalpi dei nemici uccisi in battaglia, e ornare le case con questi teschi. Ma nella sua visione, continuava a raccontare l’architetto, aveva appreso qualcosa di più. Ogni primogenito riceveva in eredità gli scalpi conquistati dai propri antenati, impegnandosi ad aumentare la collezione ed a trasferirla al suo primogenito. Gli altri figli dovevano attivarsi per dare inizio ad una nuova collezione da tramandare ai discendenti. Con il primo scalpo, si aveva diritto a trasmettere il nome, aveva così inizio una nuova famiglia, ed una nuova discendenza.
       Ma gli scalpi sul triangolo in testa alle Lauriscie erano altri, non erano quelli dei nemici, ma quelli dei propri eroi, riscattati per tenerli come protettori dei villaggi. Per questo lo stesso Diodoro fa riferimento a una sorta di mercato degli scalpi, e dice che qualche guerriero si era rifiutato di cederlo anche a peso d’oro. Non è che barassero, acquistando gli scalpi che avrebbero dovuto conquistare in battaglia. C’era una sorta di riscatto, degli scalpi dei propri caduti.
       Gli scalpi dei nemici proteggevano individualmente chi li aveva uccisi e le loro famiglie, gli scalpi degli eroi, dei guerrieri che si erano sacrificati per il bene di tutti, proteggevano la comunità.
       «Aveva ragione Cesare,» non riuscì a trattenersi dal commentare Luciano, come se ciò che gli stava raccontando l’architetto fosse veramente una pagina di storia e non soltanto un sogno. «Erano dei barbari! Come si può pensare di adornare la propria abitazione con dei teschi, ed anche portarli in processione...»
       «Non capisco la tua meraviglia,» ribattè l’architetto, «se ancor oggi andiamo in processione dietro a pezzi di ossa o addirittura a  pezzi di stoffa che secondo leggende spesso improbabili potrebbero essere  appartenuti a dei santi.»
       «Ma in questo caso le reliquie hanno un valore simbolico per richiamare la devozione per il santo.»
       «Anche per i Celti erano certamente dei simboli dei quali ci sfugge l’autentico profondo significato, per la diversa formazione culturale. Che si trattasse d’una simbologia in positivo, che il cristianesimo ha anche cercato di recuperare, senza riuscirci del tutto, lo dimostra anche la leggenda del vescovo di Aosta.»
       Divagando dal racconto del sogno, prese quindi a spiegargli di come, da quando s’era lasciato prendere dalla passione per i celti, aveva ripreso i contatti con un amico d’università che abita a Torino, anche lui interessato al mondo dei Celti, che in Piemonte hanno lasciato tracce ben più significative di quelle che si ritrovano nelle Alpi carniche. Nella lettura del libro «Il Piemonte delle Origini» di Massimo Centini, che gli aveva fatto avere l’amico, era rimasto colpito dalla leggenda di San Grato vescovo di Aosta dal 450 al 470. Si racconta infatti che il santo avrebbe fatto un viaggio in Palestina per recuperare e portare a Roma la testa di S. Giovanni il Battezzatore. Ottenendo poi dal Papa, come premio, la mandibola della preziosa reliquia, che aveva riportato nella sua cattedrale ad Aosta. L’iconografia di S.Grato che tiene tra le mani la testa di Giovanni Battista,  ha indotto qualche studioso a individuare nel culto del santo una sorta di rivestimento cristiano del diffuso rito del culto neolitico, ripreso dai Celti, delle teste mozzate»
       «Ma devo completarti il racconto del viaggio,» s’interruppe d’un tratto, riprendendosi dalla divagazione sui Celti in Piemonte. «Non portarmi ad altre digressioni con i tuoi commenti. Anche se, capisci, non vedo dove stia la differenza tra i Celti che si scambiavano gli scalpi, e il vescovo che torna trionfante con la mandibola di un santo»
       «Scusami,» disse Luciano, ripromettendosi veramente di non interromperlo più, anche se quel raffronto tra gli scalpi dei Celti e le reliquie dei santi avrebbe meritato un commento.
       In effetti si rendeva conto che non era opportuno rompere il trasporto con il  quale l’altro non stava solo raccontando, ma in un certo modo rivivendo, e reinterpretando alla luce delle sue teorie, ciò che diceva d’aver visto.

       Perché avevano consacrato quel monte e non altri al Dio Dàuda? Ce n’erano altri attorno, più alti, ma erano sfregiati dalla roccia nuda. Nel sistema montuoso sul quale si era collocata la maggior parte dei loro villaggi, quella era la montagna più alta, interamente coperta di vegetazione. Il bosco di querce saliva fitto, torno a torno su ogni versante, fino in vetta. Sulla cima erano state tagliate alcune piante per formare una radura. Al centro, era stato collocato un palo ricavato da un tronco d’abete. Altissimo, s’andava via via rastremando per finire a punta, e la punta sembrava perdersi all’infinito, nelle ombre della sera.
       Sulla radura erano sbucati d’un tratto come espulsi da quelle catene umane che salivano insinuandosi nel bosco di querce, un centinaio di druidi ed altrettante Laurisce con il loro strani copricapo. Dietro a loro, anche alcuni uomini per ciascuna processione, mentre la massa della gente  si era intrattenuta  dentro al bosco.
       I druidi portavano un ramo di vischio, ormai secco, raccolto per la festa di Samhan dell’anno precedente. Accatastarono i rami, vicino al palo  formando un falò e il druido più anziano accese il fuoco. Uscirono allora dal bosco, gridando il nome di Beleno, dei gruppi di giovani in corrispondenza di ogni colonna. Erano  i giovani che nell’anno precedente avevano raggiunta la maggiore età, compiendo sedici anni. Tenevano sulla spalla sinistra una fascina di stecchi, e nella mano destra una torcia. Si erano accalcati attorno al fuoco acceso con i rami di vischio, per accendere la propria torcia, e poi avevano preso a correre, l’uno dopo l’altro, come in una corsa campestre.
        Per la gente che in mezzo al bosco, non poteva aver visto il fuoco, il grido dei giovani era stato come il segnale della sua accensione, e tutti s’erano uniti ai giovani nell’invocazione a Beleno. Nell’ombra che si faceva ormai più fitta pareva fosse la montagna a gridare l’invocazione. Il grido scendeva di balza in balza, da ogni lato della montagna, a liberare dagli spiriti maligni i prati ed i boschi e le case, fino al fiume che giù in fondo alla valle luccicava riflettendo la luna.
       Poi la preghiera aveva assunto un ritmo più composto. Ogni druido a turno gridava una invocazione e la folla faceva eco con un grido corale, come in chiesa, quando il prete nelle litanie dei santi invoca ad uno ad uno martiri e santi, e il popolo in coro risponde «te rogamus audi nos, ti preghiamo ascoltaci.»
       Intanto i giovani con le torce continuavano a correre. Dovevano raggiungere la montagna di Harven che si erge più alta e rocciosa di fronte al Dàuda. Li si vedeva salire, come un filo di fuoco che si distendeva leggero contro il chiarore delle rocce.
       Quando il filo si sciolse contro il nero del cielo oltre la vetta, s’udì un grido all’unisono, e con il grido sulla cima dell’Harven s’accese un altro  fuoco. Avevano accatastato le fascine che ognuno aveva portato fin lassù, ed avevano incendiato il falò.
       Sul Dàuda intanto, mentre si continuava ad invocare Beleno, gli uomini che erano usciti sulla radura, assieme ai Druidi e alle Laurisce, avevano preparato un falò in corrispondenza d’ogni catena umana, con la  legna che ogni partecipante alla processione, aveva portato come offerta. Al fuoco sull’Harven i Druidi avevano risposto incendiando ognuno il suo falò. La radura era diventata un cerchio di fuoco, e in mezzo, il gruppo delle Laurisce sembrava dovesse bruciare avvolto in quell’enorme rogo.
       Aveva avuto inizio allora la parte finale e più suggestiva della cerimonia. Dall’alto dell’Harven, i giovani che in quell’anno erano diventati uomini, invocavano  in coro Beleno, ed a turno, uno alla volta, lanciavano nel vuoto una ruota di legno che era stata precedentemente accesa nel grande falò. Accompagnata dal grido dei ragazzi, la ruota infuocata disegnava un grande arco, ora più grande ora più piccolo, a seconda di come era riuscito il lancio, per perdersi poi contro i ghiaioni dai quali emergevano le rocce della vetta dell’Harven.
       Ad ogni lancio, guardando a quella scintilla che sembrava schizzata lontano dal fuoco acceso sulla cima, la folla sul Dàuda, faceva eco al coro dei  ragazzi, ripetendo «Beleno».
       Erano sul monte di Dàuda dio della Notte, e invocavano il dio del fuoco e della luce. E’ nella notte infatti che vive il fuoco, di giorno muore contro il riflesso della luce, di giorno la sua luce è fioca, di notte invece risplende.
       E’ la notte la divinità della vita, è nella notte che si forma il principio di vita d’ogni cosa...
       Lanciate tutte le “cidules”, s’era spento anche il fuoco sull’Harven e i ragazzi erano ridiscesi. Il centinaio di fuochi invece  in cerchio, sulla radura in vetta al Dàuda, aveva continuato ad ardere per tutta la notte. Attorno al fuoco e dentro al bosco, la gente aveva mangiato, aveva danzato, continuando ad invocare la protezione del dio del fuoco e quella dell’eroe del proprio villaggio.
       Le Laurisce s’erano disposte in cerchio, accovacciate, con le gambe incrociate e le spalle rivolte al palo, sì che ogni fuoco ardeva davanti a loro ed ai simboli racchiusi in quel triangolo che portavano sopra la testa, sormontato dal teschio. Avrebbero dovuto resistere tutta la notte in quella posizione, senza mangiare e senza bere, fino all’alba.
       Quando l’aurora aveva cominciato a fessurare nel sangue il buio della notte, i Druidi avevano smesso d’alimentare i fuochi lasciandoli spegnere  lentamente sì che, quando il sole era spuntato dietro il monte Amariana, e tutti s’erano inchinati, secondo la legge, per non vederlo sorgere, non restavano che le ultime braci.
       S’erano alzate allora le Laurisce assieme, come al cenno d’un regista, girandosi verso il palo centrale. Aiutate dai rispettivi Druidi avevano tolto i nastri appesi al triangolo e li avevano annodati uno dopo l’altro. Ce n’era uno per ogni nato nell’anno appena trascorso, nel loro villaggio. Avevano fatto una corda più o meno lunga, a seconda del numero dei nastri di cui disponevano, legandola ad un anello di ferro che era già  infilato nel palo.
       Il Druido più anziano aveva allora cominciato a chiamare ad uno ad uno il nome dei vari villaggi e delle varie borgate. Al nome, la rispettiva Lauriscia, s’alzava, sollevando da terra il suo nastro. Appariva  evidente così, quanto fosse più o meno vitale ogni singolo villaggio.
       Ma la diversità di lunghezza dei nastri permetteva alle Laurisce di disporsi in cerchio attorno al palo, formando un intrico ordinato di triangoli. Quando tutte si furono alzate, ad un nuovo segnale del Druido anziano, fecero forza assieme tirando il rispettivo nastro, e il cerchio centrale si sollevò all’altezza dei nastri. Presero allora a muoversi, girando verso destra, al ritmo scandito dal battere delle mani dei druidi.
        Con una mano dovevano mantenere in equilibrio il triangolo sopra la testa, con l’altra tenere il nastro e muoversi a passo di danza. Era la danza con la quale dovevano ingraziarsi Ogmios il dio del sole e del giorno, dopo aver festeggiato Dàuda il dio della notte. E nella radura, sulla cima del monte dedicato alla notte, quel groviglio in cerchio di nastri come raggi di diversa lunghezza, di ragazze bianco vestite, di triangoli sacri, voleva certamente in qualche modo alludere al ruotare del sole che si muoveva  su se stesso, come una ruota (così credevano), per poter percorrere il cielo, segnando il ritmo delle ore.
       Ed allo stesso tempo, ad essere raffigurato sul monte, era il groviglio della terra, della natura, che si muove e si agita ai primi fermenti di vita, alla luce del sole…
       «Che te ne pare?» con questa domanda l’architetto aveva interrotto bruscamente il suo racconto e la sua riflessione sul groviglio delle Laurisce.
       «Che gliene pareva? Come si poteva rispondere? Ancora una volta non sapeva darsi una spiegazione. Trovava strano, tanto per cominciare, che l’architetto avesse fatto quella ricostruzione così particolareggiata, ambientandola in montagne che probabilmente non conosceva.
       Erano invece per lui le montagne della sua infanzia. Le montagne delle sue prime impressioni, di soddisfazione e delusione assieme, che aveva poi tante volte provato raggiungendo una vetta. Soddisfazione e delusione, i sentimenti contrastanti d’ogni cima conquistata, anche nella vita. Nel desiderio d’arrivare si gonfia l’idea della felicità che ci attende all’arrivo. La vetta invece è soltanto bella senza nessuna enfasi, tanto meno bella che nell’immaginazione e nel desiderio, così poco definitiva,  sempre circondata da altre più grandi, alle quali non si può giungere, se non riprendendo a scendere. Anche la conoscenza dei Celti era diventata per lui come una nuova vetta da conquistare.
       Ciò che più l’aveva colpito era l’idea della notte come elemento positivo, come valore. Il concetto di notte come negazione del giorno, nel racconto dell’architetto, veniva rovesciato in quello di notte come principio del giorno. Come per l’uomo la notte uterina è il momento nel quale si forma interamente l’essere che vedrà la luce del giorno, così nella notte della natura, si concepisce e sviluppa la realtà del giorno dopo. Il giorno come una recita programmata nei sogni della notte, movimenti provati nei brividi del buio, nei fremiti della paura, presenze solo sentite, avvertite nello sfumare dei contorni ad anticipare la cruda particolarità delle cose.
       «Non so.» Riuscì a dire soltanto alla fine, preso da queste sue riflessioni. In effetti non sapeva e non capiva. L’architetto forse aveva potuto rivivere nel sogno concetti che aveva studiati come appartenenti alla cultura dei Celti. Per potersi confrontare con lui, avrebbe dovuto raccontare gli altri sogni che gli erano stati confidati. Ma come faceva a fidarsi di quello strano  architetto-pastore, per farsi aiutare nel proposito  di  riuscire a dipanare la matassa che gli si era venuta formando nella mente attorno al nome dei Celti?...


































Cap. 14
Vivere da Celta.


       Li univa l’interesse comune per i Celti ma li divideva il diverso modo di affrontare e di interpretare l’argomento. Era come se stessero studiando qualcosa in comune, ma in due lingue diverse senza possibilità di comunicare e di capirsi. Il motivo del contrasto era forse anche più profondo, ai Celti in verità ambedue erano finiti per rivolgersi non con l’obiettivo di migliorare le proprie conoscenze, ma di capire il proprio modo di vivere, e in qualche modo di dare un senso alla propria vita..
       Per l’architetto l’obiettivo esistenziale era evidente, tant’è che si era lasciato determinare ad un radicale mutamento del proprio modo di vivere. Per Luciano la scelta forse era stata meno cosciente: dopotutto era finito nel mondo dei Celti per puro caso. Ma il caso aveva anche voluto che vi fosse rimasto impigliato come una mosca nella tela del ragno. E ad ogni movimento, finiva per restare coivolto sempre più. A questo punto, avrebbe dovuto ammettere, il suo interesse andava ben oltre il piano d’una semplice curiosità culturale. Anche per lui capire i Celti diventava un modo per capirsi, per capire il suo rapporto con l’ambiente con la storia dei luoghi nei quali era nato.
       Ma se le cose stavano così, allora anche il confronto tra loro due non poteva fermarsi a capire i Celti, avrebbero dovuto cercare di capirsi a vicenda, di  approfondire la conoscenza reciproca. Per capirsi però è necessario conoscersi, rivelarsi l’un l’altro, e invece tra loro neppure sull’argomento dei Celti c’era stata sincerità: non s’erano raccontati tutto ciò che veramente sapevano.
       Stavano facendo ambedue la stessa riflessione, arrivando alla medesima conclusione che se avessero voluto continuare il loro rapporto, almeno sui Celti, avrebbero dovuto raccontarsi tutto, senza segreti.
       Luciano stava appunto per dirgli che avrebbe dovuto raccontargli di tutti quei sogni, ma fu anticipato dall’architetto:
       «Devo confidarti che sono un celta!» gli disse, così, a bruciapelo.
       Luciano lo guardò con esitazione e preoccupazione, come se gli avesse svelato d’essere un lupo mannaro. Che rivelazione era mai quella? Trovava finalmente conferma il dubbio (che in effetti  non era mai riuscito ad allontanare del tutto) che l’architetto fosse uscito di senno...
       «Cosa vuoi dire?» chiese infine, più per la convinzione che un pazzo va sempre assecondato, che per un reale desiderio di sapere che cosa avesse voluto intendere con quella uscita assolutamente a sproposito.
       «Lo so che mi prendi per un pazzo. Ma vieni, che si fa buio. Se vuoi continuiamo a parlare a casa mia.»
       Il sole in effetti era già tramontato da molto. La notte avanzava come una nebbia che si infila mescolandosi all’ultima luce del giorno. Era la nebbia che di solito entrava dentro, facendo rivivere gli spiriti della paura. Ma qualcosa era cambiato in lui, da quella prima volta quando era fuggito al calar della notte. Quella sera infatti la nebbia entrava soffice e delicata come il sonno nella mente d’un bimbo, come la rassegnazione nel cuore d’un vecchio. Senza paura questa volta, rassegnato come un vecchio e sereno come un bambino, avrebbe subito l’arrivo della notte sull’altopiano del S.Simeone in compagnia soltanto dell’architetto pazzo.
       S’incamminò con lui, dietro al gregge, determinato a subire il corso degli avvenimenti, lasciandosi trasportare nella corrente, regolata da chi teneva la regia di quella strana sceneggiatura  con i Celti nella quale era stato coinvolto per recitare una parte che non aveva ancora capito quale potesse essere.
      
L’architetto pareva avesse dimenticato anche l’argomento ed il motivo per cui Luciano aveva accettato di essere suo ospite. Sembrava tutto preso dal problema di accudire al gregge. Prima, sulla strada, per far in modo che le bestie procedessero speditamente, richiamava quelle che s’attardavano ai bordi a brucare un ultimo ciuffo d’erba, incitava quelle che rallentavano, le minacciava tutte facendo vibrare nell’aria il bastone. Poi anche nel cortile davanti alla casa, impegnato a farle entrare nei loro alloggiamenti. Si spingevano, si urtavano, le une resistevano alle pressioni delle altre per passare davanti. Qualcuna  sembrava rinunciare a quella gara a chi riusciva ad entrare per  prima, e tornava indietro, e lui doveva risospingerla dentro...
       In città, pensava Luciano, mentre seguiva quelle manovre, prestava attenzione a quei gesti e sentiva quei richiami, la scena non ha un collegamento tra storia e  vita. Anche in una città antica come Roma, i monumenti sono sullo sfondo della scena, come ruderi, avanzi di qualcosa, scenari di cartapesta. La scena che vive è quella del traffico impazzito, della folla che si agita, degli individui che corrono per infiniti percorsi diversi, che casualmente si sono incrociati sull’angusto spazio di un marciapiede. Sul fondale, si alternano palazzi recenti ad altri più o meno antichi, ma non c’è relazione tra il fondale e la scena. A Parigi o a Londra, la scena sarebbe la stessa, pur con uno scenario diverso, una scena nata in quel momento, per l’occasione, mutevole al mutare dell’occasione. Basta che sia domenica, invece che un giorno feriale, e la scena assume sviluppi  completamente diversi.
       Lì invece, sull’altopiano, anche la scena aveva dietro una storia ed una vita che si perdeva nella notte dei tempi. Il gregge, il pastore, i gesti, e, in fondo, anche il fondale... tutto era come tremila anni prima, e per tremila anni la scena si era ripetuta identica. Forse anche i nomi erano rimasti gli stessi nella parlata locale, le «lòges» per i ricoveri degli animali e il «tàmar» il cortile-recinto tipico delle malghe, fra le casere dei pastori e gli alloggiamenti delle bestie.
       Ma stava ripetendo riflessioni già fatte. Lo continuava a colpire l’idea di qualcosa di immutabile nel tempo, sì da apparire eterno...
       Entrati in casa, l’architetto s’era messo ad accendere il fuoco, mettendo sullo «spolèrt» il paiolo per la polenta. Sistemata ogni cosa s’era infine seduto sull’impiantito a fianco, per poter controllare quando l’acqua avesse preso a bollire.
       «Non ne ho parlato mai con nessuno,» prese infine a dire, «per non essere preso per pazzo, ma con te mi pare sia diverso. Forse perchè t’interessi allo stesso argomento o forse perchè mi hai ispirato istintivamente fiducia, ho pensato che te ne avrei potuto finalmente parlare. Finalmente, perchè un segreto diventa opprimente se non lo si può condividere con qualcuno.
       L’altra volta, quando sei quasi scappato, ti avevo cominciato a dire che sono un benandante, con il potere di risalire nella storia attraverso i miei viaggi dell’anima fino ad incrociarmi con i viaggi dell’anima dei Druidi, i  sacerdoti dei Celti. Forse era così all’inizio, ma oggi non lo è più...
Oggi io sento di non essere più me stesso. Sento di essere diventato uno di loro, come se avessi venduto  la mia anima, a  qualcuno che vive al mio posto.»
       «Anch’io ho letto di tanti racconti popolari nei quali c’è qualcuno che vende l’anima al Diavolo, ma quella di vendere l’anima ai Celti penso sia una originalità assoluta..»
       «Lo so che non è facile credere a ciò che racconto, ma lascia comunque che io dica. Ho bisogno di parlare.»
       Facendo il medico gli era capitato una infinità di volte di incontrare persone che avevano bisogno di sfogarsi a parlare. Non aveva difficoltà a lasciarlo continuare, assecondandolo.
       Il bollore aveva cominciato a muovere l’acqua nel paiolo, l’architetto s’era interrotto un momento, per versarvi la scatola di farina gialla che aveva preparato. Anche la scatola era rudimentale e sembrava uscita dal mondo dei Celti. Per fondo aveva un cerchio sottile di legno, mentre i fianchi erano costituiti da una striscia anch’essa molto sottile e di legno incurvata sino a prendere la forma rotonda del fondo.
       La farina aveva formato una sorta di montagnola gialla che galleggiava, circondata dalle bolle dell’acqua in ebollizione. Sulla vetta tracciò con il mestolo di legno il segno d’una croce e facendo poi pressione sul segno, divise la montagnola in quattro parti, e quindi fece  sciogliere  le parti nell’acqua per far amalgamare in modo uniforme l’impasto.
       «Secondo la tradizione!» aveva commentato Luciano.
       «Secondo la tradizione,» aveva ripetuto l’architetto e poi aveva ripreso a parlare del suo rapporto con i Celti, ripetendo d’essere diventato uno di loro e d’aver preso a vivere la loro spiritualità.
       «Ma quale spiritualità se non sappiamo quasi niente della loro cultura?»
       «Io so, ciò che sa chi ha preso la mia anima! Ma anche senza questa voce, ciò che ci è rimasto nella ricostruzione della loro cultura e’ sufficiente a farci capire  l’originalità della loro visione della vita. Il concetto di trinità ad esempio come chiave per conoscere ogni cosa nella natura e nel mondo. La contraddizione di due elementi opposti che viene assorbita nella sintesi dei due elementi. Tesi antitesi sintesi, come Figlio, Spirito e Dio, come notte luce e giorno, come mortale, immortale e uomo.
       «Ma se nel Panteon dei Celti sono state ricostruite almeno cento divinità?».
       «I romani hanno letto la teologia dei Celti con i loro schemi mentali, ma l’Essere è unico, anche se infinite sono le sue manifestazioni e quindi le possibili raffigurazioni. L’Essere è uno, in perfetta sintonia con la natura da lui generata, nella quale l’uomo può vedere e sentire le sue manifestazioni, negli animali come nelle piante. Sentire Dio nei luoghi e nella loro capacità di parlare attraverso l’atmosfera che sanno suscitare, attraverso la loro storia, sentire Dio nelle piante e nelle loro capacità di parlare attraverso la loro vita, non è trasformare in Dio i luoghi e le piante. Solo la stupidità dei romani ha potuto arrivare a questo volgare travisamento.
       La maestosità del bosco di querce è il luogo ove meglio l’uomo sente Dio, ma non e’ che Dio sia nel  bosco di querce o addirittura sia il bosco di querce. E’ una barbarie che i Celti non conoscono quella di pensare che Dio possa essere in un luogo o addirittura in un cosa.»
       «Ma e sul rapporto dell’uomo con Dio, che è poi ciò che in verità conta per l’uomo, cosa hai potuto ricostruire .”
       «Che Dio va cercato nell’uomo e si può trovare soltanto migliorando il rapporto dell’uomo con se stesso, e con la natura che lo circonda. Secondo la concezione dei Veda, se hai letto qualcosa al riguardo, cui si ispira la religione dei Celti.»
       «Ma trovo una conferma indiretta di questa concezione nell’epistola di S. Paolo ai Galati,» aggiunse quasi in una esclamazione, mentre rovesciava sul tagliere di legno la polenta ormai cotta.
       «Cosa c’entra adesso S. Paolo con i Celti?»
       «Come saprai Galati è un altro nome dato  dai greci ai Kèltoi,» riprese a dire, mentre con un filo tagliava a spicchi la polenta fumante, «e il nome è rimasto ad un popolo dell’Asia Minore che si è sviluppato attorno ad una immigrazione e ad un insediamento di Celti mercenari. Ciò che sorprende nella lettera di Paolo è che i Galati, da poco tempo convertiti, stanno già mettendo in discussione il cristianesimo, anticipando le osservazioni di Lutero.
        Siamo salvati per la morte di Cristo o per le opere? Per la morte di Cristo, evidentemente, risponde Paolo, perchè in caso contrario, «Cristo sarebbe morto per niente.  Abramo ebbe fiducia in Dio e per questo, per questa fede e non per quello che ha fatto, Dio lo considerò giusto».
       Mi pare di sentirli invece i Druidi Galati, diventati sacerdoti cristiani a dire: «Ma è una barbarie pensare che l’uomo si salva attraverso un sacrificio umano, tanto più se è quello del figlio di Dio.» L’uomo può salvarsi solo attraverso una personale conquista della salvezza, una personale ricerca di identificazione con la divinità. Da qui, la deduzione che l’uomo si salva per mezzo della legge e delle opere e non per mezzo della fede. La legge, sulla base del percorso già fatto da tanti uomini, codifica un percorso ideale dell’uomo verso Dio, e costituisce quindi uno schema all’interno del quale, l’uomo può sviluppare il proprio percorso individuale.»
       «Ad essere sincero,» lo interruppe Luciano, «mi pare che tu abbia ricostruito un tuo schema sui Celti, ed ora vuoi ricondurre obbligatoriamente ogni cosa a questo schema. Ti sei innamorato dei Celti ed hai messo al centro del mondo e della storia l’oggetto del tuo amore.»
       «Non è un problema di sentimenti. Io sono razionalmente convinto del ruolo chiave che i Celti hanno avuto nella storia dell’umanità.
       Sono convinto con Karl Jaspers della teoria dell’”epoca asse”, cioè del fatto che nel VI° secolo a. C., ci sia stata una svolta cruciale nella storia culturale dell’umanità. Quasi in contemporanea in cinque parti della terra cinque illuminati, superando il concetto di un rapporto collettivo ed istituzionale dell’uomo con la realtà ultima, pervengono alla concezione d’un rapporto individuale e personale con la divinità.  Come ricorda Toynbee, Pitagora, Isaia, Zarathustra, Buddha e Confucio intuiscono la possibilità che il singolo essere umano ha di giungere ad un rapporto personale e diretto con la realtà spirituale ultima, che sta nel e dietro l’universo, in cui l’uomo si trova.
       Forse i cinque non hanno avuto alcun contatto, e fu casuale la contemporaneità dell’intuizione, o forse invece, come io sostengo, i cinque vennero a contatto con lo stesso ambiente culturale, quello dei Celti, che nei secoli precedenti, partendo dalle zone di origine nell’India del nord e quindi da un ambito a cultura vedica, si erano distribuiti su una fascia di territorio che occupava le pianure centrali dell’Eurasia, dall’India fino alla Francia, passando per il Kazakistan l’Ucraina e l’Ungheria, influenzando con la propria cultura le civiltà allora sviluppate, da quella cinese a quella indiana, da quella persiana a quella ebraica, per finire a quella greca.»
       Avrebbe dovuto raccontargli, a commento il sogno che aveva fatto Maria di Raveo su Pitagora, ma ritenne ancora di non poter venire meno alla riservatezza alla quale si era impegnato con la sorella del suo primario. Avevano da tempo finito di cenare, e continuavano a parlare seduti sulle panche di legno attorno allo «spolèrt».
       «Tu prendi alcuni brandelli di verità, si limitò a commentare Luciano, e li metti assieme in una trama fantastica, il risultato può anche risultare credibile. Ma è il procedimento che non è accettabile.»
       «Perchè?...» chiese l’altro, svuotando la pipa ormai spenta, nel palmo della mano. ”Se anche il procedimento non fosse accettabile,” aggiunse, “è il risultato ciò che conta, ed io attraverso i Celti sono riuscito a scoprire come vivere l’esistenza nella poesia del silenzio interiore, come vivere il contatto con il trascendente che entra nella nostra vita, trasformando i valori del visibile compenetrandoli con l’invisibile…
      


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Cap. 15
La fine dei Celti.

Luciano in tutta questa storia del suo rapporto con Celti, direttamente, aveva avuto soltanto quel breve sogno con Vinadia. Ma si era sempre più convinto che fosse stato soltanto un sogno determinato dalla sugestione dei racconti delle tre Marie. A lui ancora non era capitato di fare un vero «viaggio dell’anima». Sua madre non gli aveva mai detto che era nato con la camicia. E se quella era la condizione discriminante, doveva per forza limitarsi allo studio dei celti dai libri, e attraverso il racconto degli altri. Non avrebbe potuto avere un contatto diretto. Avrebbe voluto chiedere alle donne  che gli avevano raccontato i loro sogni sui Celti se avevano saputo per caso d’essere nate con la camicia, ma non voleva correre il rischio d’essere preso per pazzo. Solo l’architetto aveva ammesso quella condizione e collegato ad essa il suo originale rapporto con i Celti.
D’altra parte se nascere con la membrana amniotica era una condizione particolare ed eccezionale, era impossibile che la condizione si fosse verificata in tante persone, allo stesso tempo. La condizione per il viaggio dell’anima doveva essere un’altra, una sorta di stato di grazia, che consentiva di superare se stessi in una forma di estasi.
La fede può muovere le montagne. Ma non tutti riescono a lasciarsi abbandonare alla fede e tantomeno ci sarebbe riuscito uno scettico come lui. Era senz’altro la barriera dello scetticismo ad impedirgli di rompere la membrana che gli avrebbe consentito di entrare in relazione con i vivi senza corpo. E forse anche la paura, l’incapacità di fidarsi e di lasciarsi trasportare nel viaggio...
Ne aveva paura, certamente, ma soprattutto dopo gli ultimi discorsi con l’architetto, allo stesso tempo lo desiderava. Ormai non viveva più che nell’idea che un giorno o l’altro sarebbe capitato anche a lui d’incontrarsi veramente con i Celti. S’addormentava con quel pensiero, si svegliava con il rammarico di non aver sognato nulla, neppure sogni banali.
L’estate era finita. Il sole d’ottobre appena tiepido, non riusciva a rompere il freddo dell’altopiano del S.Simeone. Non era piacevole passeggiare nell’aria che pungeva la pelle del viso. Aveva diradato di molto le sue visite all’architetto e anche a Maria. Passava molto tempo chiuso nella casa riattata in paese, cercando di scrivere qualcosa sull’esperienza che aveva vissuto, in quel breve periodo. Era passato poco più di un anno dal primo racconto di Mede, e gli pareva che tutto fosse ormai cambiato nella sua vita.
Il giorno dei morti non l’aveva coinvolto.
Riti, canti e preghiere gli erano parsi liturgie d’un’altra religione, da seguire con rispetto, con attenzione culturale, ma senza alcun coinvolgimento sentimentale. Alla sera, salendo in processione al cimitero, non aveva cantato come gli  anni precedenti il «Benedictus». La partecipazione alla processione fino al camposanto che gli era sempre parsa un modo per far rivivere una tradizione, e quindi una forma di rispetto verso i defunti, quella sera gli era sembrata una sceneggiata fuori luogo, e stonato gli era parso anche il canto degli altri.
In cimitero il mare di lumini che gli anni precedenti gli aveva suscitato  un’atmosfera di forte partecipazione e di grande emozione, lo lasciava indifferente, infastidito quasi dal quel caotico mishmash di fiori e lumini.
 Rientrato a casa, era stato incerto se riempire d’acqua i due secchi sul secchiaio. L’aveva fatto ricostruire esattamente come se lo ricordava da bambino. Aveva rimesso al suo posto la grande lastra di pietra incavata, che suo padre aveva spostato nell’orto a fare da portafiori, quando avevano acquistato il lavello in acciaio inox. Aveva fatto rifare i due archi in ferro battuto che lo sormontavano, ed ai quali erano appesi i «cjaldìers» con i quali, ragazzo, andava, bilanciandoli sulla spalla con l'arconcello, a prendere l'acqua alla fontana del paese.
Alla fine s’era deciso e li aveva riempiti, come da bambino aveva visto fare  sua nonna, e dentro ad uno aveva lasciato il grande mestolo di rame, con il quale si attingeva per bere.
«È per i morti»  diceva la nonna, «stanotte escono tutti, tornano nelle loro case. Saranno stanchi, hanno bisogno di bere”. Già da bambino, aveva osservato che il giorno dopo l’acqua era la stessa. Nessuno era stato a bere. Ma non glielo aveva fatto notare alla nonna. Anche lei gli continuava a far trovare i doni nella calza, alle sera della Befana, pur sapendo che aveva già scoperto che in verità la Befana era lei.
 Anche i grandi, era arrivato a pensare, hanno bisogno di credere alle favole.
Aveva anche bevuto con il «còp», con il mestolo, come da bambino. Chissà chi avrebbe bevuto dopo di lui… E poi si era disteso sul divano. Avrebbe letto qualcosa, aspettando l’arrivo del sonno.
Le campane suonavano a distesa. Avrebbero suonato tutta la notte. «Perché i morti riconoscendo il suono delle loro campane, sapessero dove dirigersi, non si perdessero nel buio della notte,» gli diceva sua madre. «Per questo le campane d’ogni paese della valle, hanno un suono diverso!»
Il suono scendeva a folate, alternando suoni vicini e suoni lontani, e in quell’alternarsi sembrava dovesse raccogliere dalla profondità della notte le anime dei morti, per riportarle nelle strade e nelle case del loro paese. E nell’incantesimo dell’alternarsi di quei rintocchi si ritrovò in Lugniàasch. Riconosceva distintamente il luogo. Ci andava spesso. S’era anche chiesto quale potesse essere l’etimologia d’un nome così strano, senza riuscire a darsi una risposta. Ora invece finalmente sentiva di aver intuito la spiegazione:  era il bosco di Lug il dio dei Celti.
C’era in mezzo il grande blocco di pietra dal quale usciva una sorgente d’acqua freschissima. L’impressione, dicevano tutti, era che l’acqua sgorgasse dal sasso. E intorno c’erano i grandi alberi. Enormi nel sogno, come nella realtà. Ma ora sono castagni, quelli che vedeva erano invece querce, dalle grandi chiome, con i rami che si allargavano ad intrecciarsi, formando una cupola che metteva il sasso e la sorgente al centro d’una sorta di  tempio fatto di tronchi, di rami e di fronde.
Anche adesso, il gruppo dei castagni attorno all’acqua, confina con il bosco di faggi, e da quel bosco, come la nebbia quando d’autunno sale tra gli alberi, salivano e venivano verso il sasso le ombre. Si chinavano a bere alla sorgente e diventavano persone vestite, come nel racconto di Maria al convento, ma con il volto coperto da una maschera.
Lo sapeva, l’aveva studiato, l’aveva sentito nella leggenda di Bordana, riconosceva la festa dell’inizio dell’inverno, della fase oscura dell’anno, la festa di Samhain, la festa del racconto della perpetua di Bordano, sul monte S.Simeone. La festa  di Beltine il primo maggio aveva aperto la fase chiara. C’era poi la festa di Imbolc all’arrivo della primavera e quella di Lughnasadh,  del declino dell’estate, al primo di agosto. Ma la festa nella quale si sentiva coinvolto nel sogno, era quella più importante, era la festa della notte nella quale si rompe il velo che separa il visibile dall’invisibile, nella quale i vivi invisibili possono tornare a parlare con i vivi visibili…così come amava fare quella stessa notte, che per loro era la notte di Halloween il «piccolo popolo» degli esseri non umani……
Questo aveva letto, ma ora gli si presentava l’occasione, come ai romani del paese di Bordano, di partecipare di vivere l’esperienza di quella festa ed era confuso ed emozionato.
Nella folla vestita di bianco, si perdevano i contorni dei singoli individui. La folla sembrava un’unica nuvola dalla quale emergevano le maschere di legno scuro. I volti di legno dalle orribili espressioni, danzavano come marionette mosse da mani o da fili invisibili. Prima dolcemente, al ritmo d’una musica dalla cadenza lenta, con le note che si staccavano  distanziate, come le gocce all’inizio del temporale. Poi in un movimento sempre più sfrenato, accompagnato da uno scrosciare di note, che rendeva più intensa nella voluttà del ritmo, la voluttà del movimento. Una danza sotto la pioggia, con i fili d’acqua che filtrano nella pelle del viso, con l’acqua che scende sui capelli, che impregna i vestiti, che penetra ed accarezza  con un brivido di freddo tutto il corpo, facendolo fremere e vibrare a quella carezza. Un movimento che nasce dalla pioggia, che ritma sul corpo la stessa cadenza che imprime alle  cose, alle  foglie degli alberi, ai fili d’erba, all’inerzia dei sassi.
Non pioveva. Ma l’immagine della danza sotto la pioggia gli veniva in mente a rendere l’idea d’una musica che usciva dal bosco e univa in un unico fremito il bosco di querce, la nebbia della folla biancovestita e le maschere di legno che s’agitavano come impazzite, galleggiando sulla schiuma bianca resa vibrante  dal penetrare del suono.
Era una musica strana, mai sentita prima. Contro il rullare sincopato di tamburi dal suono cupo e secco, si sviluppava l’arpeggio struggente dei violini (o erano arpe?) lacerato ad intervalli dal suono intenso degli strumenti a fiato. Non si vedeva l’orchestra, nascosta nel fitto del bosco, e l’impressione era  veramente che il suono uscisse dalle singole piante, che gli alberi fossero gli orchestrali.
Era la danza degli invisibili, raffigurati in quelle maschere, mentre il visibile s’era sciolto nell’indistinto del bianco dei vestiti. Sapevano che sarebbe stata l’ultima danza. Sarebbero arrivati i romani ad interromperla. Non capiva come, non capiva perché, ma anche lui  sapeva dell’ineluttabile arrivo dei romani, come al vedere le nubi si sa che ci sarà la grandine.
«Perchè date per scontato di arrendervi, di subire?» avrebbe voluto gridare, ma non sapeva a chi avrebbe potuto gridarlo. Nessuno infatti gli aveva detto niente. La notizia che i romani sarebbero arrivati era nell’aria, come era nell’aria il fatto che non si sarebbero opposti.
«Ma se i romani vi hanno sempre temuto come un popolo di feroci guerrieri, se vi siete venduti come mercenari in ogni parte d’Europa? Come è possibile che pensiate di rinunciare alla vostra storia ed alle vostre tradizioni, senza neppure tentare una difesa?» gli pareva di continuare a chiedere senza sapere a chi. Si sentiva capace di porsi a capo della rivolta, li avrebbe guidati lui contro i romani. «Non si possono accettare supinamente i soprusi,» continuava a ripetere.
Finalmente uscì dalla folla danzante e gli venne incontro un uomo, che avvicinandosi si tolse la maschera. Era un vecchio, con il volto segnato da profonde rughe come il tronco delle querce, ma gli occhi erano ancora vivaci come quelli d’un ragazzo. Aveva i lunghi capelli bianchi raccolti e sollevati in una sorta di criniera che dalla fronte gli scendeva fino dietro le spalle. Due baffi enormi parevano staccarsi dal naso come due trecce che gli arrivavano al petto. Era certamente un’autorità, forse il capo dei Druidi.
«Anche l’uomo è una triade,» gli disse come se avesse sentito il suo desiderio di combattere e volesse rispondergli, «la forza del corpo, la spiritualità del pensiero, la sintesi d’un corpo che pensa. Ma il corpo non può essere usato a difesa del pensiero.»
Non capiva. Avrebbe voluto dirgli che tutta la storia dell’umanità è storia di guerre in nome di idee.
«Non per noi,» continuò come se avesse inteso l’osservazione, «per noi al corpo si risponde col corpo, al pensiero con il pensiero».
«Ma se un altro usa la forza, per difendere il suo pensiero?» sbottò con foga Luciano.
«Il pensiero risponde con la desistenza.» Replicò il vecchio tranquillo. «Se l’idea è stata sconfitta con la forza, alla fine riemerge, alla fine, contro la forza, vince sempre l’idea.»
In quello, dal bosco di querce uscì un grido. «In nome di Cristo!» ed a quel grido uscì un’orda di soldati romani, con le spade in pugno. Si gettarono urlando sulla folla inerme, e il bianco si tinse di rosso. Sempre più rosso. Fin che tutto fu rosso, nel bosco di querce.
Luciano  era fuggito, trascinandosi dietro il vecchio che non voleva seguirlo e gli opponeva una resistenza decisa. «Devo seguire il destino degli altri,» continuava a ripetere. “Non ha nessun senso” gli ripeteva Luciano. Sentiva che aveva il dovere  di salvarlo. Lo portò infatti di forza a nascondersi in una grotta scavata dal torrente che fiancheggia la radura di Lugniàsch. Se la ricordava bene, era chiamata la grotta del Pagàn, ci andava da bambino con gli amici, a giocare alla guerra.
Sull’immagine di bambini che giocavano ad usare le armi si sovrapponeva ora la sua immagine di anziano che teneva per mano quel vecchio con quella strana acconciatura e quello strano vestito. E il vecchio piangeva...
«Perché i romani, in nome di Cristo?» gli chiese.
«Da dove vieni? Com’è che non sai?» domandò l’altro tra le lacrime. Poi, senza attendere risposta, quasi a cercare nel racconto sfogo alla sua pena, prese a raccontare.
Quando c’era stata l’invasione dei romani il loro popolo aveva accettato di convivere con i conquistatori. C’era spazio per tutti su quelle montagne! Ma avevano voluto mantenere la loro identità, vivendo separati dai romani. Si erano sviluppati quindi dei villaggi abitati soltanto da romani, con accanto villaggi abitati solo da Carni. Ma non c’era alcun problema di convivenza: si accettavano a vicenda, nella loro diversità.
Finché i romani non si convertirono al cristianesimo. I cristiani infatti con l’idea di essere i depositari dell’unica verità, non potevano rinunciare al tentativo di imporre la loro verità agli altri. Prima del nostro, era toccato già ad altri villaggi, gli uomini uccisi, le donne violentate, i bambini presi come schiavi.
«Sapevamo che sarebbe finita,  come hai visto anche tu. Se la storia potesse raccontare l’assurda  verità d’un popolo che credeva in un Dio che s’esprime nell’amore verso il mondo, annientato in nome del Dio dell’amore per gli uomini...», dicendo queste parole, come se avesse concluso il suo compito, s’era accasciato con  un profondo respiro.
Nello stesso respiro Luciano s’era svegliato, pensando a sua madre che gli raccomandava sempre, ma inutilmente, di non andare nella  grotta del Pagàn,  perché era stregata. Si raccontava infatti che, in passato, vi erano stati trovati dei resti umani e delle spille d’oro.
“Non è andata esattamente così, non si può travisare la storia,” mormorava tra sé, da sveglio, sorprendendosi ancora una volta per come gli capitava sempre più spesso di confondere i sogni con la realtà, l’interpretazione fantastica con la storia, “i falsi della storia scritta dai vincitori non possono giustificare i falsi opposti, quelli della storia scritta dai vinti. Non è questa la storia del cristianesimo…”
      
Nella notte continuavano a disperdersi i rintocchi delle campane dei morti. Era il respiro del tempo, della storia, un rintocco più forte inspirato ed uno più tenue espirato, uno più forte che cadeva sul paese, ed uno più leggero che sfumava contro le montagne. Un rintocco andava lontano  nel vuoto del tempo, raccoglieva i pensieri delle persone, ormai sepolte dalla storia, e un altro tocco, più forte, ributtava quei pensieri contro le povere case del piccolo paese.
Di tocco, in rintocco il suono era risalito fin nella notte dei tempi ed aveva riportato le voci dei primi uomini, che avevano segnato con la loro fatica i sentieri di quella montagna.
Da qualche parte si sarebbero potuti senz’altro trovare anche i segni della loro presenza. Come l’architetto aveva trovato una tomba, altre se ne potevano trovare. Come sul costone del Sorantri era venuto alla luce il villaggio di Raveo, e sul S.Simeone, l’architetto aveva trovato la tomba, si sarebbero potuti trovare  anche i resti di altri villaggi, di altre tombe. Si sarebbe potuto allestire un  museo. Ma si sarebbe comunque trattato d’una raccolta  di cose morte, di resti senza voce. Interessanti soltanto per un progetto d’attrazione turistica.
Le campane invece portavano voci e parole che si scioglievano di nuovo nell’aria e di nuovo vivevano. Non era soltanto il ricordo, ma l’orgoglio d’un popolo che si sforzava di vincere la storia, attraverso il percorso sofferto dei viaggi dell’anima, per riproporsi e vivere ancora nella voce degli uomini d’oggi. Un popolo che voleva rivivere in tutte le contraddizioni che fanno la verità, sia della storia degli individui che dei popoli.
Un popolo che aveva subito la forza del più forte, ma che non rinunciava a credere d’essere il più grande, convinto che la grandezza dell’uomo è nella forza dell’animo e del pensiero, nella capacità di essere se stessi in un rapporto armonico con la natura, nel saper godere dell’attimo di visibilità nella storia, per conquistare la serenità dell’eternità invisibile.




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